Romeo Farinella, docente di Urbanistica (Dip. Architettura) all’Università di Ferrara, spiega alla Voce:«servono una regia pubblica, un progetto di rigenerazione dell’intera area, un patrimonio abitativo emergenziale e un sistema di credito pubblico»
di Romeo Farinella
Le regole della buona amministrazione di una città dovrebbero garantire adeguate politiche sociali e, dunque, una pianificazione dei rischi generati da eventi critici non solo “naturali”, ma anche sociali, in particolare quando si tratta di criticità che riguardano la sicurezza, la sanità e, non da ultimi, i diritti umani, che coinvolgono anche minori e persone anziane. Un evento critico che interessa circa 500 persone diventa inevitabilmente un problema sociale, soprattutto se può generare rischi o ricadute sull’intera comunità e, come tale, dovrebbe essere affrontato da un’amministrazione pubblica.
Il Grattacielo di Ferrara, come tutti quelli costruiti in Italia nel secondo dopoguerra, era un simbolo di modernità e di riscatto dal provincialismo di un Paese uscito profondamente segnato dalla Seconda guerra mondiale. Una modernità che, negli anni del boom economico, si identificava in oggetti e infrastrutture — come l’automobile e l’autostrada — capaci di rappresentare la crescita tecnica ed economica di un Paese creativo ma ancora marginale sul piano internazionale. Il Grattacielo, simbolo della dimensione metropolitana, divenne così un riferimento anche per le città medio-piccole, chiamate a riscattarsi dalla loro condizione provinciale e contadina.
Ferrara, tuttavia, non è una città qualunque: è la città di Giorgio Bassani, presidente di Italia Nostra e fermamente contrario ai grattacieli ferraresi, ed è la città rinascimentale a cui Bruno Zevi dedica nel 1960 un importante volume. La costruzione del Grattacielo, inaugurato nel 1959, si pone quindi in aperta contrapposizione con una città storica, alterandone l’equilibrio percettivo e spaziale. Ferrara era, ed è tuttora, una città bassa, che concentra in alcuni punti specifici (la piazza, il quadrivio rossettiano, alcune strade della città medievale) i suoi edifici più alti, senza tuttavia rompere l’equilibrio complessivo di un tessuto urbano orizzontale e spazialmente esteso. I sostenitori dell’intervento vedevano nella verticalità un simbolo di progresso, capace di risvegliare Ferrara dalla sua condizione di assopimento storico. Questa frattura tra visioni opposte non si è mai ricomposta e, con il passare del tempo, l’intero complesso è divenuto un problema associato al degrado e alla marginalità urbana.
Personalmente ritengo che il nodo non sia l’abbattimento del grattacielo, ma l’avvio di un processo di rigenerazione urbanistica dell’area “socialmente sensibile” in cui esso insiste, trasformandola in un punto di forza, caratterizzato da mixité sociale e funzionale, per l’intera area GAD, in quanto cerniera tra il centro storico e l’espansione nord della città. In questi giorni, sulla stampa, si è letto di tutto: ricostruzioni delle vicende amministrative; critiche sulla sottovalutazione del problema da parte dell’amministrazione locale; stigmatizzazioni dell’approccio ideologico e semplificato ai problemi dell’area (come la chiusura, con un cancello, del giardino ai piedi del Grattacielo); segnalazioni del rifiuto di affrontare, da parte dell’amministrazione, la questione nella sua complessità, nonostante le indicazioni dei Vigili del fuoco.
Si sono lette persino proposte stravaganti di demolizione degli edifici e di loro sostituzione con una “città-giardino”, senza spiegare come un quartiere di edifici bassi potrebbe trovare spazio in un’area compressa da diverse infrastrutture: un’operazione che, più che un urbanista, richiederebbe l’intervento di un mago. Si è detto anche che l’abbattimento del Grattacielo porrebbe fine a una presunta «dittatura dell’urbanistica sovietica», quando è noto che, se esiste un edificio capace di identificare il capitalismo nordamericano, è proprio il Grattacielo, rilanciato negli ultimi decenni come simbolo del neoliberismo globale e del dinamismo competitivo delle città.

Il dibattito sul futuro di quest’area richiederebbe invece maggiore concretezza, associando la gestione immediata dell’emergenza a una visione di lungo periodo per l’intero settore urbano, e non solo per l’edificio. Le responsabilità normative, procedurali e legali, così come la definizione di chi dovrà sostenere maggiori o minori costi, saranno oggetto dell’azione della magistratura; ma per le situazioni di fragilità deve farsi carico il soggetto pubblico, anche per evitare l’insorgere di problemi di sicurezza e di ordine pubblico.
Non si può certo affermare che il problema non fosse noto: già nel 2018, otto anni fa, si era ipotizzato uno sgombero tramite un’ordinanza relativa all’adeguamento alle normative antincendio. Numerose ricostruzioni evidenziano come la questione fosse all’ordine del giorno da tempo. L’amministrazione precedente era riuscita a reperire cinque milioni di euro per un intervento sul Grattacielo e si erano avanzate ipotesi di recupero del complesso alla proprietà pubblica, prevedendo per gli inquilini o un indennizzo economico o la possibilità di essere alloggiati stabilmente in edilizia pubblica. Sono state avanzate ipotesi di rigenerazione dell’area che valutavano sia il mantenimento sia la demolizione dei grattacieli,
Tuttavia, la tensione verso un recupero attraverso una regia pubblica si è progressivamente affievolita, così come la consapevolezza del rischio insito nel degrado dell’edificio. Il processo si è arrestato, probabilmente per timori dell’amministrazione precedente, mentre quella attuale non ha mai dato segnali concreti di voler affrontare il problema, se non in termini puramente retorici, come dimostra la recinzione del giardino antistante. Inoltre, il tema del “Grattacielo” non compare come area critica negli elaborati del PUG, né è stato presentato un progetto speciale di rigenerazione da finanziare, ad esempio, con le risorse del PNRR.
Cosa si aspetta, dunque, ad attivare una regia pubblica per la gestione dell’emergenza e per l’avvio di un processo di rigenerazione, coinvolgendo la Regione Emilia-Romagna? L’azienda ACER, su mandato del Comune (così come successo di recente a Bologna) potrebbe svolgere un ruolo importante nella guida di questa struttura. Dal canto loro, l’associazionismo e molti cittadini hanno già dimostrato sensibilità e disponibilità a impegnarsi nella gestione dell’emergenza, e questa è una risorsa da valorizzare come patrimonio civile della città.
Quando, nel 1988, un incendio devastò parte del quartiere del Chiado, nel cuore di Lisbona, bruciarono abitazioni private ed esercizi commerciali: la proprietà era frammentata, i contratti di locazione obsoleti e la capacità di intervento molto limitata. Il problema fu affrontato garantendo la proprietà privata, ma attraverso un progetto pubblico. I proprietari non potevano ricostruire liberamente; aderendo al piano pubblico avevano accesso a finanziamenti agevolati, mentre chi non aderiva restava bloccato. Intervenne lo Stato, che dichiarò l’area di interesse nazionale, e il Ministero dei lavori pubblici si fece carico di infrastrutture e sottoservizi. Fu coinvolta la Cassa depositi e prestiti portoghese e il Comune istituì un gabinetto operativo che gestì l’intero processo di progettazione e rigenerazione. In circa dieci anni il quartiere fu rinnovato. Si potrebbero citare altri casi (Marsiglia, Londra, ecc.) ma possiamo fermarci qui.
Questa vicenda dimostra alcune evidenze fondamentali. I rischi che una città e la sua popolazione corrono sono spesso noti e andrebbero prevenuti. Ciò non vale solo per i rischi “naturali”, ma anche per quelli sociali. Le città, attraverso le agenzie per la casa, dovrebbero dotarsi di un patrimonio abitativo utilizzabile in situazioni di emergenza. Le ricostruzioni e le ristrutturazioni non sono mai solo edilizie, ma anche urbane; senza un sistema efficiente di credito pubblico non si va lontano e si rischia di favorire la speculazione.
Servono dunque strutture istituzionali pubbliche — agenzie, gabinetti, organismi dedicati — in grado di gestire situazioni che intrecciano dimensioni sociali, economiche, progettuali e gestionali. Il Comune dovrebbe garantire la gestione dell’emergenza e l’avvio del processo rigenerativo; lo Stato e, nel nostro caso, la Regione dovrebbero assicurare fondi strutturali, anche attraverso il ricorso a un’istituzione finanziaria di interesse pubblico come la Cassa Depositi e Prestiti. Sarebbe opportuno creare un’agenzia pubblica, sul modello delle SEM francesi, coinvolgendo eventualmente ACER e trasformandola in una struttura di supporto alla progettualità pubblica, in stretto dialogo con il mondo associativo, mentre l’università potrebbe offrire competenze a supporto delle decisioni.
Questa è la complessità. Questo significa creare lavoro e professionalità a livello locale. Questo significa capacità di pianificare, guardando al passato e programmando il futuro. E lasciamo i sovietici ai libri di storia.
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026)
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