La Regione ha in fase di apertura i cantieri del Progetto di ENI-SNAM di cattura e stoccaggio di CO2, che attraverserà i Comuni di Ferrara, Voghiera e Argenta, con conseguenze sulle aree residenziali e agricole, e nessun coinvolgimento delle popolazioni. Ma le alternative sostenibili esistono
di Marilena Martinucci*
L’inquinamento atmosferico è il principale fattore di rischio ambientale per la salute in Europa e nel mondo. La scarsa qualità dell’aria compromette la salute e il benessere delle persone e provoca ogni anno, solo in Europa, circa 300mila morti che potrebbero essere evitate. Le Fonti dell’inquinamento sono molteplici e fra queste è certo l’Effetto serra antropogenico, causato dall’aumento di CO2 che riscalderà la terra.
L’Unione Europea con un Regolamento ha istituito un «quadro di certificazione dell’Unione per gli assorbimenti permanenti di carbonio, la carboniocoltura e lo stoccaggio del carbonio nei prodotti» e indica di «valutare gli obiettivi generali relativi al fabbisogno di assorbimento di carbonio in linea con l’obiettivo climatico dell’Unione per il 2040, l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050».
Questo vuol dire che gli enti, le società pubbliche e private, le attività industriali e artigianali, l’agricoltura, devono operare consapevolmente per la riduzione della produzione della CO2 e, per quanto questo non sia totalmente possibile, utilizzare metodi naturali, integrati cioè nell’ecosistema, per il suo assorbimento. Ognuno deve fare la sua parte e i cittadini stessi ne devono essere partecipi.
La Regione Emilia-Romagna con il Patto per il lavoro e per il clima si propone di accelerare la transizione ecologica per raggiungere la neutralità carbonica prima del 2050 e passare alle energie pulite e rinnovabili entro il 2035 coniugando produttività, equità e sostenibilità e generando nuovo lavoro di qualità. In effetti quello che richiede la Regione è la riduzione attiva della CO2 con l’assorbimento legato alla forestazione, considerando anche il ruolo dello stoccaggio naturale del carbonio in ambito agricolo e nei suoli, con ricerche come stanno operando l’Istituto di Biometeorologia (IBIMET) del CNR di Bologna e l’Istituto per la BioEconomia (IBE), che conducono studi fondamentali sull’assorbimento di CO2 da parte degli alberi urbani utilizzando il calcolo della Carbon Footprint di Politec Technology S.r.l. per associare l’assorbimento naturale alla diminuzione di produzione che lo stoccaggio certo non favorisce. Vi è anche la possibilità della cattura e dello stoccaggio della CO2 ma questo è auspicato per sostenere la decarbonizzazione di aziende che richiedono grandi quantità di energia, dove la CO2 è difficile da abbattere e la decarbonizzazione è complessa. Fra i siti con maggiore potenzialità di stoccaggio geologico è segnalato l’impianto di Ravenna, sfruttando il potenziale complessivo dei giacimenti offshore dell’Adriatico, che supera i 500 milioni di tonnellate, rendendo Ravenna uno dei principali hub di stoccaggio del Mediterraneo.
Dal punto di vista scientifico non si conoscono bene tutti i possibili comportamenti di immissione della CO2 in formazioni geologiche che contenevano altro, per cui è di interesse conoscere di più riguardo l’immissione di un gas, non inerte, come la CO2 in giacimenti esauriti di metano e di eventuali effetti nel tempo; sostenibilità, infatti, vuol dire anche dare garanzie temporali per il futuro e avere un quadro delle localizzazioni previste.
La Regione Emilia-Romagna, però, ha in fase di apertura i cantieri del Progetto di ENI-SNAM riguardante il gasdotto da Ferrara a Casalborsetti-Ravenna di raccolta della CO2. Il gasdotto CO2 ha origine dal Petrolchimico di Ferrara con allacciamento al Polo industriale dove opera ENIPower, Basell e Yara, che inizialmente progettano di stoccarne 4 milioni di tonnellate continuando per altri 4 anni con la stessa quantità annue, e all’inceneritore di Hera di via Diana che ne prevede l’inserimento di 64 mila tonnellate mentre sta raddoppiando il prelievo della quantità di acqua dalla falda “geotermica”.
Ci si chiede allora se in questo contesto sono previste diminuzioni nella produzione di CO2, sia dal Polo industriale sia dall’inceneritore di Hera, e se ci sono Bilanci ambientali che ne prevedono l’assorbimento in modo naturale per le varie ditte e società che utilizzerebbero il gasdotto in oggetto.
A fianco della fascia di rispetto del nuovo gasdotto c’è una piccola azienda agricola; sono solo 12 ettari ma questa azienda ha scelto di dedicare un ettaro della sua area a un bambuseto. Un bambuseto è una piantagione di bambù, una pianta dalle multiple risorse ma con una particolare: assorbe grandi quantità di CO2 e genera fino al 35% di ossigeno in più rispetto alle altre piante. Un ettaro accoglie circa 1.100 piante. Solo la fascia di rispetto di 50 metri ai lati del gasdotto che occupa un’area di 375 ettari potrebbe accogliere un bambuseto con 410.000 piante di bambù. Non si può fare, ma è per avere un ordine di grandezza che normalmente ci sfugge.
Il metodo di calcolo impiegato per stimare la rimozione di CO2 attraverso una piantagione di bambù gigante (Phyllostachi Edulis o Pubescens) è descritto nella ricerca scientifica condotta dal Politecnico di Milano che prevede la definizione di un’apposita metodologia per la quantificazione della CO2 assorbita tramite la coltivazione di un bambuseto realizzato in Europa. La prassi di riferimento UNI/PdR 156/2024 non è ancora una norma nazionale, ma è un documento che raccoglie prescrizioni relative a prassi condivise; altri studi sono in corso presso la Facoltà di agraria dell’Università di Bucarest.
A Cona, dove l’ettaro di bambù con 1080 piante sta per raggiungere la maturità per trasformare almeno mille tonnellate di CO2 in ossigeno accumulando il carbonio nella sua biomassa, si applica il metodo dell’Università di Bucarest con cui si collabora. Certo i 4 milioni di tonnellate che potrà trasportare lì accanto il gasdotto in un anno non potrà farlo il bambuseto, ma potrà trasformarle in ossigeno anche se in un tempo più lungo e continuare a farlo, fino al 2030 e oltre, visto che il bambù è una pianta centenaria.
Ci si chiede allora come questo intubamento della CO2 possa essere presentato come opera innovativa, compresa tra gli interventi di pubblica utilità, indfferibili ed urgenti, strategici per il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNIEC), considerati quindi Impianti di insediamenti industriali e infrastrutture energetiche che comportano anche notevoli investimenti (almeno 300 milioni di euro), proposto come un progetto di ampio interesse in tutta la Pianura Padana, da ampliare poi a livello europeo. È stato approvato naturalmente con l’assenso di Amministrazioni ed Enti del territorio, dal livello statale a livello comunale, bloccandosi però qui il flusso di notizie; l’iter ha continuato il suo corso per ottenere l’Autorizzazione Unica da parte della Regione con ARPAE e così potranno aprire i cantieri. Forse questo è già avvenuto, ma chi abita il territorio non ne ha conoscenza. Nelle zone rurali le aziende agricole sono interessate a conoscere i vincoli apportati da un gasdotto di questo tipo, soprattutto nei Comuni di Ferrara, Voghiera e Argenta con aree di coltivazione di prodotti DOC, DOP, IGP, come l’Aglio di Voghiera DOP e i vini del Bosco Eliceo DOC, legati alla Cucina Italiana patrimonio UNESCO, e in un territorio culturalmente patrimonio Unesco.
Fermandosi a riflettere ci si chiede del perché di tanta indifferenza su un tema così attuale che il Progetto Gasdotto CO2 ha evidenziato, e se ci siano altre sperimentazioni che possono essere intraprese, seguite e sostenute anche da chi opera o vive su un territorio che vuole curare, mantenere sano e in armonia con le sue attività; ma soprattutto, i cittadini vogliono conoscere ed essere partecipi di progetti di così grande importanza e chi li governa e amministra ha il dovere di farlo.
* Geologa, esperta della geomorfologia del territorio ferrarese
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026)
(Foto: Fabio Colombari – Wikipedia)
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