La Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno reso pubblica la guida Oltre lo sguardo dove si tratta della “varianza di genere”. Nel giusto tentativo di contrastare stereotipi e discriminazioni, si rischia però di interpretare comportamenti infantili, esplorativi e fantasiosi, come espressione di un’identità stabile. Bambine e bambini vanno ascoltati e accompagnati ma è necessaria cautela per evitare danni gravi se non irreparabili
di Fulvia Signani*
Oggi i bambini non sono soltanto vittime collaterali delle guerre[1], ma oggetto di minacce antiche e recenti, di cui c’è indubbiamente poco da ridere.
Ci occupiamo qui solo di una di queste. La chiamiamo minaccia strutturale, perché attacca l’aspetto identitario, il profondo della psiche. Bambini e bambine non ne ridono.
Avevamo salutato come una grande conquista di civiltà il riconoscimento dell’infanzia quale fase specifica della vita di bambini e bambine in età evolutiva, titolari di diritti speciali e bisognosi di particolare tutela. Oggi, invece, incontriamo perfino la sollecitazione a sostituire la parola «bambino» con espressioni come «persona piccola» o «piccola persona»[2]. Si diffonde in modo inquietante, tra alcuni futuri genitori, la scelta di nomi considerati neutri o ambivalenti, talvolta motivata dalla sorprendente intenzione di non anticipare la futura identificazione di genere del nascituro e “offrire al bambino lo spazio per sviluppare la propria identità senza aspettative legate al sesso o al genere”[3]. Stupisce che alcuni genitori chiedano un consulto medico perché il figlio desidera indossare abiti femminili. Mancano studi capaci di chiarire quanto tale scelta derivi da una reale sofferenza del bambino e quanto dalla fraintesa interpretazione adulta di un normale gioco esplorativo. Nel tentativo di contrastare gli stereotipi di genere, si rischia paradossalmente di interpretare comportamenti infantili, esplorativi e fantasiosi, come espressione di un’identità stabile. Se un bambino desidera indossare gli abiti della madre o della sorella, dobbiamo necessariamente concludere che non “si senta” maschio? (ovviamente vale l’esempio inverso per le femmine). Il gioco simbolico, l’imitazione e l’assunzione temporanea di ruoli diversi sono componenti normali dello sviluppo: non possono diventare, isolatamente, indizi diagnostici o prove di un’identità già definita[4]. L’Organizzazione Mondiale della Sanità precisa che comportamenti e preferenze non conformi agli stereotipi non bastano, da soli, a diagnosticare un’incongruenza di genere, cioè una marcata e persistente discordanza tra il proprio sesso e il genere nel quale ci si riconosce, che può comportare il desiderio di vivere come appartenenti all’altro genere e di modificare i propri caratteri sessuali. Quando questa condizione causa una sofferenza clinicamente significativa, si parla di incongruenza o disforia di genere.[5]
Diversi Paesi, ormai, Regno Unito, Finlandia, Svezia, Francia, Norvegia, Danimarca e Stati Uniti d’America, invitano a grande cautela nel trattamento di queste situazioni. Eppure, nel giugno 2026 — non a caso mese del Pride[6] — è accaduto in Italia che la Società Italiana di Pediatria (SIP) e l’Associazione Culturale Pediatri (ACP), rappresentative di professionisti che sono solitamente i primi sanitari di fiducia dei genitori, abbiano reso pubblica una sorprendente guida, Oltre lo sguardo[7]. Il documento intende trattare, con particolare riferimento alle primissime età dei bambini, i temi della varianza di genere, nonché degli orientamenti sessuali e dell’omogenitorialità: questi ultimi due non propriamente coerenti con il primo tema.
La finalità dichiarata e alcuni contenuti sono condivisibili: invitare all’ascolto e al rispetto, per esempio. Tuttavia, fin dall’inizio, in nome dell’antidiscriminazione, la guida invita ad apporre negli ambulatori segni visibili — come vetrofanie, poster o simboli arcobaleno — che manifestino accoglienza e adesione ai principi di quella che viene definita comunemente «comunità LGBT+». La guida ricorre ripetutamente al termine apparentemente neutro di «varianza». La sua ambiguità rischia però di far apparire comportamenti infantili non conformi agli stereotipi, come primi segnali di un’incongruenza o di una disforia di genere, confondendo realtà profondamente diverse. È vero che la guida non contiene indicazioni per la prescrizione di farmaci utili in caso di transizione di genere (da maschio a femmina e viceversa)[8], contiene tuttavia indicazioni che possono costituire le premesse sociali di un eventuale percorso clinico successivo, ancora tutto da verificare nella sua necessità. Si tratta di indicazioni che esigerebbero una seria e puntuale valutazione clinica, anche perché le conoscenze sugli effetti della transizione sociale nei minori sono ancora limitate e fondate prevalentemente su studi di bassa qualità.

Accanto a 54 volumi consigliati ai bambini — dedicati all’identità sessuale, alla varianza di genere agli stereotipi, all’omogenitorialità, e all’intersessualità[9] (viene confusa con la transessualità?) — nella guida troviamo particolarmente sorprendente il caso presentato alla fine.
Anna ha tre anni ed è stata “registrata alla nascita” — cioè è nata — come Alan, dunque di sesso maschile; manifesta preferenze considerate femminili e chiede, a tre anni, di essere chiamata con un nome femminile. La famiglia accoglie la richiesta (!), il pediatra approva (!) e fornisce riferimenti a centri specialistici, associazioni e materiali informativi legati alla «comunità LGBT+». Non vengono menzionate la necessità di una valutazione multidisciplinare e quella di una diagnosi differenziale, indispensabili per verificare l’eventuale presenza di implicazioni psicologiche differenti da quelle che appaiono superficialmente.
Viene così avviata una vera e propria transizione sociale[10] attraverso l’uso del nome e dei pronomi femminili e l’adozione di un ruolo femminile nelle relazioni familiari e sociali. Al momento dell’ingresso nella scuola primaria, lo stesso pediatra dichiara la bambina “stabile e serena” e viene attivata una carriera alias[11] per estendere il nuovo nome, il grembiule e l’uso dei bagni femminili anche all’ambiente scolastico. Si tratta dunque di preparare con grande anticipo il terreno per un’identità che soltanto nel corso dello sviluppo potrà, forse, consolidarsi e accompagnarsi a una condizione clinica di disforia di genere. Forse, appunto.
La transizione sociale non modifica il corpo e non equivale a un trattamento farmacologico, ma definirla per questo “priva di implicazioni”, come si afferma nella guida, è un’affermazione ingiustificata. Cambiare nome, pronomi e ruolo sociale fin dai tre anni modifica il modo in cui il bambino viene chiamato, percepito e riconosciuto in ogni ambiente di vita. Coinvolge la famiglia, la scuola, i compagni e, dato da non trascurare, la memoria autobiografica in formazione. Tornare indietro (cioè chiedere di essere chiamata/o con il nome originario) può significare affrontare una seconda transizione, spiegare nuovamente chi si è, e sottrarsi alle aspettative ormai costruite da parte degli altri. Accogliere un bambino o una bambina significa consentirgli/le di esplorarsi liberamente, non trasformare prematuramente l’esplorazione, in un’identità pubblica.
Sulla pubblicazione della guida Oltre lo sguardo è intervenuta la dott.ssa Marina Terragni, titolare dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, definendo impensabile una transizione sociale avviata a tre anni[12]. Terragni ha richiamato la Cass Review britannica, secondo la quale le decisioni riguardanti la transizione sociale dei bambini prepuberi dovrebbe essere accompagnata da professionisti con una specifica esperienza nello sviluppo psicologico infantile e nelle problematiche di genere. Ha inoltre ricordato la revisione prudenziale avvenuta in diversi Paesi e il principio del diritto del minore a un «futuro aperto»: il diritto, cioè, a non vedere prematuramente condizionato il proprio percorso evolutivo.
Anche il mondo dell’associazionismo ha reagito: l’Associazione di Promozione Sociale Pro Vita e Famiglia[13] ha denunciato pubblicamente le criticità della guida Oltre lo sguardo, raccogliendo oltre 41mila firme per chiederne il ritiro, firme che verranno consegnate al Ministro della Salute (ho apposto anche la mia firma). Dopo il presidio dell’8 luglio 2026 davanti alla sede della Società Italiana di Pediatria (SIP), Pro Vita ha consegnato alla stessa un documento critico, contenente dieci domande. Documento inviato anche all’Associazione Culturale Pediatri (ACP) e all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), oltre che allo stesso Ministro. Sono seguiti: il chiarimento dell’ISS sul proprio mancato coinvolgimento alla guida e quattro interrogazioni parlamentari al Ministro della Salute.
A seguito di un comunicato, sulla guida Oltre lo sguardo pubblicato sul proprio sito, l’Associazione culturale GenerAzioneD[14], contattata da pediatri che ne condividono le perplessità, ha proposto agli stessi di esporre le proprie osservazioni in un documento scientifico sui principali punti critici della guida. Il testo “La scienza oltre lo sguardo” è stato successivamente sottoposto a medici, anche di altre specialità, psicologi, psichiatri e bioeticisti, che hanno potuto aderire e contribuire con osservazioni e suggerimenti. Sottoscritto da oltre 300 professionisti (c’è anche la mia firma), il documento è stato inviato nei giorni scorsi alla Società Italiana di Pediatria (SIP) e all’Associazione Culturale Pediatri (ACP). La petizione continua tutt’oggi online[15].
Nel dicembre 2025, durante un’audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera[16], avevo richiamato l’attenzione sul fatto che il percorso affermativo comincia molto prima dell’assunzione dei farmaci bloccanti la pubertà. Inizia nelle parole degli adulti, nelle aspettative familiari (e, come esprime la guida, anche dei sanitari), nei rapporti fra pari, nei social media, nella scuola e nella transizione sociale. La guida Oltre lo sguardo è un eclatante esempio. Avevo richiesto che la valutazione della situazione di bambini e ragazzi comprendesse una diagnosi differenziale accurata, l’esame delle eventuali condizioni neuropsichiatriche concomitanti, un’offerta pubblica di sostegno psicologico per minori e famiglie e la creazione di un Osservatorio nazionale capace di raccogliere dati sui percorsi clinici, sulle interruzioni del percorso intrapreso, sulle carriere alias e sugli esiti nel tempo. Traguardi che sembrano sempre più lontani.
Anche di questo i bambini non ridono.
* Fulvia Signani è psicologa, psicoterapeuta e sociologa
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NOTE
[1] A Gaza, per esempio ferite e modalità di uccisione documentate da recenti rapporti internazionali indicherebbero un deliberato coinvolgimento dei bambini come bersagli (De Vogli, R., Montomoli, J., & Tommasi, F. (2026, 7 luglio). La guerra di Israele contro i bambini palestinesi: mille giorni di atrocità. Left: https://left.it/2026/07/07/la-guerra-di-israele-contro-i-bambini-palestinesi-mille-giorni-di-atrocita/)
[2] Un esempio è offerto dalla sociologa Michela Mariotto, che utilizza ripetutamente le espressioni «piccole persone», «una piccola persona» e «persone più piccole» riferendosi ai bambini: Mariotto, M. (2024). Crescere figliə di genere diverso in Italia. Sentieri inesplorati e sfide moderne per il riconoscimento di nuove soggettività, pp. 253-255. https://www.academia.edu/123403773/
[3] Si vedano: https://www.romper.com/p/7-ways-to-raise-your-kid-in-a-gender-neutral-environment-because-everyone-has-a-right-to-self-determination-137; https://abc7ny.com/post/whats-in-a-name-more-parents-choosing-gender-neutral-baby-names-/3244271/; https://www.parents.com/14-gender-neutral-last-names-as-first-names-11938424
[4] Si vedano: Lillard, A. S. et al.. (2013). The impact of pretend play on children’s development: A review of the evidence. Psychological Bulletin, 139(1), 1–34.; Martin, C. L. et al. (2002). Cognitive theories of early gender development. Psychological Bulletin, 128(6), 903–933
[5] WHO World Health Organization. (s.d.). Gender incongruence and transgender health in the ICD. Geneva: World Health Organization. Consultato il 23 luglio 2026. https://www.who.int/standards/classifications/frequently-asked-questions/gender-incongruence-and-transgender-health-in-the-icd
[6] Il Pride Month si svolge ogni anno nel mese di giugno e comprende manifestazioni e iniziative dedicate alla visibilità e ai diritti delle persone LGBT+. La scelta del mese richiama i moti di Stonewall, iniziati a New York il 28 giugno 1969. Library of Congress. (s.d.). About LGBT Pride Month. https://www.loc.gov/lgbt-pride-month/about/
[7] SIP Società Italiana di Pediatria e ACP Associazione Culturale Pediatri. (2026). Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente. Si vedano in particolare: affermazione sociale in età prepuberale, p. 9; caso di Anna, p. 21; organizzazione dell’ambulatorio, p. 24; libri consigliati, pp. 35–39.
[8] Determinazione 25 febbraio 2019. Inserimento del medicinale triptorelina nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale. Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 52, 2 marzo 2019. https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1229012/Allegato_triptorelina.pdf che consente l’erogazione della triptorelina in casi selezionati allo stadio puberale Tanner 2–3 (età puberale), subordinandola a una diagnosi multidisciplinare e a condizioni cliniche rigorose. Nel 2024, tuttavia, il Comitato Nazionale per la Bioetica, richiamando l’incertezza sul rapporto tra rischi e benefici, ha auspicato che le prescrizioni avvengano soltanto nell’ambito di sperimentazioni promosse dal Ministero della Salute.
[9] Tra i libri consigliati per i bambini, la guida inserisce, sotto la categoria «Intersex», anche Sesso è una parola buffa. Un libro sul corpo, i sentimenti e te! senza specificare l’età dei destinatari. Tra le letture consigliate agli adulti sul tema intersex, la guida indica Crocetti D. L’invisibile intersex. Storie di corpi medicalizzati (p. 39).
[10] Rappresenta uno degli stadi di quello che viene denominato percorso affermativo – affermare e prendere per buono ciò che il bambino e la bambina descrivono di se stessi.
[11] In Italia la carriera alias nella scuola (farsi chiamare con nome diverso da quello anagrafico) non è disciplinata da linee guida ministeriali nazionali ed è eventualmente introdotta attraverso regolamenti adottati autonomamente dai singoli istituti
[12] https://www.garanteinfanzia.org/terragni-alla-societa-di-pediatria-impensabile-una-transizione-sociale-a-tre-anni-2/
[13] https://www.provitaefamiglia.it/
[14] https://www.generazioned.org/
[15] https://lascienzaoltrelosguardo.com
[16] Signani, F. (2025, 2 dicembre). Audizione informale nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 2575, “Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere”. XII Commissione Affari sociali, Camera dei deputati, XIX legislatura.
(Foto grande: Aa Dil – Pexels.
Foto piccola: Elina Fairytale – Pexels.)
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