La risposta di un nostro lettore a un articolo critico da noi pubblicato alcuni giorni fa
A leggere l’intervento di Massimo Tornatore sul quartiere dove vivo da trenta anni (e se considero anche viale Belvedere, posso dire cinquanta) credo che il problema di questa città non sia cosa vediamo: vediamo tutti le stesse cose, ma in realtà è come se vedessimo due mondi rovesciati, due volti della stessa luna. E personalmente lo trovo molto triste, perchē toglie qualsiasi possibilità di confronto, l’unica cosa di cui disperatamente abbiamo bisogno. Conosco metro per metro il percorso che ha fatto Tornatore e per scrupolo l’ho ripercorso, passo dopo passo.
La prima cosa che vedo, uscendo dalla stazione non è la desolazione, ma un hotel che ha totalmente rivoluzionato un’area abbandonata e pericolosa. Il bar che da sempre è sotto i portici è stato rilevato, molto coraggiosamente, una decina di anni fa da alcuni ragazzi cinesi le cui famiglie abitano davanti e dietro casa mia. I taxi fanno il loro mestiere e non sonnecchiano, esiste un hub che (potevo fotografarlo: penso che però diremmo cose diverse) è funzionante e un altro in fase di ultimazione; il parco Marco Coletta che – ignoro per quale motivo – non viene mai chiamato con il suo nome (il nome di un giovane morto in un incidente che non doveva avvenire), è di fronte a casa mia: è un luogo risanato, custodito (non chiuso: custodito) ed è perpetuamente popolato di bambini e ragazzi che giocano a basket in campi attrezzati.
Anche dopo lo sgombero del grattacielo, le madri con “abbigliamento identitario” (?) non escono quando c’è caldo (come chi ha abbigliamento qualsiasi) ma aspettano che raffreschi; esattamente come gli avventori dell’estivo di un bar che ha una attività dove davvero prima c’era un “non luogo” malsicuro e vuoto.
Sempre con “lucido disincanto”, come dice Tornatore, si va a Palazzo dei Diamanti. Anche qui evidentemente vediamo le stesse cose, o forse no. Nel 2026 alla mostra dedicata a Marc Chagall è seguita quella di Andy Warhol, da poco conclusa. Entrambi non mi paiono sconosciuti artisti locali, ma ognuno, ribadisco, vede quel che vuole, è un paese libero, e forse anche “bancomat free”, come stanno diventando tutte le città italiane, da Aosta a Messina.
Per parafrasare Tornatore, ho provato, non ci sono trucchi o invenzioni, anche perché senza scendere in strada, è quel che vedo da sempre dal balcone di casa o quando esco dal portone. Ho solo un po’ di avvilimento. Passerà.
Andrea Rossi
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