Mobilità, integrazione, accessibilità e inclusione: un piccolo viaggio in un pezzo della zona GAD di Ferrara, fra cimiteri di biciclette, recinti, parchetti vuoti, piante di palma e ostacoli per disabili
di Massimo Tornatore
«Ferrara…stazione di Ferrara…Ferrara»: così annunciavano, ai viaggiatori in arrivo, gli altoparlanti della stazione dei treni.
Stazione situata non distante da dove, in un remoto passato, scorreva maestoso il fiume Po intorno all’isola del Belvedere con il Palazzo e i giardini appunto del Belvedere.
La “delizia estense” del Belvedere e l’isola fluviale non esistono più, ma ne resta una flebile traccia nella toponomastica di “Viale Belvedere”, a rammentarci che lì vi era il bello, ma oggi non più.
Perché mai? Sforziamoci, ed osserviamo con occhio disincantato l’Ingresso a nord ovest de “la Città dalle 100 meraviglie”.
Per chi arriva col treno a Ferrara, uscendo dalla stazione, a sinistra vi è un vasto spiazzo ricoperto con asfalti colorati, uno smart hub per bici elettriche desolatamente vuoto ed inutile (nel senso che non viene utilizzato, se non per legare abusivamente biciclette e rottamaglia), una VeloStazione ovvero un deposito per biciclette chiuso la notte con un cartello che riporta le condizioni di utilizzo e minaccia le rimozione del mezzo al superamento dei cinque giorni di sosta (minaccia incauta in quanto non supportata da alcun controllo), un boschetto di pali metallici, pannelli arrugginiti, segnali stradali, le fermate degli autobus, un’aiuolina con fiori stagionali a pronto effetto dai colori vivaci; a destra vi è un cimitero di biciclette lucchettate, arrugginite, spolpate da selle manubri e ruote, che fa istintivamente sospettare di una loro provenienza furtiva ed abbandono; due file di taxi, bianchi, in assonnata attesa di clienti. La nuovissima VeloStazione è attualmente chiusa, impacchettata per lavori di rifacimento e trasformazione.
Così si presenta, Ferrara, “la città delle biciclette”, un appellativo incomprensibile per chi volendo noleggiare una bicicletta, cercando con lo smartphone, si imbatte nel sito ferrarainbici.it che suggerisce indirizzi di noleggiatori scomparsi da anni, mentre Google Maps indica che il noleggiatore più prossimo si trova a 1,6 km in pieno centro. Ma la bici serviva qui, in stazione, non in centro.
Città di biciclette, z sin cé cheng shì, pubblicizza in ideogrammi altrettanto incomprensibili ai più, un rinomato ristorante cinese del centro.
A piedi allora incamminiamoci in direzione del rinomatissimo Palazzo dei Diamanti, magari accompagnando un familiare o un amico in carrozzina: percorriamo un marciapiede alberato che costeggia un recinto di sbarre verticali da cui si scorge un parchetto con zona giochi per bimbi. Un tempo erano accompagnati da madri con abbigliamento palesemente identitario, che facevano intuire una certa separazione, se non una vera segregazione etnica in questa isola felice. Ora, dopo gli sgomberi forzati delle oltre 600 persone che abitavano le torri del Grattacielo, il parchetto è desolatamente vuoto. A fianco rimangono dei campetti da pallacanestro recintati da alte reti. Segue un chiosco ristobar con vasta distesa di sedie, tavolini e gazebo agghindati a bomboniera con vistose tende svolazzanti di tulle bianco e filari di lampadine perennemente accese; qua e là improbabili piante di palma ormai morte rinsecchite, che forse volevano evocare paradisi tropicali per estraniare gli avventori dalla fabbrica delle nebbie in cui ci troviamo. Restano anche i ceppi degli imponenti platani che sono stati abbattuti, consentendo l’espandersi dell’attività commerciale privata nel parco pubblico.
Arriviamo ad un semaforo pedonale su un trafficatissimo nodo stradale cittadino; allo scatto del verde affrettiamo il passo per superare il lungo attraversamento ed arriviamo in un isolotto, un indefinibile non luogo senza marciapiede, con erba, sassi, gradini, pali metallici, cabine di servizio, segnaletiche, un parcheggio per auto; effettuiamo il “guado” assieme al nostro disabile passando con la carrozzina per la strada e raggiungiamo infine un marciapiede, questo finalmente percorribile, che ci condurrà percorrendo Viale Porta Po ex San Benedetto fino al famosissimo Palazzo dei Diamanti, sede storica di memorabili e affollatissime mostre d’arte internazionali, per visitare una modesta mostra itinerante o di un artista del 900 ferrarese ai più misconosciuto. Non c’è coda, non c’è folla. Si paga il biglietto. Si visita la mostra.
Questo è quello che chiunque può vedere guardando con occhio disincantato e lucido. Provate… andate, osservate. Non c’è trucco o invenzione, non è tratto da commenti sui social o dalle propagande; è il reale.
Ciao ciao bellezza, ciao ciao fragilità, ciao ciao integrazione, ciao ciao mobilità dolce… bella ciao ciao ciao.
p.s.: Ferrara, “la prima città moderna d’Europa”, come venne definita dallo storico del Rinascimento Jacob Burckhardt descrivendone la Addizione Erculea, ha una buffa e sorprendente peculiarità: quei due terzi della città murata, l’addizione, sono bancomat free… o quasi. Disgraziatamente Ferrara non può ambire a questo bizzarro primato da Guinness a causa di un’unica, intollerabile eccezione, il bancomat all’inizio di Via Porta Mare ex San Giovanni, tuttora presente e dignitosamente funzionante.
Anche l’Addizione Verde, il grandioso parco urbano che idealmente ricollega la città con il fiume Po (fortemente voluto negli anni ’70 da Giorgio Bassani, presidente di Italia Nostra, e dall’avvocato Paolo Ravenna, figlio del fu podestà di Ferrara), è bancomat free, ma forse ancora per poco essendo ormai stata declassata a zona grandi eventi. E lì sì che sono stati gettati dei vialoni asfaltati larghi 6 metri facilmente percorribili dalla folla ma – che peccato! – solamente per un paio di volte all’anno.
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