Carcere di Ferrara, un’animatrice ci racconta il bel progetto che coinvolge detenuti e non solo

di Maria Chiara Marchesini

Ogni settimana, entrando nella Casa Circondariale di Ferrara insieme all’amico Patrizio, non sappiamo mai quale musica verrà fuori…
È il quarto anno che, come volontaria, sono responsabile del Laboratorio Musicale per detenuti. Anno 2023: corso di chitarra facile; anno 2024: formazione del coro con volontari esterni; L’anno scorso e quest’anno: nascita di una vera e propria “fucina musicale”!
Prima di ogni incontro, penso a quali canti proporre ai detenuti musicisti e ai coristi esterni ed interni. Ma ogni volta accadono cose nuove: mentre Patrizio segue i chitarristi alle prime armi, io coordino i musicisti più esperti; in seguito entrano i coristi esterni e l’atmosfera si amplia. Una musica tira l’altra, gli accompagnamenti strumentali si improvvisano, nascono nuovi arrangiamenti, vengono in mente canzoni, ricordi lontani o brani di oggi, proposte di culture ed epoche diverse, si provano intonazioni e si scoprono doti musicali inaspettate. Le musiche si rincorrono, si comprendono, i testi rimandano a situazioni ed esperienze personali, in un mix di suoni e voci spesso imperfette e insicure, ma che esprimono ciò che ciascuno di noi ha dentro.
Tra i detenuti e i volontari c’è chi ama la musica da sempre, chi sta imparando a suonare, chi sa già suonare, chi sa cantare, chi vuole cantare nonostante le incertezze, chi desidera imparare e migliorarsi. Persone diverse che nella musica trovano un terreno comune, un linguaggio che permette di comunicare al di là della formazione personale e delle rispettive culture. In tale contesto è difficile utilizzare un metodo di insegnamento tradizionale, per questo ho pensato ad attività semplici e schematiche per l’apprendimento della chitarra, ricordando le mie esperienze didattiche a scuola.
Per il canto corale, lascio invece che ciascuno proponga liberamente canzoni, poi insieme troviamo armonizzazioni a più voci per sperimentare la polifonia. Così ogni partecipante indica al gruppo un brano che gli sta a cuore, e il gruppo, improvvisando, lo accompagna con cori e strumenti. Inaspettatamente nascono jam session formidabili! Questo dà a tutti molto entusiasmo e smuove emozioni, per cui ogni incontro diventa un momento di reale “ben-essere” e si impara molto gli uni dagli altri. Il nostro Coro Out/In (così si chiama) non rientra nel concetto classico di “coro”: qui i canti si imparano per imitazione, secondo la tradizione del canto orale; non c’è una reale alfabetizzazione musicale, l’aiuto è dato dai gesti manuali del direttore, si utilizzano partiture informali per chi canta e per chi suona (vedi detenuto violinista autodidatta). Essere intonati o stonati conta poco, l’allenamento e il sostegno dei compagni aiutano a correggere man mano l’emissione vocale e l’intonazione. Anche la capacità ritmica cresce insieme: c’è chi fatica e non attacca al momento giusto, ma poi trova sostegno nel gruppo e gradatamente avvengono miglioramenti. Il reale obiettivo è «con la musica, rendere l’ambiente carcere un luogo di possibilità positive e liberanti». La modalità di lavoro attivata, aperta alle imprevedibili proposte dei partecipanti, tiene conto delle potenzialità dei singoli, coglie gli errori trasformandoli in punti forza, media tra le varie ottiche musicali e favorisce il senso di appartenenza al “gruppo”, tanto che i detenuti hanno creato una vera band denominata “Gli ultimi” che, oltre al Laboratorio, si ritrova autonomamente un altro giorno a settimana per provare insieme. La band è formata da due tastiere, violino, due chitarre, ukulele, chitarra elettrica, violino, batteria e percussioni. I cantanti solisti della band sono pop e rock, cantanti africani, un rapper e un melodico napoletano. Alcuni detenuti cantano nel Coro. Qualcuno ha dimostrato anche capacità di composizione e così sono nate alcune canzoni e testi rap.
L’entusiasmo poi è contagioso: dopo aver assistito lo scorso marzo al primo concerto di Coro e band (con folta partecipazione di detenuti, volontari e personale interno) un paio di dottoresse dell’area medica del carcere si sono unite al Laboratorio e ora partecipano agli incontri fuori servizio. Una novità che rende questa esperienza ancora più inclusiva, poiché unisce detenuti, volontari e personale interno. In aprile si è poi tenuto il secondo concerto e in maggio il terzo, in cui sono stati proposti brani di cantautori italiani e stranieri. Il Coro ha eseguito addirittura a tre voci “Yamma”, canto palestinese di resistenza e ha concluso con una travolgente “Bella ciao”. In giugno altri due appuntamenti: uno riservato alle famiglie dei detenuti della band e un altro in collaborazione con l’ensemble di archi “Concordanze” di Bologna, che ha ideato appositi accompagnamenti alla band e al Coro.
Tutti questi eventi hanno seminato emozioni e hanno dimostrato che la musica sa creare “ponti” tra le persone di ogni provenienza e di ogni capacità musicale, abbatte muri dentro e fuori dal carcere, rende liberi. Coro e band hanno in cantiere altri progetti e continuano il cammino sperando che la propria musica riesca ad uscire e a farsi conoscere dalla città in nuovi spazi sonori sempre più coinvolgenti.

(Articolo pubblicato su “La Voce” dell’8 ottobre 2026)

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