Abbiamo incontrato i coniugi Giovanni e Katia Rossi e la nipote Dunia: «tante relazioni spezzate»
«Ci hanno preso l’appartamento, non torneremo più nella nostra casa». È questa l’amara constatazione che Giovanni Rossi e sua moglie Katia confidano a “la Voce”.
I due, assieme alla nipote Dunia, fino a febbraio vivevano in un ammezzato tra il quinto e il sesto piano della torre A del Grattacielo di Ferrara. Poi lo sgombero forzato. Dopo nove mesi, come tanti sono ancora nel limbo. I tre da allora sono ospitati da uno dei figli della coppia, Lorenzo, in via Bagaro. Giovanni e Katia sono ferraresi, in pensione. Lui ha lavorato a Bologna come elettrotecnico per la ditta Panigal, poi come tecnico commerciale, e lei come insegnante all’istituto d’arte di Trento. Nel 1977 – un anno dopo il matrimonio – decidono di tornare nella loro città.
Lo sgombero dopo 50 anni
Con un mutuo, comprano un appartamento al secondo piano della torre B del Grattacielo di Ferrara. Nel frattempo, nascono i figli Anna – nel 1980 – e Lorenzo – nel 1984. Nel 1987 si trasferiscono nella torre A. Tanti i ricordi, le relazioni intrecciate. Una vita costruita lì.
Poi arriva il principio di incendio deIl’11 gennaio. Dieci giorni dopo, in Prefettura, si tengono due incontri: uno con le istituzioni e l’amministratore di condominio, e nel pomeriggio uno tra istituzioni e consiglio direttivo dei condòmini, di cui Giovanni fa parte. Il giorno dopo, il sindaco Alan Fabbri firma due ordinanze di inagibilità delle torri A e C. «Ma nell’incontro del giorno prima non ci aveva detto di questa sua intenzione», ci spiega Giovanni.
Il 12 febbraio lo sgombero definitivo, proprio il giorno del suo 80° compleanno. «La sera prima abbiamo concluso il trasloco», ci spiega. «È come se ci avessero gettato via l’appartamento e disperso quel che avevamo. Parte dei mobili sono in magazzini di amici e conoscenti, perché – anche data l’età che abbiamo – non siamo ottimisti sul fatto che riusciremo a tornare nella nostra casa e a sopportare un altro trasloco. Molte persone però in questi mesi ci hanno aiutato, compresi, per i traslochi pesanti, amici di nostra figlia Anna». Anna che ha vissuto al Grattacielo coi genitori fino al 2004 per poi andare in Spagna per l’Erasmus. Lì ha conosciuto quello che poi è diventato il padre dei suoi tre figli. Ora vivono in Portogallo.
Relazioni interrotte
«Al Grattacielo – ci spiega Katia – c’erano alcune difficoltà ma abbiamo sempre trovato tanta umanità, tante buone persone. Ad esempio, una signora moldava, poi trasferitasi, oltre a rumeni, nigeriani, ucraini e italiani. E a Veronica, donna russa, che ancora oggi a volte viene a trovarci e ad aiutarci. O un signore marocchino che andò anche a trovare Giovanni durante un ricovero in ospedale». Insomma relazioni di buon vicinato e in alcuni casi di amicizia. «Spesso le persone africane erano le più gentili – aggiunge Katia -, alcuni di questi ragazzi mi chiamavano “mamy”, “mamma”, mi aiutavano quando avevo sporte pesanti da portare».
Come detto, ora vivono nella casa del figlio Lorenzo, in quella che era la casa della famiglia d’origine di Katia. «Qui è tutto più difficile, ci sono due camere da letto e siamo in quattro, ed è più piccolo rispetto al nostro appartamento al Grattacielo», ci spiegano. Casa nella quale non rientrano da febbraio e per la quale pagano ancora le spese fisse delle bollette («perché i tecnici non possono accedere all’edificio») e chissà se dovranno pagare quelle condominiali. «Da febbraio – ci dice Katia – vivo come se fossi in una campana di vetro. Forse un po’ sto rimuovendo il trauma di aver dovuto lasciare la mia casa».
Una situazione non facile nemmeno per la nipote Dunia, 20 anni, nata in Portogallo e residente a Ferrara da due anni, da quando ha scelto di trasferirsi nella terra d’origine dei suoi nonni materni per studiare Storia all’Università di Bologna, dov’è iscritta al terzo anno. Per lei, la casa al Grattacielo è la casa dei nonni, la casa dove la mamma è cresciuta, la casa dove – fin da quando era piccola – veniva in vacanza. In quella casa, quindi, «non ho fatto fatica a mettere radici», ci spiega. «Il grattacielo era un ambiente tranquillo, vi erano casi di marginalità ma non era l’inferno come molti lo hanno descritto per anni».
«Probabilmente, qualche fondo immobiliare vorrà comprare tutti o quasi gli appartamenti», conclude Giovanni con amara lucidità. «Questa situazione mi ricorda il film francese del 20223 “Gli indesiderabili” (del regista Ladj Ly, ndr). Ai tempi avevo pensato: “se capiterà qui al Grattacielo, faremo la stessa fine dei protagonisti del film, verremo sfrattati dalle nostre case”. E così è accaduto. Secondo me col Grattacielo hanno fatto un esperimento di gentrificazione che applicheranno nel tempo anche ad altre zone della città e a livello nazionale». Più passa il tempo e più questo rischio si fa minaccia.
La voce di Anna
«Ricordo ancora il nostro primo appartamento al Grattacielo, nella torre B, le piastrelle del pavimento e tanti altri dettagli e aneddoti».
Inizia così, con una nota affettiva, la nostra telefonata da Lisbona con Anna Rossi, figlia di Giovanni e Katia, mamma di Dunia. E non può che essere così: nessun sentimentalismo ma la vita che irrompe, le emozioni e i vissuti che riaffiorano non appena si evoca quel luogo, “magico” un tempo, ora lontano, serrato.
«Soprattutto per Dunia, ma anche per i miei figli più piccoli, era anche casa loro, lì avevano i loro giochi». Un porto sicuro, luogo privilegiato affinché una narrazione possa nascere, le rêverie svilupparsi.
Il ricordo è poi costretto ad andare a quell’11 gennaio 2026, il messaggio dell’amica prima della lettura della notizia che riguarda le torri. E poi, Anna che si fionda a Ferrara, aiuta per il trasloco, ma il sostegno non è solo materiale, ma del cuore. «Diversi oggetti sono stati riposti in alcuni magazzini di amici e conoscenti, altri li ho portati con me a Lisbona, ad esempio le foto di quand’ero bambina». Un modo di salvare brani della propria biografia, pezzi di casa, di quel nido dove Anna è cresciuta. Ma non è stato facile, certi oggetti trascendono il loro essere cose, sono «pezzi di anima: sì, li ho salvati ma è come se avessi tagliato via alcuni legami, ai miei».
Il lato personale però si intreccia con quello collettivo, politico.
«Ho il sospetto che qualcuno stia consapevolmente rimandando all’infinito l’inizio dei lavori necessari, per portare i proprietari ancora più alla disperazione e costringerli così, alla fine, a svendere le loro case», ci dice Anna. Un progetto iniziato diversi anni fa, con la delegittimazione di quello che per molto tempo è stato l’unico vero quartiere multietnico di Ferrara. «A un certo punto – riflette ancora Anna – si additavano i “terroni”, poi lo si è fatto coi rumeni, quindi con gli albanesi, altri dell’est Europa, infine con gli africani». Insomma, «si è trattato di un esperimento sociale iniziato almeno da 40 anni». La creazione sistematica del mostro, da sbattere di volta in volta in prima pagina. Così, l’edificio e la zona vengono delegittimate, le persone han paura, cresce la marginalità (che non si vuole davvero affrontare), le case perdono di valore.
E ora si tenta il colpo finale.
Ma Anna ha ancora negli occhi i volti di tanti condomini, persone buone, tranquille, alcune conosciute in passato, altre lo scorso febbraio. Intrecci di vite che rischiano di perdersi.
Andrea Musacci
(Articolo pubblicato su “La Voce” del 5 novembre 2026)
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