Imane e i suoi genitori da mesi aspettano risposte dal Comune: originari di Casablanca, sono proprietari alle torri. La loro “via crucis” tra b&b e altri alloggi. «Ora è tutto abbandonato, finirà come il Palaspecchi». E intanto ad altri residenti delle torri vengono proposti alloggi lontani, vuoti e senza allacci
di Andrea Musacci
«Ferrara per me è casa. Ci aspettavamo un trattamento diverso dalle istituzioni». Sono, queste, parole di Imane, ragazza marocchina, fra i residenti del Grattacielo che abbiamo incontrato, assieme a sua madre Fatna. Imane e i suoi genitori, fino a febbraio hanno vissuto nella torre A e ora sono divisi, in alloggi momentanei.
Da Casablanca all’Italia
Ahmed, il padre, lavora a Bologna, per la Tper, mentre Fatna ha un lavoro part time a Ferrara. Sono originari di Casablanca, in Marocco. Ahmed è arrivato in Italia nel 2001, due anni dopo lo hanno raggiunto i suoi famigliari. Al Grattacielo i prezzi degli immobiliari erano più convenienti rispetto al capoluogo regionale: nelle torri hanno vissuto prima in affitto al primo piano della torre A, poi hanno deciso di comprare un appartamento al dodicesimo piano della stessa torre. Il mutuo è iniziato nel 2005 e lo estingueranno fra dieci anni. «In questi mesi abbiamo continuato a pagare le rate del mutuo, circa 500 euro al mese», ci spiegano.
Imane quando è arrivata a Ferrara aveva nove anni e ha frequentato la primaria Leopardi, poi la Boiardo e il Marco Polo (oggi Bachelet). Dopo la triennale all’Università di Ferrara, ora è iscritta alla Magistrale a Reggio Emilia (Uni MoRe) in Pubblicità, comunicazione digitale e creatività d’impresa.
Quei giorni di dolore
L’11 gennaio scorso Ahmed faceva il turno notturno a Bologna: ogni volta che ha questo turno (che sceglie per pagare il mutuo dell’appartamento nelle torri, oltre alle onerose spese condominiali) finisce alle 2 ma deve aspettare le 4 per prendere il primo treno che lo riporta a Ferrara. Quella mattina, arrivato alle 4.45, ha visto il fumo al Grattacielo e i Vigili del fuoco. «Noi in quanto musulmani, alle 4 eravamo sveglie per la preghiera dell’alba, la prima della giornata – ci dice Imane -, notiamo che mancava sia la luce sia l’acqua ma pensavamo a un blackout momentaneo, che ogni tanto può accadere. Poi nostro padre entra e ci spiega tutto, altrimenti ce ne saremo accorte solo durante la giornata. Da noi, luce e acqua sono state riattivate poche ore dopo».
E anche dello sgombero delle torri A e C – proseguono – «abbiamo saputo dai giornali e dai social. Abbiamo poi chiesto conferma al nostro custode, perché ci sembrava assurdo che una decisione che ci riguardava direttamente venisse comunicata prima alla stampa poi ai diretti interessati. Eravamo incredule. Ma a maggior ragione nessuno si aspettava che dopo dieci mesi saremmo stati ancora fuori dalle nostre case. Ricordo condòmini che mentre noi, i primi di febbraio, iniziavamo il trasloco, sorridendo ci dicevano che stavamo esagerando, che nessuno sarebbe stato sgomberato». Alcuni hanno accettato la triste realtà solo la mattina del 12 febbraio, quando hanno sgomberato gli ultimi rimasti.
«Siamo andati – prosegue Imane – allo sportello Ssui a san Rocco e in altri uffici, ma abbiamo trovato solo muri. Ognuno degli uffici che contattavamo ci rispondeva: “essendo un affare privato, dovete muovermi in modo autonomo”. È come se mi avessero tolto la terra da sotto i piedi. La prima cosa che una persona cerca quando arriva in un Paese nuovo è la casa, e così una coppia quando si sposa. È come se ci avessero tolto tutto, o quasi».
«Non ci aspettavamo potessero fare una cosa del genere», aggiunge Fatna. «Ma come – si chiede Imane -, tu sindaco sei preoccupato per la nostra sicurezza, quindi ci sgomberi e poi non ti preoccupi se finiamo in mezzo a una strada? Allora non sei davvero preoccupato per noi. Il Comune non ha mai avuto nessun piano per far fronte a questa emergenza».
San Bartolo come rifugio
Dalla sera del 12 febbraio fino al 30 giugno, hanno vissuto nell’ex residenza San Bartolo alle porte di Ferrara, assieme ad altri sgomberati. Bagagli ed effetti personali ingombranti han dovuto lasciarli da amici. «Nel nostro appartamento al Grattacielo, la luce ce l’hanno chiusa subito, da remoto, mentre nonostante le nostre richieste, il gas no, e così per mesi abbiamo dovuto continuare a pagarne le spese fisse, oltre alla Tia».
Come molti, Imane e i suoi genitori nemmeno sapevano dove fosse san Bartolo, «ci hanno portato in macchina. Questo periodo è stato, nonostante tutto, positivo, ci ha ridato speranza, anche dopo aver saputo dei messaggi di odio e razzisti sui social contro i condomini del Grattacielo. Qualcuno addirittura a noi residenti ha augurato di morire bruciati dentro le torri», aggiunge la ragazza.
A san Bartolo i tre riescono ad avere una stanza tutta loro, tenuta bene. «Qui abbiamo conosciuto tante persone buone, dalle volontarie e volontari al custode che è stato come un padre, e altri condomini che lì hanno vissuto, nigeriani, cinesi, ad esempio, molti dei quali prima non conoscevamo». Fatna dopo un po’ era diventata la “mamma” dei tanti ragazzi lì presenti. San Bartolo – ci dice Imane – «è stato il rifugio nella tormenta».
Essendo Ahmed e Fatna over 65, Caritas li ha aiutato a contattare il Pris – Pronto intervento sociale: «prima il Pris poi Asp han sostenuto le spese per il b&b nel quale ci hanno collocati, e dove siamo rimasti fino al 10 settembre». Due stanze, con solo un piccolo fornetto elettrico per scaldare gli alimenti e un minifrigo.
Oggi, Imane è in una struttura che ospita donne in difficoltà, i genitori sono in cohousing in un appartamento in centro, che dividono con una famiglia composta da genitori e due figli. Bagno e cucina in comune. «A san Bartolo più volte abbiamo assistito a telefonate alle agenzie immobiliari: quando era una volontaria di origini italiane a chiamare, gli appartamenti disponibili c’erano. Se dopo 10 minuti chiamava un ragazzo nigeriano, non c’erano appartamenti liberi…e anche a noi ci han trattato così. È davvero vergognoso dover subire atti di razzismo come questo».
Futuro incerto
Altro tasto dolente è quello dei debiti per quanto riguarda le spese condominiali. «Noi come famiglia non solo non siamo in debito ma siamo addirittura in credito, ma nonostante ciò, ci puniscono in questo modo. In passato – aggiungono -, tutti i lavori antincendio o per la sicurezza sono stati fatti con i condòmini nelle case. E so di alcuni di loro che addirittura per il bene del Grattacielo hanno donato soldi per le spese comuni. Un altro, invece, ho saputo che in questi mesi ha già comprato altri diversi appartamenti, oltre a quelli che possiede già». Gli speculatori sono già in agguato. «Inoltre – ci dice Imane – il vero degrado inizia ora con il Grattacielo abbandonato. In passato c’erano problemi ma anche una buona convivenza tra i residenti.
«Ora siamo senza tetto – conclude amaramente Imane – ma con una casa di proprietà e con un “debito” con la banca di 60mila euro, cioè quel che ci rimane da pagare per il mutuo». Altri proprietari sono irraggiungibili, hanno lasciato Ferrara se non l’Italia. «Non sappiamo in che situazione siano le nostre case, non possiamo nemmeno entrarci. Per me – conclude Imane – il Grattacielo finirà per andare in degrado come in passato Palazzo degli Specchi, poi arriverà qualche fondo immobiliare e si comprerà tutto, a prezzi bassissimi».
Un timore ormai sempre più diffuso. Chi può aiutare queste persone ad avere un futuro diverso?
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La notizia: proposti alloggi lontani e vuoti
Il Ssui – Sportello Sociale Unico Integrato ha iniziato a contattare famiglie di sgomberati per proporre loro alloggi Erp fuori città: Sabbioni, Ravalle, Marrara, Fossadalbero. Alloggi lontani, piccoli per famiglie e senza mobili né cucina né allacci. Una risposta tardiva, nettamente insufficiente e attivata solo dopo la sentenza del Tar di fine settembre che ha dichiarato illegittimo il silenzio del Comune di Ferrara riguardo le richieste di alloggi (circa 70) presentate dagli sfollati. Con in più – se si rifiuta l’alloggio – l’impossibilità per due anni di fare una nuova domanda.
(Articoli pubblicati su “La Voce” del 5 novembre 2026)
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