Istituto di ricerca per la pace e il disarmo: una proposta della Campagna “Un’altra difesa è possibile”
[Leggi qui il primo dei due articoli dedicati alla Campagna]
di Elena Buccoliero
Per fare la guerra bisogna prepararsi. E per fare la pace? Altrettanto, sostiene la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, pensata da Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci e Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare sulla difesa civile, non armata e nonviolenta.
Uno degli obiettivi, insieme alla costituzione dei Corpi civili di pace di cui si è detto la settimana scorsa (v. “la Voce” del 19 giugno, ndr), è costituire un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Cioè destinare intelligenze, capacità e risorse per studiare i conflitti, conoscere la nonviolenza, progettarne e valutarne le azioni.
Che ci sia bisogno di studiare per non entrare in escalation violente lo sappiamo tutti. Di fronte a un’offesa, rispondere per le rime è semplice. Non serve prepararsi per arrivare alle mani. Invece per argomentare bisogna approfondire. E per capire le ragioni dell’altro, ascoltarlo e spiegarsi cercando una soluzione soddisfacente per entrambi occorrono empatia, disponibilità, autostima e molto altro ancora. Una ricetta difficile, e non ci va di mezzo la vita. Se allarghiamo lo sguardo a conflitti più impegnativi, prepararsi è indispensabile.
Non partiamo da zero. Da due anni, a livello universitario, un dottorato nazionale in Studi per la Pace interessa una decina di atenei italiani, tra cui quello ferrarese, e prepara giovani che approfondiscono l’argomento sotto svariati profili: economico, sociologico, giuridico, letterario, scientifico e altro ancora. Alcuni di quegli atenei hanno una tradizione in questo senso nata ben prima del dottorato.
Per stare sul territorio regionale vale la pena ricordare la Scuola di Pace di Montesole mentre nelle scuole anche ferraresi i volontari delle associazioni propongono riflessioni e testimonianze. Solo come Movimento Nonviolento, nell’ultimo anno scolastico, abbiamo incontrato una quarantina di gruppi, tra classi e giovani in servizio civile.
Una mappatura completa dell’educazione alla pace e alla nonviolenza in Italia non ce l’ha nessuno. Sarebbe importante. Per quanto possiamo sapere, la situazione è a macchia di leopardo, discontinua, insufficiente. Spesso affidata alla sensibilità e alla preparazione di singoli docenti, o alla casualità di un incontro con volontari di qualche associazione. L’investimento per far conoscere l’esercito affinché diventi allettante è ben più strutturato, in tutta Italia e anche nelle scuole ferraresi. Eppure è ormai acquisito, per Cassazione, che la patria si difende anche senz’armi. Ma si evita di farlo sapere in giro. E agli adulti-adulti non insegna niente nessuno. A chi può decidere, meno ancora. Un vero peccato.
Non si capisce perché, per far parte dell’esercito, ci siano tante cose da imparare, e per la difesa non armata non ci sia bisogno di niente. Oltretutto, in tempi di guerra, indossare una divisa è la cosa più sicura da fare. È ormai acclarato, sono pochissimi i militari che muoiono; in compenso ovunque è strage di civili, e principalmente di civili inermi come anziani, donne, bambini.
Per intervenire sui conflitti sociali, tra culture, internazionali, la preparazione è indispensabile. Non ne siamo abbastanza consapevoli. Da generazioni studiamo la storia come un susseguirsi di guerre tralasciando il «sangue risparmiato», per dirlo con Anna Bravo, una dei pochi storici che in Italia si sono dedicati al rovescio della guerra. Conoscere e celebrare la storia dei profughi accolti, delle persone protette, delle battaglie interrotte, dei resistenti non armati, renderebbe pensabile un fatto che sfugge al pensiero comune, cioè la possibilità di un intervento nonviolento nei conflitti, anche nei più aspri. Pensiamo alla resistenza nonviolenta al nazismo in Danimarca o in Norvegia, e al fascismo in Italia, ai bambini ebrei salvati e fatti transitare sotto falso nome, ai giovani bondenesi risparmiati dall’arruolamento fascista grazie al coraggio delle madri… Procedo per suggestioni. Il materiale da conoscere sarebbe immenso. Arriverebbe ai nostri giorni, con gli obiettori di coscienza presenti in tutte le guerre a partire da quelle che conosciamo di più: Israele e Palestina, Russia e Ucraina. Alcune di queste azioni sono individuali e di estremo coraggio. La testimonianza di queste persone è luminosa. Altre sono azioni collettive preparate nel tempo. Ma allora ci vuole il tempo e ci vogliono le persone, le intelligenze, i mezzi. Per organizzare la popolazione, per favorire la convivenza tra culture, come per accompagnare le industrie di armi alla riconversione civile invece di fare il rovescio.
Proprio i Corpi civili di pace, esempio possibile di intervento di pace organizzato e strutturato, richiedono persone formate. Non “anime belle” ma persone coraggiose e preparate, che conoscono le lingue e le culture dei popoli, che sanno comprendere le radici dei conflitti e relazionarsi con tutte le parti in causa. Anche in questa funzione un Istituto di ricerca per la pace sarebbe di fondamentale importanza. In Germania, dove esistono i Civil Peace Corps, non manca un istituto di ricerca che si occupa di formare i volontari, supportarli, progettare, verificare ciò che si fa.
Secondo la proposta depositata da “Un’altra difesa è possibile”, i finanziamenti per l’istituto come per i corpi civili di pace potrebbero discendere, almeno in parte, da un’opzione fiscale. Un 6×1000 che ogni cittadino potrebbe, se vuole, destinare a finanziare la pace.
“Un’altra difesa è possibile” si firma con SPID o CIE sul sito del Senato. Info: www.difesacivilenonviolenta.org
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2026)
Per firmare inquadra il qr code:

Non vuoi perderti nemmeno un articolo? Abbonati qui!



