Femminicidi: la storia di Samanta Zironi, assassinata nella sua casa di Barco. Una storia di violenze e speranze. Abbiamo partecipato ai funerali celebrati cinque mesi dopo la morte. Amiche e conoscenti ci hanno parlato di lei per ricordarla e omaggiarla
di Andrea Musacci
Sul piccolo balcone al primo piano del condominio tra via Gatti Casazza e via Maragno è rimasta la girandola a vento, un vecchio sdraio e uno stendino coi panni ancora stesi, che il vento ha ribaltato. Siamo in zona Barco a Ferrara e in questo appartamento viveva Samanta Zironi, 50 anni, e quello che sembra essere il suo assassino, il marito Vladimiro Lombardi, 52enne impiegato in una mensa del petrolchimico. In carcere, quest’ultimo da quel 30 maggio scorso si rifiuta di parlare. Era stato lui, quella notte alle 3 e mezza, a chiamare i Carabinieri, parlando di un suicidio. Ma Samanta è stata uccisa da un fendente al petto sferrato con un coltello da cucina. L’hanno trovata accasciata di fianco al letto, senza indumenti.
La mattina dello scorso 22 ottobre la vicina chiesa del quartiere ha ospitato i funerali, celebrati da don Luciano Domeneghetti e don Charles Anagwo. Presenti in prima fila la madre Daniela (originaria della zona di Contrapò) e il fratello Aurelio, che vivono non distanti, in zona Porta Catena.
Samanta ora riposa al cimitero di Denore, perché la sua famiglia è originaria della frazione di Villanova.
La famiglia
Di Samanta si sa poco, del suo vissuto difficile non si riesce a conoscere molto, se non che fosse una ragazza, poi una donna, intelligente, consapevole delle cose, sensibile. E che da adolescente aveva frequentato la Città del Ragazzo.
Un’amica di famiglia ci racconta invece del padre di Samanta, Luciano, morto 15 anni fa, che aveva tre fratelli e tre sorelle. «Luciano era un agricoltore, ben voluto da tutto il paese di Villanova. Tutti aiutavano lui e la famiglia quando erano in difficoltà economiche». E in eventi eccezionali, come durante l’incendio notturno del loro pagliaio. «Ricordo che alcuni anni fa vidi Samanta fare la volontaria in cucina alla Festa dell’Unità di Pontelagoscuro. Il padre aveva sempre protetto lei e i suoi famigliari: se fosse stato ancora vivo, Samanta non sarebbe stata uccisa».
La figlia strappata
Dopo il funerale, il feretro è stato fatto fermare davanti al condominio dove la donna viveva. Lì davanti, le amiche hanno fatto volare una lanterna rossa in suo ricordo. E qui, la madre ha cercato fra le lacrime di parlare di lei, di ricordarla, chiamandola ripetutamente «la mia bambina» e dicendo: «le chiedevo “come stai?” e lei mi rispondeva che stava bene, e sorrideva».
“Lombardi Vladimiro” è l’unico nome sul campanello di quello che era il loro appartamento. I due avevano una figlia, ma i servizi sociali gliel’avevano tolta quando aveva pochi mesi. La coppia allora viveva già nel degrado: lui una volta le aveva cacciate fuori di casa. Valentina, questo il nome, vive in affido, non si sa dove, e ora ha quasi 18 anni. E l’ex parroco don Silvano Bedin ci racconta un altro aneddoto: «una volta Samanta e Vladimiro vennero in parrocchia per chiedermi aiuto per il pagamento di una bolletta».
Una storia di violenze
Abbiamo incontrato Gloria e Simona, le uniche due amiche della donna uccisa. La prima vive da vent’anni al quinto piano dello stesso palazzo, la seconda – con figlia e nipotina – al secondo piano dell’edificio di fronte. Spesso Samanta suonava al campanello di Gloria.
«A quei tempi – ci raccontano – erano seguiti dai servizi sociali, che dopo averle portato via la figlia, però, si son lavati le mani e hanno smesso di seguirli. E la piccola l’hanno portata via una mattina quando si trovava al vicino Centro Bambini e Famiglie “Elefante Blu”. Samanta l’aveva lasciata lì la mattina presto e quando è tornata a ora di pranzo per riprenderla, la sua bimba non c’era più. Non l’avevano nemmeno avvisata.
«Una volta – prosegue Gloria – avevamo visto la piccola sul balcone, abbandonata. Lui aveva anche problemi di alcolismo. Lo scorso inverno una notte l’ha buttata fuori dalla porta in pigiama. E un’altra notte sono usciti perché fuori era scoppiato un piccolo incendio: lui aveva il giaccone, lei no. Gli ho chiesto: “perché non l’hai coperta?!”. Lui, come sempre, non ha risposto e lei aveva il volto nero di lividi. Anche un’altra volta le ho visto un braccio tumefatto. Quando le ho chiesto cosa fosse successo, mi ha detto: “ho sbattuto contro un armadio”. “Ma è davvero così?”, le ho domandato. Allora lei ha abbassato gli occhi e scosso leggermente la testa. Tante volte le ho detto di denunciare il marito ma non lo ha mai fatto». Samanta viveva nella speranza che un giorno sua figlia sarebbe tornata lì da lei, e quindi voleva farsi trovare. «È anche vero – proseguono le due amiche – che se una donna denuncia poi spesso non viene aiutata da chi dovrebbe proteggerla».
Samanta temeva il marito, per questo non lo ha mai denunciato né mai si è rivolta al Centro Donna Giustizia, nonostante le amiche la invitassero a farlo e a scappare, ad andare dalla madre. «Tante volte – ci raccontano – abbiamo sentito le sue urla, gridava “basta, lasciami stare”».
A Simona una volta ha detto: “mi ha picchiata perché voleva fare il maiale con me e io mi sono rifiutata”. E all’amica poco prima di morire: “la prossima volta che mi mette le mani addosso, lo denuncio”. Non ha fatto in tempo. Più volte sono intervenuti i carabinieri, chiamati dai vicini. Più volte lei è finita all’ospedale per le botte.
Il marito non le permetteva di uscire di casa, nemmeno per la spesa. «E ricordo – dice Simona – di averla vista tante volte portare fuori il pattume con un carrellino, ma non da sola: lui era dietro di lei, la controllava, geloso com’era». Simona ci racconta anche un aneddoto di due giorni prima dell’omicidio: «esco per gettare il pattume e vedo Vladimiro da solo sul balcone che fa un gesto come per sferrare dei pugni». O delle pugnalate. Forse, pieno di rabbia, «aveva già in mente qualcosa». E Gloria aggiunge che alcune ore prima di quelle 3 e mezza di notte indicate dagli inquirenti – a metà giornata – «tornavo dal supermercato e l’ho sentita gridare e vista scappare, poi ho sentito un tonfo, come di una persona che cade. Quindi per me l’ha uccisa prima di quell’orario».
Tentativi di memoria
Alcuni mesi fa, le amiche di Samanta hanno pensato di ricordarla anche allestendo all’entrata del palazzo un piccolo “memoriale” con foto, fiori e drappi rossi, purtroppo più volte vandalizzato da ignoti.
E sempre in sua memoria, lo scorso 10 giugno varie associazioni e gruppi hanno organizzato una camminata nelle vie del quartiere: in tantissimi vi hanno partecipato. Ma passando per via Gatti Casazza, e alzando lo sguardo, si vede ancora sul balcone di Samanta lo stendino a terra, coi panni da lei stessa stesi poco prima di essere uccisa. Un grande silenzio pervade quel luogo abbandonato, come una grande solitudine dominava quella casa.
È ora di rompere i tanti silenzi, di far seguire alle grida di aiuto azioni concrete, vicinanza, presenza fissa e amicale. Presenza delle istituzioni e di chi deve tutelare quelle donne, non lasciarle sole nel loro inferno. Perché, davvero, altre non debbano vivere lo stesso destino di Samanta.
(Articolo pubblicato su “La Voce” del 29 ottobre 2026)
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