Argentina. Don Emanuele Zappaterra tornato in Italia ci scrive: «un’esperienza che mi ha messo a nudo»
Sta per terminare ottobre, il mese dedicato alla missione e mi accorgo che giusto quest’anno in cui sono rientrato in diocesi si è celebrata la centesima Giornata Missionaria Mondiale, che mette in evidenza l’universalità di ogni vita e azione offerta alla missione. Ecco perché dietro ogni missionario e missionaria fidei donum c’è la presenza della Chiesa intera, soprattutto di quella della diocesi a cui appartiene. È così che mi sono sempre sentito negli anni vissuti in Argentina, nella diocesi di Gualeguaychú tra le isole dell’Ibicuy, ovvero il volto missionario della Chiesa che mi aveva invitato. Ed è quello che ho cercato di comunicare attraverso le pagine del settimanale diocesano La Voce. Uno in Cristo. Uniti nella missione. Lo dice anche il tema guida scelto da Papa Leone per quest’anno.
Non voglio impegnare molto tempo e nemmeno raccontare storie commoventi e toccanti della gente che ho incontrato, perché le loro vite sono terra sacra che non voglio calpestare solo al fine di catturare l’attenzione e commuovere. Se qualcuno vuole sapere e conoscere, lo deve fare andando e incontrando, come ha fatto Maddalena che è venuta dall’Inghilterra e ci ha raggiunto o alcuni miei familiari. O il gruppo che è andato in Perù quest’estate. O don Roberto Sibani che è divenuto col suo viaggio annuale un ponte per Parauapebas. O ancora Maria Giovanna Maran che da vari anni è in Brasile ed è rimasta come unica missionaria fidei donum della nostra diocesi.
Posso solo raccontare quanto ho ricevuto dalla missione. Mi ha convertito lo sguardo, mi ha fatto capire che non è importante ciò che io volevo vedere, ma quello su cui non avevo mai voluto posare lo sguardo ed era proprio lì che Gesù mi stava aspettando. La missione mi ha spogliato, messo a nudo: di chi ero prima di arrivare, dei traguardi e successi che avevo collezionato, della mia posizione, dei miei affetti e di tutto il resto nessuno sapeva niente. Ero partito solo e non avevo italiani che mi aspettassero. Allora non ti resta che lasciarti accompagnare dallo Spirito Santo in questo nuovo nascere, per essere parte di un’assoluta novità fatta però di fratelli e sorelle che Dio ti ha donato, lontano, altrove.
E la storia continua a scriversi insieme alla luce del Vangelo, appunto “Uno in Cristo”.
Poi ti accorgi che la missione ti evangelizza, ti spinge alla comunione e all’unità, ti insegna, ti dà forma nuova, come si fa con l’argilla presa sulle rive dei fiumi e lavorata da mani abili. Guardi una tua vecchia foto e ti riguardi poi allo specchio e vedi che qualcosa è cambiato. Adesso addirittura hai un soprannome nuovo: te lo hanno dato loro, quei fratelli e quelle sorelle che adesso sono la tua nuova casa, la vita nuova, uniti nella missione.
Quattro anni vissuti nel sud entrerriano argentino sono pochi, forse abbastanza, o forse niente. Il tempo, infatti, è sempre relativo, anche in missione. Sono gli incontri che contano davvero e le relazioni che nascono e si coltivano. È condividere fino in fondo, così come ha fatto Gesù con noi.
Sono rimaste in cammino intuizioni e promesse, che se Dio vorrà prenderanno forma, come l’argilla appunto. Complice l’estate e l’entusiasmo di qualche giovane e adulto che abbia voglia di lasciarsi portare all’incontro, magari alcune proposte concrete continueranno a marcare il segno della comunione che lega la nostra diocesi a quella di Gualeguaychú.
Mi è stato chiesto che cosa sento adesso che sono tornato. È troppo presto per rispondere, perché forse una volta partiti alla missione non c’è ritorno.
Don Emanuele Zappaterra
(Articolo pubblicato su “La Voce” del 29 ottobre 2026)
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