Una vicenda quasi inedita: l’industriale, politico e mecenate ferrarese fu riconosciuto dalla madre solo a 13 anni, e dal padre a 18. La causa? Lei era già sposata. Indagine sull’infanzia di uno degli uomini più potenti del Novecento italiano

di Andrea Musacci

La vita di Vittorio Cini, si sa, è stata nelle grazie e nelle disgrazie una vita anomala: imprenditore di successo, ai suoi tempi uno degli uomini più ricchi d’Italia, mecenate, Senatore del Regno, Ministro delle Comunicazioni da marzo a luglio del ‘43. Poi, internato a Dachau perché si oppone alle scelte belliche di Mussolini e finanziatore dei partigiani. Marito dell’attrice Lyda Borelli, i due pèrdono il figlio Giorgio a 30 anni in un tragico incidente aereo. Dopo queste esperienze drammatiche, Vittorio riscopre la propria fede cattolica (ne parliamo sulla “Voce” del 13 gennaio 2023).

Ma un aspetto della sua esistenza è quasi per nulla noto: Vittorio Cini è stato un figlio “esposto”, riconosciuto dalla madre all’età di 13 anni e dal padre a 18.

CHI ERANO I GENITORI

Vittorio Cini nasce il 20 febbraio 1885 a Ferrara, presumibilmente nell’abitazione di famiglia in Santo Stefano che ancora oggi si chiama “Casa Cini”. Della madre, Eugenia Berti, non si sa molto, mentre il padre Giorgio (classe 1853) è un ricco farmacista e possidente ferrarese. Con abili azioni finanziarie Giorgio riesce a recuperare la piena proprietà del castello di Monselice, nel padovano, delle cave ereditate dalla mamma Domenica Giraldi e gradualmente anche delle ultime azioni ancora in mano alla sua famiglia materna. Avvia una grande azienda specializzata nella fornitura di pietre lavorate o da sottofondo che gli permette di aggiudicarsi importanti appalti relativi alla fornitura di pietrame per lavori portuali e ferroviari. Per la sua fluente barba, venne ricordato dalla gente del Montericco come il “Barba Cini”. Muore improvvisamente a Parigi il 9 maggio 1917. 

FIGLIO “ILLEGITTIMO”

Molto probabilmente Giorgio Cini non ha mai sposato Eugenia Berti. Quest’ultima, infatti, era già (stata) sposata (come ne accenna Anna Guglielmi Avati in “Vittorio Cini. L’ultimo doge”), con Clemente Gandini, dal quale aveva avuto tre figli (Emma, Carlo e Clemente). Una situazione molto delicata a quei tempi, da tenere il più possibile nascosta. Una situazione che ha, dunque, con ogni probabilità, fatto decidere a Giorgio e a Eugenia – per non dare scandalo – di non riconoscere per molti anni il piccolo Vittorio e, successivamente, sua sorella Giorgia. Anche a quest’ultima, quindi, è probabilmente toccata la stessa sorte del fratello: quella che tocca ai figli considerati “illegittimi”, e quindi “esposti”.

DOV’È NATO DAVVERO VITTORIO CINI?

Questo contesto fa riflettere anche su dove effettivamente Vittorio sia nato: se, infatti, la madre Eugenia, al momento della sua nascita era ancora sposata con Clemente Gandini, è molto improbabile che abbia partorito a “Casa Cini”, come ovunque indicato. L’unica possibilità, dunque, è che Gandini alla nascita di Vittorio fosse già deceduto e che quindi Eugenia fosse stata accolta a casa di Giorgio in S. Stefano per portare a termine la gravidanza.

DESTINATO AGLI “ESPOSTI”

Abbiamo recuperato l’atto di nascita di Vittorio Cini: lo zelante funzionario del Comune di Ferrara di allora, Ettore Galavotti, il 24 febbraio 1885 (quattro giorni dopo la nascita del piccolo Vittorio) registra la ricezione dalla Direzione del Patrio Luogo Esposti della denuncia di nascita: «Si denuncia all’Ufficio dello Stato Civile essere pervenuto a questo Stabilimento il giorno 20 suddetto alle ore 11 antimeridiane un bambino illegittimo di sesso maschile nato il 20 suddetto alle 2 antimeridiane, a cui viene imposto il cognome di “Vittoriosi” ed i nomi di “Vittorio Giuseppe Giorgio” ed è stato inscritto nella Matricola G. al numero 511». Il cognome veniva per prassi deciso dall’Istituzione. I nomi, in questo caso, dal padre, che quindi, per mantenere con lui una sorta di legame, gli fa assegnare anche il proprio nome.

Dalla scheda dell’esposto – che abbiamo recuperato grazie all’Archivio di Stato di Ferrara -, risulta come Vittorio sia stato portato il giorno della sua nascita (non è indicata la parrocchia dov’è nato), alle 11 del mattino (quindi 9 ore dopo esser venuto alla luce) all’Ufficio di consegna del Luogo Pio di Ferrara (in via Bersaglieri del Po) da tal Erilde Cerutti, la sua levatrice e probabile madrina di Battesimo (avvenuto il 21 febbraio nella baliena, l’ambiente interno al Luogo Pio degli Esposti dedicato alle balie). All’arrivo, il neonato ha con sé l’essenziale: «due pezze di filo, un camicino, un corpettino, una fascia e una cuffietta».

IL LUOGO PIO DEGLI ESPOSTI DI FERRARA

La principale istituzione che a Ferrara si occupava di accogliere e curare i bambini abbandonati era l’Ospedale San Cristoforo, in quella che oggi è via Bersaglieri del Po (non a caso, ai tempi si chiamava via dei Bastardini) e ospita la sede del Liceo “Dosso Dossi” oltre a un bar e ad alcuni negozi. Le origini dell’Ospedale San Cristoforo, o “San Cristoforo dal Ponticello”, risalgono alla metà del XIII secolo. L’Istituto fu chiamato anche “dello Spirito Santo” (dalla Confraternita che ne resse le sorti dal 1408 al 1428), “Ca’ di Dio”, “Ospitale dei bastardini” o “dei Protetti”, infine “Luogo Pio degli Esposti”. Una volta divenuto “Istituto provinciale per l’infanzia”, nel 1930, di proprietà statale, non ebbe più la ruota (in origine posta all’incrocio con via del Gambero) e divenne simile ad un orfanotrofio per l’infanzia povera e malata.

IN AFFIDAMENTO A DUE FAMIGLIE

Come risulta sempre dalla scheda dell’esposto “Vittoriosi Vittorio”, il giorno dopo la sua nascita il piccolo viene dato in affidamento a Clotilde Lolli (per essere da lei allattato e mantenuto), sposata con Ernesto Ferioli, e residente non lontano da Casa Cini, in via Ragno 2, Borgo San Paolo. Lì il piccolo rimane fino al 20 febbraio 1886, quando viene affidato a Domenica Segna, moglie di Giuseppe Berti (familiare o parente della mamma Eugenia?), residente sempre nel Borgo San Paolo, in via delle Scienze 45. Ricordiamo come fosse consuetudine affidare i bimbi esposti a famiglie che “collaboravano” regolarmente col Luogo Pio. 

FINALMENTE RICONOSCIUTO…

Non sappiamo quanto Vittorio rimane in quest’ultima casa. Sappiamo però, sempre dalla scheda dell’esposto, che il 14 marzo 1898, la madre Eugenia Berti, «ved. Gandini» (vedova Gandini), lo va a riprendere dopo averlo riconosciuto come suo figlio.

Di certo sappiamo che Vittorio le scuole secondarie le segue al Collegio Ravà di Venezia, rinomata scuola privata ebraica – elementare e secondaria – che offriva anche un corso di istruzione ebraica e funzionava come convitto. Solo il 20 febbraio 1903, al compimento del 18° anno, Vittorio viene riconosciuto anche dal padre Giorgio. Il giovane – forse anche come reazione per l’infanzia difficile, lontana dagli affetti più cari -, piuttosto vivace, viene spesso espulso dai collegi – come succede anche al Ravà. Nello stesso anno viene mandato in Svizzera per terminare gli studi superiori, seguendo i corsi commerciali all’Istituto Internazionale Schmidt di San Gallo, per poi recarsi a Londra per un tirocinio in una banca. Nel 1905 ritorna in Italia e si inserisce nell’impresa paterna, fondata nel 1885. Proprio l’anno della sua nascita.

QUALE RAPPORTO EBBE COL PADRE?

Secondo Guglielmi Avati (nel libro sopracitato), il fatto di essere stato riconosciuto solo a 18 anni, porta Vittorio a rimanere «risentito col padre: per quanto fosse stato riconosciuto si sentiva un “bastardo”, ragion per cui Cini ebbe un amore fortissimo per la madre, che morì negli anni Trenta». In ogni caso, Vittorio Cini nel ’34, già lanciato nel mondo industriale, fa partire i lavori per erigere il “Solario Giorgio Cini” sul Montericco: un edificio – non casualmente, vien da dire – destinato ad accogliere bambini cagionevoli e poveri con 200 posti letto. Il complesso viene inaugurato il 20 settembre 1936. Si può quindi ridimensionare il suo risentimento verso la figura paterna, perlomeno negli anni della maturità, quando probabilmente Vittorio comprende le ragioni della scelta del padre, perdonandolo. 

Una vergogna, quella di essere figlio “illegittimo” che, però, viste anche le quasi nulle fonti al riguardo, Vittorio non ha mai del tutto superato. Forse anche per non creare pubblici sospetti, oppure per il rapporto ricucito col padre, Vittorio chiamerà il suo unico figlio maschio come il genitore, Giorgio. Un destino infelice, quello di quest’ultimo, ma che aiutò il riavvicinamento dell’“esposto” Vittorio alla Santa Madre Chiesa.

Grazie a Riccardo Piffanelli (Archivio Storico Diocesano di Ferrara-Comacchio) per l’importante collaborazione e a Raffaella Scolozzi dell’Archivio di Stato di Ferrara per la scheda dell’esposto. 

Articolo pubblicato su “La Voce” del 7 luglio 2023

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