“Ritorno a Buenos Aires” è un film drammatico diretto da Marco Bechis e presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Mariano Guerra (“Tano” nei momenti bui vissuti) – interpretato da Adriano Giannini – ritorna a Buenos Aires come testimone chiave in un processo contro gli aguzzini del centro di detenzione Garage Olimpo.

Il film si propone quindi come seguito – e conclusione – del film Garage Olimpo del 1999 dello stesso regista.

Il suo merito maggiore è quello di portare alla attenzione di noi europei (distratti da stragi più recenti e più vicine) le crudeltà commesse tra il 1976 e il 1982 dalla dittatura militare in Argentina: ricordate la triade Videla-Massera-Agosti ? I trentamila desaparecidos ? I bambini sequestrati? I mondiali di calcio della vergogna (quelli del 1978)? Trascorsi 50 anni, ricordare è diverso da non dimenticare: «ricordare è una azione che appartiene alla mente, non dimenticare appartiene anche al corpo», ha detto Silvia Salis alla commemorazione della strage nazista di Sant’Anna di Stazzema. E il protagonista non ha certo dimenticato e le ferite sono ben vive su di lui, “sopravvissuto” come lo fu Primo Levi. Per la sua interpretazione, Giannini vince a Venezia il premio come miglior attore.

Il regista non fa sconti alla storia e agli imputati – e questo è sacrosanto – e nemmeno agli spettatori, non omettendo particolari e situazioni già ben noti e intuibili. E l’argomento non lascia spazio ai sorrisi e all’ironia, certamente, ma forse qualche raggio di luce avrebbe reso più forte il contrasto con le efferatezze vere e proiettate.

“Venezia 83” ha riservato al film una posizione importante: ultima proiezione prima della proclamazione dei premi; la distribuzione invece ne centellina la visione: a Ferrara, Ravenna e Rovigo poche proiezioni. Ne meriterebbe molte di più.

Michele Balboni

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