Appuntamento la sera del 18 maggio a Copparo

Non solo una serata di preghiera ma un importante momento di condivisione, a lungo preparato dall’intera comunità diocesana. Sabato 18 maggio alle 21 sarà la chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Copparo a ospitare la Veglia diocesana di Pentecoste dal titolo “Partirono senza indugio” (Lc 24, 33). In compagnia dei santi, «camminate secondo lo Spirito» (Gal 5,16)”.

Un evento, come detto, collettivo, in quanto organizzato dagli Uffici pastorali della nostra Arcidiocesi: Comunicazioni Sociali, Missionario, Migrantes, Sociale/Lavoro/Giustizia/Pace/Salvaguardia del creato, Pellegrinaggi/Pastorale del Tempo libero/Turismo, Diaconato Permanente, Vita Consacrata. La Veglia intende guidare i presenti all’invocazione dello Spirito Santo attraverso quattro tappe, illuminate dalla testimonianza dei santi della nostra terra. Un cammino che inizia con la preghiera e l’invocazione allo Spirito, accompagnati da due contemplative: Caterina Vegri e Beatrice II d’Este. Lo Spirito invierà ognuno in missione sull’esempio di Chiara Nanetti. Una missione che si fa servizio alla città, attraverso la testimonianza di don Giovanni Minzoni, ma anche accoglienza di ogni testimone del Vangelo, come ricorda l‘esempio di San Leo. Ascolteremo anche delle video testimonianze che traducono nell’oggi questi esempi di vita secondo lo Spirito.

Vi sarà, inoltre, la presenza del coro di Copparo (esteso alle parrocchie vicine), per l’occasione diretto da don Paolo Galeazzi.

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Beata Beatrice II d’Este, vergine  (1226 – Ferrara 1262)

Beatrice II d’Este, oggi venerata come Beata, nel 1257 fondò il Monastero Benedettino Sant’Antonio Abate. Fin dalla giovinezza la sua vita è sostenuta dalla recita quotidiana dell’Ufficio Divino, dall’Eucaristia, dalla contemplazione della Croce e delle Sante piaghe di Gesù. Unico suo desiderio è consacrarsi a Cristo nella solitudine e nel silenzio. Nei suoi pochi, ma intensi anni di vita monastica, per la grazia dello Spirito Santo, nella sua anima fioriscono l’umiltà, la carità, la povertà. Muore a 36 anni nel 1262. Dalla sua pietra sepolcrale sgorga un liquido che viene raccolto in ampolle e distribuito come celeste conforto ai malati. 

(a cura delle Monache Benedettine di Sant’Antonio in Polesine)

Santa Caterina Vegri, vergine (Bologna 1413 – 1463)

Caterina Vegri, conosciuta poi come Santa Caterina da Bologna, nacque nel 1413 e morì nel 1463 a Bologna, ma trascorse la maggior parte della sua vita qui a Ferrara, prima alla Corte Estense, poi nella comunità di Clarisse del Monastero Corpus Domini, di cui promosse la fondazione. Scrisse: «Quando abbandonai il mondo l’unico mio proposito era fare la volontà di Dio e amarlo di perfettissimo amore. […] La perseveranza nell’orazione è stata la mia vita, la mia bàlia, la mia maestra, la mia consolazione, il mio rifugio, il mio riposo, il mio bene e tutta la mia ricchezza. Se grandi sono le promesse, non devono essere piccole le preghiere e i desideri».

(a cura delle Monache Clarisse del Corpus Domini)

Servo di Dio don Giovanni Minzoni, sacerdote e martire (Ravenna 1885 – Argenta, Ferrara 1923)

«Alzati gli occhi verso i suoi discepoli». Nei suoi 38 anni di vita dei quali 14 vissuti come prete, don Minzoni ha alzato spesso gli occhi per parlare non in modo “astratto”, ma concreto. Egli sapeva di avere di fronte a sé volti reali, di persone da conoscere e da amare; per questo ha imitato Gesù rivolgendosi al cuore della gente. Sono stati tanti i cuori ai quali ha parlato, innanzitutto nella “sua” Ravenna, la città in cui è nato e nel cui seminario si è formato fino all’ordinazione sacerdotale il 19 settembre 1909. Ha saputo alzare gli occhi poi in terra ferrarese, a san Vito d’Ostellato nei primi mesi di sacerdozio e ad Argenta la parrocchia che ha servito come cappellano e poi come Arciprete. Qui è venuto a contatto con la “fame” di quanti cercavano testimoni autentici del Vangelo in grado di unire all’amore verso Dio quello per i fratelli. Ha incrociato gli sguardi dei soldati al fronte, durante la Prima guerra mondiale; ai loro occhi bagnati dalle lacrime, ha annunciato la beatitudine di una pace possibile, nonostante la tragicità dell’”inutile strage”.

Finita la guerra, ha saputo riconoscere le tante povertà della sua gente, in particolare dei giovani, facendo nascere il doposcuola, la biblioteca circolante, il teatro parrocchiale, due sezioni scout. Ha colto il bisogno sociale dei lavoratori “poveri” in dignità, indicando ai braccianti e alle operaie del laboratorio di maglieria la beatitudine nella pratica cooperativistica di ispirazione cattolica. Don Giovanni ha alzato gli occhi, per l’ultima volta, verso quei sicari che nella notte del 23 agosto 1923 lo hanno colpito a morte. Solo pochi giorni prima aveva detto: «Attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo. La religione non ammette servilismi, ma il martirio». Lui, uomo odiato dal regime, ha saputo trovare la forza di sollevare lo sguardo per pronunciare l’ultima beatitudine, più forte dell’odio e della violenza: il dono della sua vita per amore di Cristo e del suo popolo.

Beata Maria Chiara Nanetti, vergine e martire (S. Maria Maddalena, Rovigo 1872 – Cina 1900)

Santa Maria Chiara Nanetti, conosciuta anche come Clelia Nanetti, è una santa e martire italiana. Nacque il 9 gennaio 1872. Nel 1875 la famiglia si trasferì a Medelana e poi a Francolino nel 1881. Fin da giovane sentì l’attrazione per la vita consacrata e, a vent’anni, entrò nell’Istituto delle Francescane Missionarie di Maria. Suo fratello, padre Barnaba, francescano, la indirizzò verso questa scelta. Il 10 aprile 1892, vestì l’abito religioso e assunse il nome di suor Maria Chiara. Fu una delle sette suore che, sotto la guida di madre Maria Ermellina di Gesù, partirono per la missione dello Shanxi, in Cina. Lì, prestò servizio come lavandaia e cuoca per i frati della missione e per l’orfanotrofio femminile gestito dalle suore. Durante la rivolta dei “Boxer” nel 1900, le sette suore furono imprigionate insieme ad altri cristiani, sia cattolici che protestanti. Il 9 luglio 1900, le religiose furono condotte nel cortile del palazzo del viceré dello Shanxi, dove assistettero alla decapitazione dei loro compagni e furono le ultime a piegare il collo sotto le lame dei loro carnefici. Suor Maria Chiara aveva ventott’anni. Lei e le altre suore, insieme ai compagni di martirio, sono state beatificate il 24 novembre 1946 da Papa Pio XII e canonizzate da San Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000 insieme ad altri 120 testimoni della fede in Cina.

San Leo, vescovo (Arbe, Dalmazia, 274 d.C. – San Leo, Rimini, 351 o 360)

È il 297 circa, quando due amici, Leo (o Leone) e Marino, lasciano la loro isola, Arbe (l’odierna Rab in Croazia), dove sono nati, cresciuti ed educati nella fede cristiana. Cercano di sfuggire alla persecuzione. Giungono a Rimini e cercano lavoro come scalpellini. Entrambi vengono mandati nelle cave del Monte Titano per dedicarsi all’estrazione della pietra da inviare a Rimini per costruzione della nuova cinta muraria della città. Leo, grazie alla sua grande maestria nell’intagliare la pietra, diventa sovrintendente ai lavori. Cerca di tutelare chi lavora nelle cave dalle angherie e dai soprusi dei sorveglianti. Nel 311 l’imperatore Galerio vieta qualsiasi atto di violenza contro i seguaci di Cristo. Due anni dopo, Costantino emette l’Editto di Milano, in cui ascrive il cristianesimo fra le religioni che possono apertamente praticare i culti. Leo, affascinato dalla bellezza del territorio, decide di andare sul Monte Feretro, nei pressi di una fonte d’acqua, e qui costruisce una cella e una piccola cappella per condurre una vita ritirata di solitudine, preghiera e penitenza.

La fama della sua santità affascina alcuni uomini, che chiedono di potersi unire a lui. Nasce una prima comunità cristiana che si dedica alla preghiera e alla predicazione del Vangelo. Gaudenzio, vescovo di Rimini, lo ordina presbitero. Intorno al 366, Leo muore e la devozione verso di lui si diffonde fra gli abitanti di quelle zone, oggi il Montefeltro. Il Monte Feretro diventa San Leo, dove viene edificata una cattedrale per custodire il corpo del santo patrono. L’imperatore Enrico II il Santo (973-1024), molto devoto a san Leo, preleva il corpo per portarlo con sé in Germania, ma, come racconta la leggenda, arrivato nei pressi di Voghenza, risulta vano ogni tentativo di smuovere il carro che trasporta il santo. Il fatto è interpretato come volontà divina e il suo corpo viene condotto nella chiesa, già sede vescovile, e qui sepolto.

Pubblicato sulla “Voce” del 17 maggio 2024

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