SPAZIOCIDIO. Romeo Farinella e Alfredo Alietti sono intervenuti il 26 febbraio a Ferrara: «dalla Palestina alle nostre città, il neoliberismo “sfratta” gli ultimi in nome del profitto. Viviamo già in uno stato di eccezione». E «lo sgombero del Grattacielo è parte di questo discorso»

di Andrea Musacci

Esistono ormai, anche nelle città come Ferrara, fasce di popolazione considerate «sacrificabili» dal potere, gruppi di persone private del diritto fondamentale della casa. È questa l’analisi proposta lo scorso 26 febbraio in Biblioteca Ariostea da due studiosi, l’urbanista di UniFe Romeo Farinella e il sociologo urbano dello stesso Ateneo Alfredo Alietti. L’occasione è stato il primo incontro del ciclo intitolato “Spaziocidio. Dalla Palestina alla Metropoli Globale”, a cura della Rete per la Pace Ferrara, con l’adesione del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara. Un centinaio i presenti per l’incontro introdotto da Henry Gallamini (Rete per la Pace Ferrara).

FARINELLA: DAL COLONIALISMO ISRAELIANO ALLA TERRAFORMAZIONE

Il concetto di “spaziocidio” viene sviluppato dall’israeliano Eyal Weizman, teorico dell’architettura, nel suo libro “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” e nella seconda edizione aggiornata dal titolo “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”. Farinella ha quindi spiegato come è Sari Hanagi, sociologo palestinese, ad aver coniato il termine. «Israele – che come Stato e Governo va sempre distinta dalla più ampia e variegata cultura ebraica – dopo la seconda intifada (2000-2005) ha iniziato a prendere di mira i palestinesi e la loro terra», ha detto il relatore. Fino al presente: lo scorso dicembre l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, per ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania. Ma il deserto «è da sempre considerato dai beduini come territorio relazionale governato in modo comunitario, senza nessuna volontà di appropriazione», com’è invece quella di Israele.

Lo spaziocidio di Israele, quindi, come prima fase «rende la terra palestinese invivibile per gli stessi palestinesi», arrivando anche a uccisioni violente di chi si oppone; poi «sottrae le falde acquifere, per minare le basi economiche». Insomma, «dopo la confisca della terra, si ha la separazione, poi il controllo e lo stato di eccezione che porta alla totale appropriazione di quel territorio». Una violenza che «modifica la morfologia dei luoghi e quindi il rapporto dei palestinesi con la loro terra».

L’antropologo indiano Amitav Ghosh, soprattutto nel suo saggio “La maledizione della noce moscata (2021)”, parla di “terraformazione” (terraforming), «pratica di colonizzazione occidentale, la distruzione della città intesa come insieme di simboli di formazione identitaria, con la cancellazione quindi di riferimenti, la trasformazione strutturale del territorio e l’imposizione di un modello estrattivo». Insomma, la «distruzione fisico-geografica di un popolo attraverso la colonizzazione, il capitalismo e l’industrializzazione». Lo spaziocidio, quindi, non prevede necessariamente l’eliminazione fisica delle persone di un determinato territorio ma parte «dall’estrazione di valore (sfruttamento economico), passa per la violenza territoriale (sradicamento delle popolazioni originarie) e arriva alla fondazione di nuove città». Anche a Gaza possiamo vedere queste tre fasi: «stiamo arrivando all’ultima, col Board of peace», ha proseguito Farinella. Il capitalismo «ha terraformato il pianeta primariamente per renderlo produttivo, imponendo un ordine astratto, non adeguandosi alla realtà naturale ma riscrivendo il mondo, trasformandolo in macchina economica». Paesaggio e città, quindi, «diventano dispositivi di controllo»: dal colonialismo inteso come «annessione di territori» si arriva «all’urbanizzazione globale passando per l’industrializzazione». Espressione della terraformazione è la «città autoritaria, che concentra il potere in poche mani – quello delle grandi multinazionali -, porta a uno stato di eccezione permanente e annichilisce la politica come potere autonomo». Con una verniciatura di sostenibilità che diventa essa stessa «vettore di rafforzamento delle disuguaglianze, in quanto non mette in discussione i meccanismi socio-economici di sfruttamento». È il neoliberismo di oggi, mix letale di «scienza, tecnica e finanza», che presenta il mercato come «destino ineluttabile.

ALIETTI: «LA DEMOCRAZIA È GIÀ A RISCHIO»

Lo spaziocidio – è intervenuto quindi Alietti – «mette a rischio la democrazia». Il domicidio (o urbicidio, termini tra loro simili) – inteso come distruzione deliberata e sistematica di case, palazzi e infrastrutture civili – «è qualcosa di brutale e crudele», i residenti considerati «sacrificabili vengono espulsi, le loro abitazioni abbattute. Il tutto, «nel nome del progresso, di una rigenerazione abitativa e urbana». È anche il caso che si sta delineando col Grattacielo di Ferrara, «“zona di sacrificio”», zona sacrificabile. Insomma, non si tratta solo di sottrarre la casa a questi sacrificabili (ceti bassi o medio bassi), ma di «sottrarre loro relazioni sociali, scuole e tutto ciò che dà senso a un’esistenza», a partire dagli aspetti quotidiani. E «le politiche di austerità dell’Unione Europea rientrano in questo discorso, attraverso la distruzione del welfare e la negazione della casa come diritto fondamentale». 

Insomma, il domicidio è «una pratica autoritaria di governo del territorio che diventa sempre più la normalità». Si pensi anche – ha proseguito Alietti – «alla turistificazione delle grandi città», o ormai anche delle medie, Ferrara compresa: «il bene casa viene sottratto per i profitti di pochi, viene quindi negato il diritto alla casa, intaccando le strutture che evitano le disuguaglianze. La proliferazione di b&b – soprattutto di Airbnb – nelle città rende la casa sempre meno un bene pubblico e sempre più uno spazio privato», e lo stesso discorso vale per «l’aumento degli ipermercati» e per molte strade e piazze pubbliche “colonizzate” (anche nella nostra città) da dehors, distese e tavolini di locali che «privatizzano luoghi pubblici per il consumo individuale e il profitto di pochi».

Lo spaziocidio quindi non riguarda solo case e infrastrutture ma «è la ricostruzione di una geometria variabile, di un nuovo ordine, che non tiene in nessun conto di chi prima abitava in un determinato luogo». Insomma, «lo stato di eccezione come negazione collettiva di diritti lo stiamo già vivendo, lo viviamo ogni giorno, ed è supportato da un’infrastruttura ideologica che giustifica la gentrificazione, la militarizzazione degli spazi urbani, la sottrazione costante di spazi di democrazia». Si pensi, riguardo a quest’ultimo punto, «alla chiusura di Centri sociali come nel caso di Askatasuna a Torino, Centri sociali descritti come il male assoluto ma che sono spazi autonomi di incontro e di socialità». 

Alietti nel finale ha accennato alla questione del Grattacielo di Ferrara: davanti a «una catastrofe del genere» causata dallo sgombero forzato di oltre 500 persone, «l’Amministrazione comunale si è sentita deresponsabilizzata dall’aiutare un pezzo della sua comunità, centinaia di ferraresi: è l’istituzionalizzazione dei sacrificabili, delle zone di sacrificio, pensando – a torto – che ciò non intacchi l’intera comunità cittadina». Dobbiamo – ha quindi concluso – cercare di «dar vita ad alternative di partecipazione democratica, anticorpi, forme di resistenza, perché siamo davanti a una crisi democratica ancor più profonda perché si innesta sulle grandi crisi sociale, economica ed ecologica».

 

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026)

Non vuoi perderti nemmeno un articolo? Abbonati qui!