Il 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria in cielo, il presidente della CEI ha presieduto la Messa nell’Abbazia in occasione del millenario. Ecco le parole, i protagonisti e le immagini di una giornata indimenticabile

È stata una celebrazione solenne, profondamente legata alla storia e alla spiritualità di Pomposa, quella che sabato 15 agosto, nella festa della Vergine Maria Assunta in cielo, ha richiamato all’antica abbazia un numeroso gruppo di fedeli, insieme alle autorità civili e militari del territorio.

La Messa, presieduta dal card. Matteo M. Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, si è inserita nel ricco calendario delle iniziative promosse per celebrare i mille anni dalla consacrazione dell’abbazia, avvenuta il 7 maggio 1026. Una ricorrenza di straordinario valore per Pomposa e per l’intero territorio del Delta, che nel corso del 2026 sta riscoprendo, attraverso celebrazioni, incontri, iniziative culturali e momenti di approfondimento, la lunga storia di un luogo che per secoli è stato centro di fede, cultura, arte e accoglienza.

La festa dell’Assunta, patrona di Pomposa, ha rappresentato uno dei momenti più significativi di questo percorso, riportando al cuore della millenaria abbazia una comunità riunita attorno all’Eucaristia e alla figura di Maria. A concelebrare con il card. Zuppi erano il vescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, il vicario generale della diocesi, mons. Massimo Manservigi, il parroco di Codigoro, don Marco Polmonari, e i monaci di Pomposa, don Gigli e don Navarrini. Alla concelebrazione ha partecipato anche don Roberto Rondanina, responsabile nazionale dei Ricostruttori nella preghiera, realtà particolarmente legata alla spiritualità e alla valorizzazione di luoghi di fede e di silenzio.

Nel giorno dell’Assunta, la figura di Maria ha naturalmente costituito il centro della celebrazione. La festa patronale è stata così vissuta non semplicemente come una ricorrenza tradizionale, ma come un momento di preghiera e di comunità, in cui la storia millenaria dell’abbazia si è intrecciata con la vita presente della Chiesa e del territorio. Particolarmente suggestiva è stata l’animazione musicale della Corale San Martino di Codigoro, diretta dal maestro Francesco Fabbri: le voci della corale e il suono dell’organo, curato dal maestro Devid Pavanati, hanno accompagnato i diversi momenti della liturgia, contribuendo a creare quell’atmosfera di solennità. La musica sacra, in un luogo che nei secoli ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della cultura musicale europea, ha assunto un significato ulteriore, richiamando una delle eredità più preziose custodite dall’antico monastero.

La celebrazione del 15 agosto è stata dunque anche un’occasione per guardare al passato senza fermarsi alla memoria. Il millenario della consacrazione dell’abbazia costituisce infatti un appuntamento che invita a interrogarsi sul significato che Pomposa può avere oggi: non soltanto monumento da conservare e visitare, ma luogo vivo, capace di suscitare domande, incontri e riflessioni sul senso dell’umanità, dell’accoglienza e della convivenza. È proprio su questo terreno che si è sviluppato il secondo momento della giornata. Al termine della Messa, le autorità civili e militari e il numeroso gruppo di fedeli presenti si sono trasferiti nell’ex refettorio del monastero, dove si è svolto il finissage della mostra “Umanità e migranti”, dell’artista mugellano Carlo Ciucchi, in arte Picchio. La scelta di collegare la celebrazione religiosa alla conclusione della mostra non è apparsa casuale. Se da una parte l’Assunta richiama alla dimensione della fede e alla speranza cristiana, dall’altra il percorso artistico di Ciucchi ha posto al centro l’umanità concreta, con le sue fragilità, i suoi spostamenti, le sue ferite e le sue attese. In uno spazio storico come l’ex refettorio, un tempo parte della vita quotidiana della comunità monastica, le opere dedicate al tema dei migranti hanno così trovato un contesto particolarmente significativo.

A introdurre e accompagnare il momento conclusivo della mostra è stato il sottoscritto, diacono Emanuele Maria Pirani, incaricato diocesano per il Turismo e la Pastorale del tempo libero, il quale ha evidenziato il valore di Pomposa come luogo nel quale turismo, cultura, spiritualità e territorio possono incontrarsi. La valorizzazione di un patrimonio come quello pomposiano, infatti, non passa soltanto attraverso la conservazione degli edifici e delle opere d’arte, ma anche attraverso la capacità di proporre occasioni di riflessione e di dialogo.

Nel corso dell’incontro è intervenuta anche la sindaca di Codigoro Alice Zanardi, portando la voce dell’amministrazione comunale e della comunità civile. La presenza delle istituzioni al fianco della Chiesa e degli organizzatori delle iniziative per il millenario ha confermato la dimensione corale di un anniversario che appartiene all’intero territorio. A chiudere gli interventi è stato lo stesso Carlo Ciucchi, in arte Picchio, autore dell’istallazione “Umanità e migranti”. L’artista ha potuto così condividere con il pubblico il significato del percorso espositivo e il rapporto tra la propria ricerca artistica e un tema di grande attualità come quello delle migrazioni. L’opera, già presentata alla Biennale d’arte di Venezia 2024, ha offerto una chiave di lettura capace di andare oltre le cronache e i numeri, riportando l’attenzione sulle persone, sulle loro storie e sulla dimensione universale dell’esperienza umana.

Il filo conduttore della giornata è apparso quindi quello dell’accoglienza e dell’incontro. Incontro tra passato e presente, tra fede e cultura, tra dimensione religiosa e civile, tra la millenaria storia di Pomposa e le questioni del nostro tempo. Un filo particolarmente coerente con la storia dell’abbazia, che per secoli è stata luogo di passaggio, di studio, di preghiera e di accoglienza. Il 15 agosto ha consegnato così al calendario del millenario una giornata densa di significati che riassumiamo in alcuni passaggi dell’omelia del card. Zuppi, che ha riportato la comunità al cuore spirituale della festa dell’Assunta: «in questo luogo benedettino – ha detto l’Arcivescovo di Bologna – i cristiani hanno imparato a capire la terra guardando il cielo e a capire il cielo riconoscendo la presenza di Dio nella vita. I monaci non scappavano dal mondo, come invece pensiamo noi quando crediamo che voglia dire di starsene tranquilli, non pensare a niente, farsi gli affari propri e dimenticare gli altri. Nella preghiera e nel lavoro loro costruivano uno spazio per il Signore di umanità, di preghiera e di accoglienza. Nel mondo ma non del mondo. Costruivano comunità per vivere l’amore fraterno che ci chiede il Signore. Quell’amore non rendiamolo virtuale, finendo così per diventare come il sacerdote e il levita che non diventano mai il prossimo per nessuno e finiscono per non averlo, perdendo anche Dio». Poi il cardinale ha concluso spiegando come l’Abbazia «non sia un mondo a parte, ma preghiera che diventa lavoro e lo scandisce. Ma anche lavoro che rende la preghiera nella vita. Papa Leone XIV nella sua Enciclica sulla magnifica humanitas, indicando proprio la grande intuizione di San Benedetto da Norcia che vedeva “l’attività quotidiana come parte della risposta della persona alla chiamata di Dio”, ricorda che la nostra vocazione è di non essere “spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere”». E di questo intenso lavoro, il cardinale ha citato i Ricostruttori nella preghiera, ringraziandoli per il loro quotidiano impegno, come continuatori di quell’ora et labora che per secoli ha plasmato questo lembo di territorio chiamato Delta.

A mille anni dalla consacrazione del 7 maggio 1026, Pomposa continua dunque a parlare. Lo fa attraverso la sua architettura, le sue opere d’arte e la memoria dei monaci che ne hanno segnato la storia, ma anche attraverso le persone che oggi la abitano, la visitano e la scelgono come luogo di incontro. La celebrazione dell’Assunta ha mostrato ancora una volta come un anniversario storico possa diventare un’occasione per interrogare il presente.

Emanuele M. Pirani

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