Un omaggio al “Maestrone” recentemente scomparso attraverso l’intervista (immaginaria?) a un adolescente degli anni ’70

di Giorgio Maghini

L’ondata di emozioni che ha attraversato il nostro paese in seguito alla morte di Francesco Guccini ha sorpreso anche coloro che, come me, sono a lui devoti e reverenti (se avessi scritto “fan” avrei sentito il suo sguardo disgustato perforarmi la nuca) da ormai mezzo secolo.

Certo: si tratta delle emozioni al tempo di Internet, della Rete. 

Quella Rete in cui ogni morte di un personaggio celebre diventa un evento, perché  – almeno la morte, grazie al cielo! – non è divisiva (mentre quando Guccini parlava dei suoi timori per il ritorno degli autoritarismi nel mondo, le reazioni non erano poi così concordi).

Quella Rete in cui la morte di Guccini verrà dimenticata in poco tempo, in attesa della prossima notizia che ci “sconvolgerà” per altre 48 ore.

Gli innumerevoli tributi (in Rete, alla TV, in radio) che gli sono stati dedicati ruotavano tutti intorno ad un appellativo: “Maestro” (anche nella variante “Maestrone” dovuto, questo, alla sua stazza imponente).

“Maestro”, quindi. E mai titolo fu più meritato.

Ma cosa qualifica un uomo come “maestro”?

Rispondere a questa domanda in astratto significherebbe avviare una discussione sul piano filosofico e psicologico potenzialmente infinita, ragion per cui ho pensato di intervistare chi, in prima persona, ha trovato in Francesco Guccini un maestro.

È un ragazzo adolescente, e siamo alla fine degli anni ‘70.

Il ragazzo è confuso. Pochi mesi fa, un ragazzo poco più grande di lui è stato ucciso a Bologna.

Tempo dopo, un gruppo terroristico che ammorba tutto il paese ha rapito un uomo politico che a lui non dispiaceva, quando lo vedeva in televisione. Sa confusamente che esiste un “movimento” globale che, anni fa, ha fatto finire – almeno, a lui sembra sia andata così – una schifosa guerra.

Il ragazzo è confuso, però, anche per tanti motivi personali: si sente brutto e inadeguato, teme di essere un incapace. Gli sembra, soprattutto, che nessuno lo capisca.

È steso sul letto a guardare il soffitto. Sull’impianto stereo una cassetta manda l’ultimo lavoro di Guccini: “Amerigo”.

Gli ho chiesto se gli scoccia fare quattro chiacchiere su Francesco.

Mi ha detto che non c’è problema.

 

Ti piace Francesco Guccini?

«Tanto». (La prima risposta finisce qui. Gli adolescenti sono spesso laconici).

Come l’hai conosciuto?

«Me l’ha fatto sentire un mio amico un po’ più grande di me». (Qui gli occhi del ragazzo si illuminano per un attimo, lasciando trasparire la dolcezza dell’amicizia).

Qual è la sua canzone che ti piace di più?

(Il ragazzo cambia posizione, e appoggia la schiena alla testiera del letto. Lo sguardo si fa concentrato).

«È molto difficile dirlo: “Il vecchio e il bambino”, sicuramente, ma anche “Dio è morto”. “Incontro”, “La canzone dei 12 mesi”, “L’atomica cinese”… dell’ultimo (con un cenno del mento indica la custodia della cassetta che ha lasciato sul comodino) mi piace tantissimo “Libera nos Domine”…».

(Il ragazzo si ferma. Capisco che potrebbe andare avanti ancora a lungo.)

Mi sembri emozionato.

(Il ragazzo ha un iniziale indurimento del viso – non è facile parlare di sentimenti con gli adolescenti – ma per fortuna si rasserena subito.)

«Lo sono. Quando ascolto Francesco è come se il mondo mi apparisse un po’ più chiaro. Capisco che tutte le domande che mi agitano non sono stupide e, anzi, affrontarle mi fa essere una persona più bella. Poi è bello vedere che anche un vecchio (all’epoca dell’uscita di “Amerigo” Guccini ha 38 anni, n.d.r.) continua a farsi le domande che mi faccio io».

E quali sono queste domande?

«Non saprei… l’unica cosa che mi viene da dire è “tutte”. Francesco parla della vita e della morte, di Dio e del disagio che a volte ci dà un Dio così silenzioso, della guerra, del tempo che passa, della natura, del fatto che mi piacciono le ragazze, del rapporto con la famiglia, della tristezza che a volte ci prende, dell’aspirazione a essere poeti, delle serate passate a rimuginare e di quelle passate a bere con gli amici…

Tutte. Tutte le domande».

Ma ti dà anche le risposte, di tutte queste domande?

«A volte mi sembra di sì. Mi sembra che lui abbia capito tutto e vorrei dirgli “Spiegami ancora meglio, così capisco anch’io”. Poi ci rifletto e scopro che la penso diversamente da lui, e il mio pensiero e le sue idee fanno la lotta per un po’; allora mi fermo un attimo, e le domande riprendono (qui il ragazzo fa una lunga pausa). Però questo mi fa sentire vivo (sorride)».

Ma se non ti dà risposte, allora che cosa ti dà?

(Una nuova pausa, questa volta molto prolungata)

«Non sono sicuro, però mi pare che mi aiuti a porre bene le domande. È come se lui avesse le parole che io faccio fatica a trovare».

Dopo queste parole, ringrazio tantissimo il ragazzo e lo lascio nella sua camera.

Ecco perché Guccini è un maestro. Ecco chi sono i maestri: sono coloro che ci aiutano a mettere ordine nei nostri pensieri – faticosi, disordinati, contraddittori – per arrivare a porre le domande che contano. E, nel farlo, già ci aiutano nella ricerca delle risposte.

Grazie, maestro.

 

(Foto: Francesco Guccini, Premio Chiara 2013 – Wikipedia)

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