A vent’anni dalla morte, un ricordo della storica guida di Tresigallo. Qui, domenica 20 settembre, don Manservigi presiederà una Messa in sua memoria
di don Ivano Casaroli
Il tempo ci sorprende sempre: la memoria non riesce a tenere il passo dei giorni, e spesso ci scopriamo inadeguati nel valutare il passato e non del tutto pronti a vivere il presente.
Il 20 settembre 2006 moriva quasi improvvisamente don Guglielmo Bambini, arciprete di Tresigallo dal 1984. In questi vent’anni le parrocchie di Tresigallo, Coccanile e Vigarano Mainarda hanno custodito con affetto la sua memoria, pubblicando due volumi di ricordi e testimonianze. Oggi l’attuale arciprete, don Luca Piccoli, insieme alla comunità, raccoglie questa eredità spirituale; sarà don Massimo Manservigi a presiedere la santa messa di suffragio il 20 settembre. Dieci anni fa, quando parroco era don Walter Signorotti, fu il vescovo Luigi Negri a presiedere l’eucaristia commemorativa.
Quest’anno il ricordo di don Guglielmo si intreccia in modo particolare con la vita diocesana: pochi giorni dopo, il 26 settembre, ore 21, verrà presentato il volume curato da Miriam Turrini dedicato a Riccardo Tagliati, di Tresigallo, a ventisei anni dalla morte. Il libro ospita anche un saggio di Rosanna Ansani sulla vita pastorale del vescovo Carlo Caffarra e un ricordo di don Guglielmo Bambini. Ritengo che riunire queste tre figure sia stata una scelta pastoralmente felice: ciascuno, con il proprio stile e nel proprio ruolo, ha contribuito a rendere vivace e feconda la nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. Molti devono a don Guglielmo parte della loro formazione umana e spirituale; e, senza fare graduatorie, nel mio cuore sento Riccardo uno dei frutti più belli della maturità pastorale di don Guglielmo.
Con don Guglielmo ho condiviso tutti gli anni del Seminario: entusiasmi, fatiche, il cammino verso il sacerdozio e gli impegni educativi che ci videro spesso fianco a fianco. Nel 1967 perdemmo Bruno Mascellani, amico comune e inarrivabile; l’anno successivo fui ordinato sacerdote, e nel 1969 lo fu don Guglielmo. A guidarci in quegli anni di Seminario furono sempre mons. Giulio Zerbini e don Marcello Vincenzi e in diocesi l’arcivescovo Natale Mosconi. Cappellano a Vigarano Mainarda, poi parroco a Coccanile e infine arciprete di Tresigallo: queste le tappe pastorali di don Guglielmo, accompagnate da numerosi incarichi diocesani affidati dai vescovi. Il vescovo Filippo Franceschi lo chiamò a un incarico amministrativo, il vescovo Luigi Maverna lo ebbe valido collaboratore a livello vicariale affinché le parrocchie vivessero il Sinodo diocesano come grazia di rinnovamento e consolidamento della loro vita pastorale e infine il vescovo Carlo Caffarra lo volle convisitatore per la visita pastorale incentrata sulla missione.
Molto è già stato detto di lui. Eppure, ripensando alla vita in Seminario, una caratteristica emerge con particolare chiarezza: don Guglielmo era certamente un entusiasta dalle mille idee, ma soprattutto un uomo dotato della sapienza del fare e del far fare. Sapeva coinvolgere, rendere partecipi, far sentire di tutti un progetto nato nel suo cuore e nella sua mente. Era un leader naturale, un organizzatore appassionato, un amante del bello che risultava elegante tanto in Cattedrale quanto in montagna con i ragazzi. Ma oltre a tutto questo, possedeva quella sapienza del cuore che è dono dello Spirito.
Pensando a lui, ho riletto i capitoli 35 e 36 dell’Esodo, che narrano la costruzione del Santuario: «Il Signore ha chiamato per nome Besalèl… L’ha riempito dello spirito di Dio perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro… Gli ha messo nel cuore il dono di insegnare… Li ha riempiti di saggezza per compiere ogni genere di lavoro e per ideare progetti» (Es 35,30-35).
Questa sapienza nel progettare, nel fare e nel coinvolgere è il carisma del pastore che cammina con il suo gregge, del capocantiere che costruisce con tutti la comunità per tutti.
Sono convinto che sotto la sua naturale eleganza don Guglielmo custodisse un segreto più grande di lui, un fuoco che in qualche modo lo consumava: il suo amore per il Signore, vissuto e donato attraverso la comunità.

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