All’Università di Ferrara si è svolta la quinta edizione del Symposium on Social Transition and Climate Change. Un’importante occasione di confronto tra esperti, studiosi e attivisti della società civile. Tema della due giorni, come uscire dal capitalismo e dalla sua crisi climatica e sociale attraverso forme di cooperazione e solidarietà

 

di Andrea Musacci

Lottare contro crisi ecologica e crisi sociale «costruendo coalizioni tra movimenti, reti e associazioni», evitando tanto l’irrilevanza e la mera testimonianza quanto l’istituzionalizzazione fine a sé stessa. E «costruendo una scala politica tra problema locale e trasformazione generale», che le unisca in un’ottica collettiva. Sono, queste, alcune delle proposte e delle prospettive emerse dall’intenso dibattito della due giorni sul tema “Giustizia climatica e giustizia sociale tra guerre, autoritarismi e crisi della democrazia”. Luogo, la sede del Dipartimento di Studi Umanistici in via Paradiso a Ferrara, per l’iniziativa organizzata dall’Associazione “Abitare il mondo” e dal Gruppo di lavoro “SPE Sviluppo Sostenibile e Transizioni Sociali” insieme a UniFe. Si tratta della quinta edizione dell’annuale Symposium on Social Transition and Climate Change nato a Gaeta nel giugno 2022. Oltre a singoli esperti ed attivisti, hanno partecipato ai lavori Rete Pace Ferrara, Forum Ferrara Partecipata, Italia Nostra, IBO Italia, ANPI Ferrara, Legambiente. In totale, oltre 50 i presenti. La prolusione è spettata al nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego.

 

«LE CAUSE DELLA CRISI? NEL CAPITALISMO»

“Pensare globale, agire locale”: Alfredo Alietti, docente di Sociologia a UniFe e organizzatore della due giorni, ha aperto i lavori riprendendo questo slogan più che mai attuale. Slogan che, però, come ha aggiunto Alfredo Morelli (Laboratorio per la pace, UniFe), deve rientrare nel grande compito di «riscoprire un pensiero alternativo a quello dominante: anche l’università – ha spiegato – è dentro a logiche liberiste che ormai governano interamente l’esistenza all’insegna della competitività e del dover essere performativi». E a proposito della guerra, altro paradigma del nostro tempo, Morelli ha citato l’articolo della “Voce” pubblicato qui sul nostro sito lunedì scorso, riguardante il transito di armi dal porto di Ravenna.

«Oggi non possiamo più pensare alla crisi climatica come a una crisi solo ambientale», ha quindi aggiunto Liana Daher, docente di Sociologia all’Università di Catania. «Non può esistere una transizione ecologica senza una transizione sociale. Una nuova giustizia climatica dev’essere invece pensata a livello delle relazioni sociali, sia in quelle micro che in quelle macro, fra Stati», ha concluso.

Questa necessità di andare alla radice della crisi climatica l’ha ben espressa Romeo Farinella, urbanista di UniFe: «il capitalismo considera la terra come “miniera” da sfruttare. E sono ipocriti anche certi discorsi sul presunto “adattamento climatico”, dato che la maggior parte delle persone – i non ricchi – a livello globale non hanno e non avranno strumenti per adattarsi», per difendersi dalle già gravi conseguenze del cambiamento climatico.

Al contrario, chi produce la maggior parte di queste conseguenze – cioè i ricchi e i super ricchi, soprattutto – «deve pagarne anche la maggior parte dei costi». E così, «le guerre distruggono risorse, territori e modificano le fonti energetiche, oltre a indebolire la cooperazione internazionale».

Dario Padovan (Università di Torino) ha proseguito un’analisi profonda della crisi ecologica e sociale andando alla struttura del sistema dominante: riprendendo un concetto marxiano, quello di «frattura metabolica» che si è sviluppata a livello planetario, cioè il venir meno di uno scambio equilibrato tra natura e società, il relatore ha spiegato come «il capitalismo ha rotto e continua a rompere questo cambio organico tra uomo e natura, essendo questo sistema economico fondato sull’accelerazione continua della produzione, dello scambio e del consumo, col fine di sempre maggiori profitti». Ma tutto ciò, sempre per Marx, porta a una caduta tendenziale del profitto e quindi a «una crescente competizione globale per accaparrarsi le materie prime fondamentali» (ad esempio, dei flussi di energia fossile, si veda il conflitto intorno allo stretto di Hormuz), «con conseguenti guerre e un’accentuazione dei divari globali».

Insomma, anche in un contesto come quello occidentale di assenza di guerre armate, non possiamo dimenticare che il nostro benessere capitalistico si fonda sull’espropriazione globale necessaria per mantenerlo, oltre che sull’egemonia monetaria del dollaro. Dobbiamo dunque pensare a «un ordine globale post-capitalistico, oltre il nesso ecocidio-genocidio neoliberista, per un rinnovato metabolismo uomo-natura».

Il tema dell’ecocidio è stato affrontato più nel dettaglio da Alessandra Annoni, docente del Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe: «la Corte Penale Internazionale – ha spiegato – può sanzionare solo quegli Stati che han ratificato lo Statuto di Roma. Diversi Paesi, però, (tra questi non vi è l’Italia) hanno la possibilità di punire al proprio interno questo reato».

«Le conseguenze della crisi climatica non colpiscono tutti allo stesso modo e nessun governo al mondo può pensare di affrontare da solo una questione così enorme», ha aggiunto Patrizio Bianchi. «L’Europa è, quindi, a livello di competizione globale e di unità politica, il livello minimo su cui confrontarsi e proporre soluzioni».

IL VESCOVO: «SOLIDARIETÀ CONTRO L’EUROPA DEI MERCATI»

La prospettiva teorico-sociale della Chiesa cattolica, dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII all’enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV, è stata al centro della riflessione del nostro vescovo Gian Carlo.

«Fin dalla Rerum Novarum la Chiesa ha affermato il diritto di migrare e il diritto di rimanere nella propria terra – ha esordito -, ritenendo che non si doveva combattere l’emigrazione, ma le sue cause: lo sfruttamento lavorativo, la povertà, l’analfabetismo, in altre parole le ingiustizie e le non pari opportunità. Al tempo stesso, gli stessi Vescovi si sono impegnati nella costruzione di un movimento sociale cattolico che ha generato orfanatrofi, biblioteche, cooperative, il sindacato cattolico, le banche cooperative, la partecipazione di politici cattolici».

Venendo all’oggi, mons. Perego ha riflettuto su come «l’Europa torna ad essere più l’Europa dei mercati e meno della solidarietà. La pace, il disarmo, la giustizia, la libertà di migrare, l’accoglienza nella legalità, il superamento dei nazionalismi, la tutela dei più deboli, una solidarietà diffusa (locale, europea, internazionale) che trasformi il modello economico di un capitalismo senza regole che genera disuguaglianze, una risemantizzazione della cittadinanza (locale, europea, universale) sono i tratti di una democrazia matura che la Chiesa di oggi continua a sostenere».

«Uno sguardo alla città inclusiva sembra essersi oggi non solo indebolito, ma incrinato, non solo per mancanza di risorse, ma per una nuova prospettiva semplicemente neoliberista, ha proseguito: che esclude i poveri, che ritarda la cittadinanza, che allarga il divario salariale, che ritorna al nazionalismo e indebolisce il progetto solidale europeo. L’Europa, nata sul modello economico inclusivo e redistributivo, allargata sulla tutela dei diritti e sulla solidarietà raccogliendo il modello socialdemocratico sembra oggi in crisi, investita da un vento che la schiaccia sui nazionalismi di ritorno e su modelli economici e strutturali che sacrificano la solidarietà e la tutela dei diritti, come vediamo dalla storia sociale europea».

«Non vi è dubbio che l’Unione Europea e gli stati membri si siano fatti trovare impreparati davanti alla sfida delle migrazioni internazionali», ha poi aggiunto. E anche la cooperazione internazionale, «anziché strumento di condivisione e di giustizia sociale allargata, fonte di sviluppo è diventato strumento nuovo per allargare il mercato, come dimostra il “Piano Mattei” di oggi, che non ha nulla a che fare con il “Piano Mattei” del Dopoguerra. L’attuale vede come protagoniste le grandi aziende, il Piano Mattei vedeva come coprotagonisti alla pari i popoli in via di sviluppo: ne è prova che il primo annuncio del “Piano Mattei” di oggi, nato in poche settimane, era stato annunciato il 29 gennaio 2024 come “il piano di sviluppo dell’Italia in Africa”, non coinvolgendo i popoli africani interessati e le centinaia di ONG cattoliche e laiche che operano in Africa. Il “Piano Mattei” attuale non è un piano di collaborazione e non è nato con 10 anni di studio di giuristi importanti», come invece quello del Dopoguerra.

L’aspetto più grave – ha concluso il Vescovo – che segna il nostro presente è «l’indebolimento degli Organismi internazionali di tutela della giustizia ad ogni livello. Un indebolimento che li vede non più superiori agli interessi di parte, delle grandi potenze politiche ed economiche che usano la guerra come strumento di conquista più che dei territori dei loro beni».

UNIRE LOTTE E PROPOSTE. SÌ, MA COME?

Trasformazione sociale ed ecologica: su quest’asse hanno dunque ruotato le riflessioni del convegno. Un’occasione di incontro e di confronto volutamente dal basso, nel quale sono state coinvolte reti, associazioni e movimenti. Non solo un metodo ma uno stile politico: non si esce dal capitalismo solo dall’alto, dal livello istituzionale, ma anche e soprattutto con un’azione creatrice dal basso: «l’azione territoriale viene immaginata come una forma concreta di contrasto alla privatizzazione, alla gentrificazione e alla riduzione della città a spazio di consumo», spiegano i curatori dei tavoli di lavoro.

In alcune delle numerose riflessioni emerse da questi, si è inteso quindi «distinguere tra semplice mobilitazione, partecipazione istituzionalizzata e conflitto capace di produrre un progetto emancipativo», che «possa incidere sui rapporti sociali e produrre alternative».

Un equilibrio complesso, che richiede capacità di sintesi e visione lunga. Insomma, uno sguardo politico: «le associazioni vengono considerate spazi importanti di resistenza, relazione e presidio territoriale – scrivono ancora i partecipanti -, soprattutto dove partiti e altri corpi intermedi si sono indeboliti. Rimane però irrisolta una contraddizione: possono diventare nuovi soggetti politici oppure tendono strutturalmente a difendere interessi circoscritti, senza riuscire a costruire una visione generale?». In ogni caso, risultano spesso astratte, meramente teoriche, le divisioni tra i soggetti (associazioni, movimenti, partiti): «ai movimenti viene riconosciuta maggiore capacità di cambiamento, alle associazioni maggiore continuità. La prospettiva più promettente sembra quindi quella di evitare che stabilizzazione organizzativa e forza trasformativa diventino alternative incompatibili».

Nodo delicato, non risolvibile né con lo spontaneismo né col verticismo, è quello del rapporto con le istituzioni: «senza confronto con queste, le associazioni rischiano di non produrre effetti, ma la contrattazione può ridurne autonomia e radicalità. Le associazioni devono produrre risultati concreti, ma senza ridursi a soggetti che amministrano problemi all’interno delle regole esistenti. La tensione tra efficacia e trasformazione costituisce uno dei problemi politici centrali emersi nella sessione», scrivono ancora i partecipanti.

In conclusione, dunque, «più che individuare un nuovo soggetto equivalente al partito tradizionale, viene proposta un’ecologia di organizzazioni e resistenze capaci di cooperare».

 

(Foto grande: Pexels – Markus Spiske. Foto al centro: due momenti del convegno. Ultima foto: Pexels – Will Bill Urban)

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