Oltre a subire lo spaventoso regime tornato a dominare il Paese nel 2021, molti afghani trovano numerose difficoltà anche nell’accoglienza in Europa. Lo spiega molto bene Alessandra Annoni, docente di UniFe

Ieri, 26 agosto, sul nostro sito abbiamo pubblicato il racconto di Francesca Borciani, giovane ferrarese, che abbiamo incontrato il giorno prima in occasione del suo intervento nel sit in settimanale organizzato da Rete Pace davanti alla Cattedrale (un centinaio i presenti). Oltre a Borciani e ad alcune letture, sul tema Afghanistan è intervenuta anche Alessandra Annoni, docente ordinaria di Diritto internazionale al Dipartimento di Giurisprudenza di UniFe.

Di seguito, pubblichiamo l’intervento integrale di Annoni.

LA SITUAZIONE IN AFGHANISTAN DOPO LA REINSTALLAZIONE DEL REGIME DEI TALEBANI E L’ARRIVO DI CITTADINI AFGHANI IN EUROPA

Nell’agosto 2021, i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan.

Nonostante gli annunci rassicuranti dei nuovi leader, il cambio di regime ha dato avvio a un rapido arretramento della situazione dei diritti umani nel Paese. Come abbiamo già ascoltato nelle testimonianze che mi hanno preceduto, la situazione è in continuo peggioramento e particolarmente drammatica per donne e bambine. Questo ha generato un flusso significativo di profughi, che cercavano riparo dalla persecuzione.

I primi profughi sono arrivati in Europa con le grandi operazioni evacuazione gestite direttamente dalle ambasciate europee.

Dopo la caduta di Kabul, migliaia di persone che avevano collaborato con gli Stati europei, con le organizzazioni internazionali, con le forze occidentali, oppure che erano considerate particolarmente esposte al rischio, sono state trasferite fuori dall’Afghanistan.

Successivamente alcuni Stati hanno attivato corridoi umanitari, attraverso Pakistan e Iran.

Parliamo però di numeri limitati, del tutto insufficienti a rispondere al reale bisogno di protezione.

I cittadini afghani che non hanno potuto beneficiare di queste corsie “preferenziali” hanno provato a rivolgersi alle ambasciate europee, chiedendo l’emissione di un visto umanitario per entrare legalmente nell’Unione europea. Ma il diritto dell’UE, ad oggi, non prevede un diritto generalizzato di ottenere un simile visto per chi fugge da situazioni di conflitto o di violazione strutturale dei diritti umani. Valeva per i siriani, vale oggi per i Palestinesi e vale anche per afghane e afghani. L’amministrazione consolare gode di una discrezionalità molto ampia a questo riguardo e le richieste di questi visti vengono spesso rigettate o più semplicemente ignorate.

Per questo, per moltissime persone, l’unica possibilità concreta per trovare protezione in Europa è stata ed è ancora quella di intraprendere viaggi lunghi e pericolosissimi, affidandosi ai trafficanti per cercare di raggiungere in modo irregolare in Europa.

STATUS IN EUROPA DEI PROFUGHI AFGHANI

E una volta raggiunta l’Europa, quale è lo status di queste persone?

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, l’Unione europea ha attivato per la prima volta la direttiva sulla protezione temporanea.

Questo ha significato per milioni di cittadini ucraini la possibilità di ottenere rapidamente un titolo di soggiorno, accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e agli altri diritti previsti dalla normativa europea, senza dover affrontare una lunga procedura individuale di valutazione della domanda di asilo.

Per l’Afghanistan non è successo.

Nel 2021 l’utilizzo della direttiva sulla protezione temporanea per gli afghani fu espressamente proposto anche nel dibattito europeo. Ma la Commissione e il Consiglio non percorsero quella strada.

La dichiarazione del Consiglio dei ministri dell’interno del 31 agosto 2021 è molto significativa: da un lato parla della necessità di proteggere le persone vulnerabili; dall’altro insiste sulla necessità di sostenere i paesi della regione e di evitare nuovi movimenti migratori irregolari su larga scala verso l’Europa.

Non potendo beneficiare della protezione temporanea, i cittadini afghani giunti in Europa hanno dovuto quindi presentare una domanda di protezione internazionale.

Molti di loro hanno ottenuto lo status di rifugiato, che viene riconosciuto alla persona che abbia un fondato timore di persecuzione per motivi di religione, opinioni politiche, razza, nazionalità o appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Nel 2025 il tasso complessivo di riconoscimento della protezione internazionale per gli afghani nell’area UE+ è stato del 68 per cento.

Nel caso delle donne afghane, nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che l’insieme delle misure discriminatorie imposte dal regime talebano alle donne può costituire persecuzione. E ha affermato che, nell’esaminare la domanda di asilo di una donna afghana, le autorità nazionali possono tener conto anche soltanto della sua nazionalità e del suo genere, per riscontrare il rischio di persecuzione.

Una volta riconosciuto lo status, alcuni rifugiati hanno chiesto e ottenuto il ricongiungimento familiare con coniuge e figli.

Anche per chi non otteneva lo status, e rimaneva irregolare sul territorio, comunque, l’ipotesi di un rimpatrio era sostanzialmente esclusa:

–          La situazione di sicurezza e dei diritti umani era estremamente instabile e non era possibile valutare con sufficiente affidabilità quali persone potessero essere rinviate senza essere esposte a persecuzione o trattamenti contrari ai diritti fondamentali.

–          Il 16 agosto 2021 UNHCR emanò una specifica Position on Returns to Afghanistan chiedendo agli Stati di sospendere i rimpatri forzati, proprio per il rapido deterioramento della sicurezza, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

–          Era poi venuto meno l’interlocutore statale con il quale erano stati organizzati fino ad allora identificazione, documentazione e riammissione dei rimpatriati.

 

LE PRESSIONI DI ALCUNI STATI EUROPEI PER IL RIMPATRIO: CRITICITÀ

Il vento, però sta cambiando.

Negli ultimi mesi alcuni governi europei hanno esercitato una pressione crescente per poter rimpatriare cittadini afghani: rifugiati a cui sia stato revocato lo status per la commissione di gravi crimini o semplici “irregolari”.

Il 23 giugno 2026 rappresentanti della Commissione europea e di quindici Stati membri hanno incontrato a Bruxelles una delegazione delle autorità talebane.

Nel frattempo la Germania ha già ricominciato ad effettuare rimpatri verso Kabul.

E il dato è di strettissima attualità: questa mattina, 25 agosto 2026, dall’aeroporto di Lipsia-Halle è partito un volo charter diretto a Kabul. A bordo si trovavano 23 cittadini afghani, accompagnati dalla polizia federale. La maggior parte, ma non tutti, avevano condanne penali. Austria, svizzera Belgio, Svezia hanno già fatto qualche rimpatrio di condannati.

E l’Italia? Non mi risulta che ci siano già stati rimpatri, ma l’Italia è fra i firmatari della lettera dell’ottobre 2025 che chiedeva all’UE di aprire il dialogo con i talebani per consentirli.

La compatibilità di questi allontanamenti con il diritto internazionale, però, è a dir poco dubbia:

Il diritto internazionale ed europeo stabiliscono un principio molto semplice: uno Stato non può rimandare una persona in un paese nel quale esista un rischio reale di persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti. È il principio di non-refoulement. Ogni rimpatrio deve essere preceduto da una valutazione seria e individualizzata di questo rischio

Lo prevedono la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (per chi ha questo status), la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tutti strumenti che vincolano gli stati europei e la stessa Commissione UE.

Il divieto di refoulement è assoluto: tutela anche se chi abbia commesso gravi crimini.

Per le donne e bambine afghane, il rischio di persecuzione, tortura e trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio è evidente, per tutto quello che abbiamo già detto.

Ma per gli uomini?

Gli uomini possono essere esposti a rischi molto diversi: ex funzionari del precedente governo, appartenenti alle precedenti forze di sicurezza, giornalisti, difensori dei diritti umani, persone appartenenti a minoranze religiose o etniche, in particolare gli Hazara, persone considerate oppositori dei Talebani, persone accusate di apostasia o blasfemia, oppure persone il cui comportamento e stile di vita siano percepiti come incompatibili con le norme imposte dal regime. Questi rischi vanno valutati caso per caso.

Lo ha detto anche la Corte europea dei diritti dell’uomo del marzo 2026, nel caso D.M. contro Svezia. Ha stabilito che il rimpatrio in Afghanistan di un uomo afghano avrebbe violato l’articolo 3 della Convenzione europea. La Corte ha considerato insieme diversi elementi: la sua appartenenza alla minoranza Hazara, l’area di provenienza, il lungo periodo trascorso in Europa e il rischio che il suo comportamento fosse considerato contrario alle norme religiose e morali imposte in Afghanistan.

In conclusione, la situazione dei diritti fondamentali in Afghanistan resta gravissima. E ha poco senso ragionare secondo uno schema semplicistico per cui donne e bambine non si rimpatriano, mentre gli uomini sì. Se per le donne la persecuzione è una certezza, per gli uomini resta comunque un rischio concreto, da valutare caso per caso.

Ma c’è anche un altro aspetto che, a mio avviso, andrebbe considerato: le persone non sono monadi, ma vivono dentro famiglie e reti di relazioni che una decisione di allontanamento può spezzare. Anche questi legami devono essere considerati, perché il diritto al rispetto della vita privata e familiare è tutelato dall’articolo 8 della CEDU.

La tutela contro il refoulement e il rispetto dell’unità familiare non sono concessioni politiche: sono limiti giuridici che gli Stati europei devono rispettare.

Foto

Sopra: Annoni durante il suo intervento al sit in.

Sotto, alcuni partecipanti al sit in.

Non vuoi perderti nemmeno un articolo? Abbonati qui!