Grattacielo di Ferrara. Ansar e la sua famiglia, fra gli sgomberati, ci raccontano la loro sofferenza: «Siamo io e mia moglie, due figlie di 11 e 13 anni e due gemellini di 11 mesi. Viviamo fuori città, isolati. Le ragazze soffrono, le amiche sono lontane. Abbiamo mutuo e affitto. Il Comune non ci aiuta»
di Andrea Musacci
«Quando potremmo tornare nella nostra casa?», chiede Ansar a un interlocutore non davanti a lui ma che sta decidendo del presente e dell’avvenire della sua famiglia.
Ansar è una delle oltre 600 persone che l’Amministrazione comunale di Ferrara ha deciso di sgomberare dal Grattacielo tra gennaio e febbraio scorsi. Una scelta pesante, ideologica, e perlopiù con nessun sostegno all’altezza delle conseguenze causate a tante persone.
Ansar Mia Md e la moglie Amina Begum Mst, sposati dal 2012, sono originari del Bangladesh, per la precisione della città di Sunamganj. Ansar da dieci anni vive in Italia, mentre la moglie lo ha raggiunto qui nel 2024.
Ci racconta come nel suo Paese d’origine abbia lavorato assieme ai propri genitori nella lavorazione della farina di riso, prima di svolgere altri impieghi, fra cui quello di taxista. Poi la scelta di andare in Libia per trovare maggiori opportunità di lavoro. Dopo un anno e mezzo, l’arrivo in Italia.
Fino a inizio agosto scorso Ansar ha lavorato nella cucina della caffetteria Kristall Bakery di via Ripagrande, per poi prendere in gestione da suo cugino il minimarket Alimentari all’incrocio tra la stessa strada e via Boccacanale di santo Stefano. Amina, oltre all’impegno di accudimento dei figli, ha frequentato il progetto di integrazione “Madri a scuola” coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, supportato dalla Fondazione Migrantes e appoggiato dalla nostra Arcidiocesi con la collaborazione della parrocchia dell’Addolorata di Ferrara.
I due coniugi, da maggio 2025 sono proprietari di un appartamento al sesto piano della torre A del Grattacielo. Hanno due bimbe, Noha e Minha, rispettivamente di 11 e 13 anni, una frequentante la Tasso, l’altra la Poledrelli. E due gemellini nati il 24 novembre del 2025, Asad e Musad. Dal 12 febbraio abitano nel b&b in via Modena 38 (vicino all’incrocio con via Eridano) dato loro da Asp, per il quale ogni mese pagano 300 euro di affitto. Il mutuo per l’acquisto dell’appartamento del Grattacielo la banca glielo ha sospeso, ma solo fino a dicembre di quest’anno. «Quando vivevamo nelle torri – ci racconta Ansar – per noi e le bambine era tutto più comodo, le scuole erano vicine. Non possediamo un’automobile e spesso gli orari dei bus non sono comodi. Il Comune non ci aiuta. Ho già fatto quattro domande ad Acer per un alloggio, ma nulla. E ci han proposto un appartamento ancora più lontano, addirittura vicino Copparo. Le mie figlie stanno soffrendo, perché non riescono più a vedere le loro amiche». Legami spezzati, relazioni fondamentali soprattutto nella delicata fase della preadolescenza.
E l’appartamento, pur essendo abbastanza grande, ha una cucina piccola e un armadio non sufficiente per sei persone. «Tanti nostri vestiti li mettiamo sui letti e sul divano. E la mia posta arriva a un amico in via Piangipane, perché non mi hanno ancora dato la residenza in via Modena». Inoltre, «l’assegno unico famigliare ci viene continuamente diminuito, da 1000 euro a 900 e ora è a 700».
In questi giorni Ansar riuscirà a tornare, per la seconda volta dopo il 12 febbraio, nel suo appartamento al Grattacielo, giusto il tempo per recuperare alcuni documenti e un po’ di vestiti. La prima volta è rientrato l’estate scorsa, dopo aver dovuto sborsare 30 euro per appena 45 minuti. Gli aiuti alla sua famiglia non mancano, da parte dell’Associazione “Cittadini del mondo” e di altre persone. Ma nei loro occhi, assieme alla tenacia e al desiderio di un domani migliore, c’è sconforto, difficoltà a capire il perché le loro vite, per chi comanda nella nostra città, valgano così poco. Ma da quei potenti nessuna risposta, solo un silenzio fatto di indifferenza e presunzione.
(Articolo pubblicato su “La Voce” del 22 ottobre 2026)
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