L’incontro tra padre e figlia nella nuova opera dello scrittore ferrarese Claudio Fochi: una recensione
di Emanuela Calura
Il romanzo più recente di Claudio Fochi, scrittore ferrarese emergente, s’intitola “La bella forza cieca” quasi a testimoniare l’impulso vitale che travalica gli ostacoli del destino talora avverso all’eroe della storia narrata.
Autore di altre due prove narrative, “La bambola di Sofia” e “I giardini della mutua”, con questo testo l’autore pare giungere a una sorta di maturità narrativa che ripercorre tutta l’esistenza precedente sulla scia del “errare humanum est, perseverare diabolicum est”. Infatti Fochi sembra mettere al centro del romanzo il tema del sacro, chiedendo perdono di un errore di gioventù involontario, svolto senza l’amore necessario a compiere simili atti frutto solamente di attrazione fisica e mentale per una “donna fatale”.
L’originalità di Fochi mette in luce il tema scottante mai trattato in prima persona al maschile della paternità negata. La figlia francese non riconosciuta, avuta da una relazione occasionale, affronta il viaggio in Italia perché vuole conoscere il padre originario, con cui non ha mai intrattenuto rapporti d’affetto. Questo il nucleo centrale della trama che si dipana attraverso Napoli, Roma e l’Italia settentrionale, in musei, mostre, chiese. Océane viene istruita lungo tutto il percorso di padre e figlia nelle città che i due visitano durante tutta la giornata. È il modo paterno di donare affetto alla figlia, trasmetterle la conoscenza culturale per crescere nella vita.
Si avverte la suggestione emotiva della bellezza con la conseguente elevazione mentale e spirituale che fa presentire la tentazione di credere. «Laico, ma dal forte temperamento religioso, attratto dal sacro più dal punto di vista antropologico che dalla fede in una religione specifica»: così si definisce il protagonista Giorgio, alter-ego dell’autore Fochi, in cui si riconoscono i principi originari del cattolicesimo uniti, quasi per sincretismo, con gli spunti di altre religioni e fedi. Il sacro appartiene alla sfera delle spiegazioni religiose delle origini di questo mondo prima del cosiddetto Big-Bang iniziale. Religione e scienza si integrano e completano a vicenda.
L’autore mantiene alto il tono del racconto. L’ironia ariostesca rivisitata in chiave bassaniana contemporanea, ci induce a riflettere sul significato finale del messaggio al lettore. Come Orlando era andato sulla Luna per recuperare il suo senno perduto per amore e lo trova racchiuso in un’ampolla, così allo stesso modo, Giorgio compie il suo viaggio lunare. Rinsavito, forse ritornato alla vita, il protagonista sembra decidere di prendersi cura della giovane ragazza, sua figlia, in precedenza rinnegata perché frutto di un’avventura e non dell’amore vero provato per la collega docente già sposata con prole. A differenza dell’Ariosto di Pazzi, visionario e ironico, l’Ariosto di Fochi si svela nell’amore totale inteso come miraggio sfuggente e nel raziocinio ritrovato come senso della misura e del pudore.
Tra innovazione e tradizione il protagonista riconosce la figlia, per giungere a quella “redenzione” significativa della scia italiana del romanzo: la paternità prima negata viene poi accettata, l’orfana ritrova il padre, così tutti gli equilibri si ristabiliscono. Prevale alla fine la redenzione dal peccato giovanile, dall’urgenza della carne, dalla mancata virtù, cercata infine attraverso la spinta alla conversione degli impulsi ciechi nella saggezza compiuta del sapere conquistato.

(Foto: Pexels – Can Ceylan)
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