Una riflessione sul rapporto tra fede religiosa e rappresentazione artistica. Previati, Perugino e Michelangelo: è possibile rappresentare la fede senza possederla? Ed è possibile esprimere un sentimento religioso con un soggetto non religioso?
di Umberto Scopa
Cos’è l’arte, come riconoscerla, è da sempre un tema dibattuto e sfuggente che si dissolve più che definirsi nel dibattito. L’intricata selva di criteri possibili dissuade da ogni tentativo di codificazione condivisa. È così che si genera attorno all’arte quel fascino senza pari dell’inafferrabile che tanto ci conquista.
Questo resta vero sia quando di fronte ad un capolavoro nessuno dubita del suo valore, sia quando di fronte ad un’opera siamo combattuti o avversi, perché l’arte non si misura con criteri predefiniti, e anzi non si misura.
L’arte, e così anche l’indagine sull’arte, è come un rigoglioso albero con infiniti rami, tanti quante le impostazioni di pensiero che possono produrre.
Un’interessante tema di indagine, che si ritaglia uno spazio nella più ampia riflessione sull’espressione artistica, è il rapporto tra arte e fede.
Nella nostra cultura, ancor più nei tempi antichi, l’arte religiosa ha sempre occupato un largo spazio, generando nel suo ambito anche riflessioni scaturite dall’incontro della disciplina artistica con la fede.
La fede appartiene alla dimensione intima di ognuno, e ogni artista può rappresentare il tema religioso da uomo di fede o meno, ma quale ruolo possa o debba giocare la fede nell’arte religiosa è un problema che molti studi si sono posti.
Può apparire oggi una questione molto accademica, lontana dalle stringenti necessità del quotidiano che ci investono, ma non è sempre stato così, e anche in tempi non meno drammatici di quelli attuali.
Nei primi decenni del ‘900 l’importante periodico “Arte Cristiana” trattò con insistenza l’argomento. Numero dopo numero, la questione sempre aperta, ritornava. La rivista lanciò addirittura un vero e proprio sondaggio che non lasciò affatto indifferenti i lettori e tanti esponenti di studi artistici e religiosi.
Prendeva forma un ventaglio di opinioni delle quali occorre limitarsi a brevi annotazioni.
La prevalenza degli esponenti cattolici lasciava intendere che l’arte religiosa insisteva su un terreno dove l’artista non poteva essere indifferente alla finalità prima della chiesa, che è rafforzare la fede; a questa finalità primaria l’artista doveva sottomettere e indirizzare il potere delle sue suggestioni visive.
Taluni avevano anche codificato dei requisiti figurativi che l’opera religiosa doveva avere per rispondere allo scopo anzidetto. I requisiti apparivano per lo più mutuati dalla rispondenza a modelli di rappresentazione riferibili a opere religiose del passato, già universalmente riconosciute e celebrate.
In quest’ottica una particolare impostazione di pensiero[1] approfondiva ulteriormente l’argomento fino al punto di indagare quali fossero le caratteristiche del sentimento religioso cristiano, al quale l’arte doveva introdurre. L’articolo ne elencava tre fondamentali: la tendenza verso Dio, il sollevamento al di sopra di noi e la rassegnata tolleranza dei mali di questa vita.
Senza entrare nel merito di questa codificazione, non passerà inosservato che proprio trattandosi di una codificazione confliggeva per natura con quel concetto di arte in genere che è sfuggente, e per natura sfida le regole più che seguirle.
Per uscire dal discorso solo teorico, fu proprio il noto artista ferrarese Gaetano Previati ad incarnare uno dei casi controversi. Lo denunciò proprio un articolo[2] apparso sulla rivista “Arte Cristiana” di cui mi sto occupando. Questa rivista nell’occasione prese le parti del nostro artista contro la posizione della rivista “La Civiltà Cattolica”. Quest’ultima infatti aveva respinto in modo netto l’arte di Previati per il suo modo non convenzionale di interpretare il tema religioso.
Taluni, insistendo sull’idea di una codificazione dei requisiti dell’arte cristiana, ne introducevano altri. Per esempio che solo l’artista intimamente animato dalla fede potesse produrre un’opera d’arte religiosa riconosciuta come tale. Più precisamente si affermava che solo la fede poteva infondere nell’artista la giusta impostazione per rappresentare in modo corretto il soggetto religioso.
Ci portiamo in questo caso sul terreno della valutazione di un requisito talmente intimo e soggettivo che sembra prescindere del tutto dal talento, e dal risultato finale ottenuto dall’artista nell’impiego del suo ingegno e della manualità. Può la fede dell’autore da sola sopperire ai limiti del talento dell’autore stesso? Certamente non può e quando non può, nessun vantaggio apporterebbe alla finalità di rafforzare il sentimento religioso altrui, risultato che la fede dell’autore da sola non può garantire.

Non solo, ma c’è da chiedersi se per la finalità summenzionata non possa dirsi addirittura che il talento possa sopperire all’assenza della fede. Fu proprio un articolo[3] apparso sulla medesima rivista a firma di Ludovico Seitz a suggerire un esempio che confutava la rilevanza dell’indole religiosa o meno dell’artista nel giudizio sul valore delle sue opere religiose. L’autore citava il caso del Perugino e di seguito riporto le sue parole: «benché abbia dipinto santi per tutta la sua vita non fu solo irreligioso, ma non credette nemmeno alla immortalità dell’anima».
L’esempio citato del Perugino restituisce il giusto peso alla valutazione dell’opera in sé indipendentemente da ogni indagine sull’autenticità dell’intimo sentimento religioso dell’autore. Del resto non si può disconoscere l’indubbio valore aggiunto reso dal Perugino al fine di elevare ai più alti onori il sentimento religioso. Sembrerebbe dunque che l’artista possa rappresentare in modo grandioso qualunque cosa, anche un sentimento religioso che non possiede e, aggiungo, anche meglio di tanti che quel sentimento religioso possiedono. Questo a ben vedere ci restituisce un’immagine ancora più potente dell’arte come strumento di rappresentazione: l’artista potrebbe rappresentare grandiosamente anche quello in cui non crede in una forma di immedesimazione simile a quella dell’attore.
Non rimane fuori dagli esempi richiamati in questo dibattito l’opera di Michelangelo, assurto, come già ho detto, ad esempio e modello principe da chi voleva riferirsi a grandi autori del passato per valutare la grandezza dell’opera d’arte che ci intrattiene sui temi della fede.
In un articolo[4] della medesima rivista, Michelangelo è citato, ma più che per le sue opere è citato per il suo pensiero: l’artista stesso avrebbe affermato che la ricerca stessa della perfezione era già una tensione che avvicinava l’uomo a Dio. Da questa affermazione si potrebbe desumere allora un interrogativo, e cioè che, qualora la ricerca della perfezione raggiunga un lodevole risultato, anche la rappresentazione di un soggetto non religioso potrebbe esprimere un sentimento religioso. Un altro interrogativo che ognuno può indirizzare verso una sua risposta e qui mi fermo.
Nessuna pretesa di completezza c’è naturalmente in questo mio breve scritto. È solo un’elencazione di alcune questioni alle quali ho dato un mio ordine espositivo personale. Il mio intento era unicamente quello di addensare un po’ di interesse su un tema prolifico di spunti stimolanti.
Mi limito a ricordare che gli interessati possono trovare le riviste citate, e altre della medesima serie, nella biblioteca dei Musei di Arte Antica di Palazzo Bonacossi a Ferrara, la quale è aperta al pubblico e ben disposta ad accogliere chiunque volesse prenderne visione anche per sola curiosità.
NOTE
[1] Volume che raccoglie i fascicoli del periodico “Arte Cristiana” del 1914, pag. 365.
[2] Volume che raccoglie i fascicoli del periodico “Arte Cristiana” del 1915, pag. 78.
[3] Volume che raccoglie i fascicoli del periodico “Arte Cristiana” del 1913, pag. 33.
[4] Volume che raccoglie i fascicoli del periodico “Arte Cristiana” del 1913, pag. 304.
(Foto grande: Gaetano Previati, Via Crucis, XII stazione, 1901-1902, olio su tela, 121 × 107 cm, Musei Vaticani, Collezione d’Arte Contemporanea. Foto © Musei Vaticani.
Foto al centro: Perugino, Assunzione della Vergine, Pala di Corciano, 1512; tempera su tavola, 226 x 146 cm, i due pannelli della predella 31 x 78 cm; Corciano, Santa Maria Assunta)
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