Nel fiorentino, vicino Barberino di Mugello, c’è un cimitero che raccoglie le spoglie di oltre 30mila caduti tedeschi. Lì, dal 2003 la compagnia Archivio Zeta ha proposto esperienze teatrali per unire memoria e rispetto dei morti. Ma ora questo progetto verrà interrotto. Una scelta non condivisibile

di Ariel Astra Banwell

Un cimitero non è un teatro. È prima di tutto un luogo di lutto e di pace. Per questo si può comprendere il disagio di chi, sentendo parlare di spettacoli teatrali tra le tombe, istintivamente storce il naso. Il caso del Cimitero militare germanico del Passo della Futa, nel fiorentino, tuttavia, impone uno sguardo più attento.

Dal 2003 Archivio Zeta, compagnia teatrale fondata nel 1999 da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, accompagna migliaia di spettatori dentro uno dei luoghi più difficili della memoria europea. Alla Futa la compagnia ha costruito un’esperienza teatrale e civile in cui parola, azione scenica, paesaggio e memoria storica entrano in relazione.

Questa esperienza è ora destinata a interrompersi. Secondo quanto comunicato da Archivio Zeta, la direzione del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, associazione di pubblica utilità incaricata della cura delle tombe di guerra tedesche all’estero, ha stabilito che il 2026 sarà l’ultimo anno di rappresentazioni teatrali nel cimitero. Al termine dello spettacolo, la compagnia ha inoltre spiegato al pubblico che alla decisione avrebbero contribuito obiezioni provenienti da alcuni familiari dei caduti e dai custodi del cimitero.

Si avvia così alla conclusione un percorso iniziato con I Persiani di Eschilo, testo fondativo sulla guerra vista dalla parte dei vinti, e costruito negli anni attraverso opere capaci di interrogare quel paesaggio, dalla tragedia antica alla letteratura moderna, da Eschilo e Sofocle a Kraus e Kafka. Guerra, colpa, responsabilità, giustizia, opacità del potere e vulnerabilità dell’individuo non erano temi astratti. Nel cimitero, tra tombe di soldati morti dentro una guerra di ordini, apparati e responsabilità, assumevano un peso particolare.

La Futa è il più grande cimitero militare tedesco in Italia. Raccoglie le spoglie di 30.683 caduti tedeschi, in gran parte trasferiti da cimiteri militari e civili e da sepolture isolate nelle zone dei combattimenti tra l’Arno e il Po. Sorge sul crinale appenninico, in una delle aree cruciali dei combattimenti della Linea Gotica. È il cimitero del nemico nel territorio delle ferite, là dove l’occupazione tedesca, la guerra ai civili, la repressione antipartigiana e le stragi nazifasciste hanno lasciato tracce profonde.

La decisione ha suscitato anche la reazione del Comune di Barberino di Mugello, che ha scritto alla direzione tedesca del Volksbund chiedendo l’apertura di un confronto. Nella lettera, firmata dall’assessora alla Cultura, l’amministrazione richiama l’alto valore civile e artistico dell’esperienza di Archivio Zeta e il rispetto con cui gli spettacoli si sono rapportati alla memoria e alla sacralità del luogo. Una presa di posizione che non riguarda soltanto il Mugello. La Futa appartiene a una geografia della memoria che coinvolge anche l’Emilia-Romagna, dalla Linea Gotica fino ai luoghi della guerra e della Liberazione nel nostro territorio.

Nel libro Niente muore mai, Viet Thanh Nguyen parla dei cimiteri di guerra come di città dei morti, luoghi in cui la memoria viene ordinata, circoscritta, messa in quarantena. La pietra dà alla morte una forma, offre ai vivi uno spazio per il lutto e dispone i caduti dentro un ordine più sopportabile. Ma proprio quell’ordine può diventare ambiguo, perché mette a distanza la realtà intollerabile della loro morte e rischia di trasformare la guerra in un passato più facile da contemplare che da interrogare.

Alla Futa, tuttavia, questa quarantena della memoria non si compie mai del tutto. L’architettura progettata da Dieter Oesterlen non produce soltanto ordine. La spirale di pietra sale lungo il pendio, avvolge il crinale, guida e insieme disorienta. Cambia a seconda del passo e del punto da cui la si guarda, obbligando il visitatore a entrare in un movimento labirintico. Lo sperone in cui culmina il percorso appare, a seconda del punto di vista, come una lama o come una vela tesa. Il vento corre lungo il crinale e trasforma il luogo in un viaggio senza approdo, una barca di pietra sospesa sull’Appennino.

La Futa non consola facilmente. Trascina dentro come un risucchio e chiede di camminare in una memoria che non si lascia pacificare, mentre sotto l’ordine delle tombe resta il disordine della storia.

In questo spazio il teatro di Archivio Zeta trovava la propria necessità. Entrava nel movimento della Futa e aiutava il pubblico a orientarsi in quel disorientamento. La scena non restava chiusa nel rapporto tra attori e spettatori, ma si rifrangeva nel luogo, aprendo una percezione più ampia e prismatica. Da quella relazione nasceva il desiderio di continuare il viaggio, di cercare oltre.

Nello spettacolo a cui ho assistito non ho percepito nulla di irrispettoso. Si arriva sapendo di assistere a un’opera teatrale, ma il luogo non permette mai di dimenticare dove si è. Il pubblico si muove tra le tombe, in un silenzio fisico, trattenuto, reverenziale, e anche quando bisogna spostarsi per seguire gli attori il passo assume un ritmo diverso. Le lapidi restano accanto ai passi, davanti agli occhi, a volte tra gli attori e il pubblico, e non sono mai uno sfondo scenico. Sono presenze mute, testimoni a loro volta.

Dopo lo spettacolo, mi sono sorpresa a sussurrare i nomi incisi sulle lapidi. Uno dopo l’altro, oltre trentamila caduti smettevano di essere una cifra e diventavano presenze, vite interrotte, giovinezze fissate per sempre nell’istante della guerra.

Come Orfeo, anche il teatro di Archivio Zeta abitava una soglia. Non cancellava la morte, ma la sfiorava, la avvicinava per un istante. La voce e i gesti degli attori conducevano i vivi verso il mondo dei morti, dentro il vortice della memoria, offrendo un filo nel labirinto della storia.

Per questo la decisione di interrompere gli spettacoli non riguarda soltanto una compagnia teatrale. Riguarda il modo in cui scegliamo di abitare un luogo di memoria. Il rispetto per i morti e il dolore dei familiari non possono essere ignorati. Eppure un cimitero di guerra, soprattutto un cimitero di soldati tedeschi nel cuore della Linea Gotica, è anche un documento storico nello spazio.

La pietra accoglie i caduti nella stessa quiete, ma non cancella le differenze delle vite, delle scelte e delle responsabilità. Molti erano giovani mandati a morire in una guerra che la Germania nazista stava ormai perdendo; al tempo stesso, una parte significativa dei reparti cui appartenevano i militari sepolti alla Futa fu coinvolta nella guerra antipartigiana e in violenze contro i civili. La memoria della Futa deve poter custodire tutto questo senza semplificarlo, tenendo insieme umanità e colpa, lutto e storia, pietà per i morti e responsabilità dei vivi.

È anche questo che il teatro di Archivio Zeta ha fatto alla Futa. Ha offerto la possibilità rara di guardare il nemico senza disumanizzarlo, di piangere vite giovani senza assolvere la guerra che le ha distrutte. Con la fine delle rappresentazioni, la Futa perderà uno degli strumenti che hanno contribuito a tenere insieme raccoglimento e interrogazione storica.

Se quel lavoro viene meno, la Futa avrà bisogno di altri strumenti per orientare chi arriva fin lassù. Pannelli storici e percorsi di contestualizzazione sulla Linea Gotica, sulla guerra ai civili, sulle stragi, sui reparti sepolti e sul rapporto tra occupazione tedesca e territorio sarebbero necessari. Ma non sostituirebbero del tutto ciò che il teatro aveva reso possibile. Toglierlo non elimina il problema della memoria. Lo rende più urgente.

Alla Futa il canto di Orfeo non disturbava i morti. Chiedeva ai vivi di non distogliere lo sguardo.

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