All’inizio della Settimana Santa, la nostra critica e storica dell’arte ha celebrato la sua Pasqua: amiche e amici di una vita hanno scelto di omaggiarla con sprazzi di memoria
Sono tanti i ricordi inviatici dopo la scomparsa di Micaela Torboli, storica e critica dell’arte, nostra collaboratrice fidata e prolifica. Torboli se n’è andata il 29 marzo, Domenica delle Palme, dopo una breve e dura malattia. Intendiamo, così, ricordarla e omaggiarla.
***
di don Enrico Peverada
La Settimana Santa, avviatasi con la Domenica delle Palme e della Passione del Signore, per Micaela si è conclusa in anticipo – come crediamo e preghiamo – nella domenica senza tramonto della Resurrezione di Cristo. Il lungo percorso penitenziale – una anticipata e prolungata Quaresima – della grave malattia, che ha contrassegnato l’ultimo tratto della sua vita, ha interrotto la sua quasi inesausta e cangiante ricerca, spesso contrassegnata da un perfezionismo spiazzante. Nel suo ultimo consistente studio del 2022 intorno al Compianto sul Cristo morto, ripreso in mano dopo questa sua scomparsa, ci è quasi offerto un lontano presagio della sua fine. Alla analitica ed erudita ricerca sui tre gruppi scultorei – quello del Gesù, proveniente dalla chiesa della Rosa, quello del monastero di S. Antonio in Polesine e quello frammentario di Codigoro – fa da premessa una pagina di introduzione, ma sarebbe meglio dire una meditazione: portandoci al Calvario attorno al Cristo morto, dietro la scorta dei quattro vangeli. Nella piccola folla di “fedeli” – e Maria è la Virgo fidelis – l’evangelista Matteo, citato dalla Torboli, evidenzia che «molte donne stavano a osservare da lontano»: una lontananza sparita, finalmente, nell’abbraccio con il Cristo morto e risorto.
***
di Emanuela Mari
Micaela è stata una vera appassionata della storia di Ferrara e della sua arte. Ci siamo conosciute così, tanti anni fa, frequentando gli stessi ambienti, fra musei e biblioteche, le stesse conferenze, gli stessi eventi culturali, che radunano tutti quei ferraresi che condividono il medesimo interesse. Ci siamo lanciate spesso in grandi chiacchierate “estensi”, approfondendo questo o quell’aspetto, ho sempre apprezzato molto la sua versatilità nello spaziare fra l’arte e la storia (locale e non solo), con uno sguardo originale e una conoscenza dei dettagli che le ha permesso di formulare spesso nuove ipotesi e letture in merito a vicende o opere anche già note. Le sue pubblicazioni sono sempre state interessanti e peculiari, che si trattasse di articoli di giornale, di saggi storico-artistici o di libri (fra i quali amo menzionare particolarmente quello su Borso d’Este, che ha dato un’immagine innovativa del primo duca di Ferrara, e “Diamante!”, in cui ha fatto confluire i suoi studi di araldica).
Micaela era una persona indubbiamente brillante, che amava il bello, la cultura e la raffinatezza. La sua forte personalità le ha permesso di affrontare la malattia con un coraggio davvero ammirevole, è stata indomita nonostante le difficoltà.
Quando ho saputo che è venuta a mancare, poco dopo la sua dipartita, ero al monastero di S. Antonio in Polesine… Il ciliegio giapponese era in fiore e l’avevo fotografato per lei. Non ho fatto in tempo a mandarle la foto, ma ora ogni anno, quando il ciliegio fiorirà di nuovo, il mio pensiero tornerà sempre a lei.
***
di Lorenzo Cutùli
Ricordo Micaela con un nodo alla gola e un sorriso che affiora, perché la sua presenza è stata una di quelle che non si dimenticano, anche quando il silenzio diventa improvvisamente più grande. La nostra amicizia nacque alla fine degli anni ottanta, nelle aule della facoltà di Magistero di Ferrara, quando tutto sembrava ancora possibile e il futuro aveva il profumo delle pagine sottolineate e delle discussioni interminabili. Ci incontrammo quasi per caso, tra appunti condivisi e sguardi complici durante le lezioni. Fu tutto naturale, immediato: bastarono poche parole per scoprire una sintonia fatta di curiosità, sensibilità e una passione autentica per l’arte e per la cultura. Ricordo le mattine fredde attraversando le vie di Ferrara, il rumore delle biciclette, le pause al bar dopo le lezioni, quando i discorsi si allungavano senza accorgercene. Micaela aveva già allora quello sguardo attento e profondo, capace di cogliere dettagli che agli altri sfuggivano; parlava delle opere d’arte con un’intensità che trasformava ogni conversazione in un piccolo viaggio. La sua intelligenza era luminosa, mai ostentata, sempre accompagnata da una dolcezza discreta. Nei corridoi dell’università si muoveva con passo leggero, ma lasciava tracce forti: un commento acuto, una risata condivisa, un incoraggiamento nei momenti di incertezza. Fu in quelle aule che imparai a conoscerla davvero, non solo come studiosa appassionata, ma come amica sincera, capace di ascoltare e di esserci con una presenza delicata e costante. Col tempo, la sua strada nella critica d’arte prese forma, ma in fondo Micaela era già tutta lì, in quei giorni: curiosa, sensibile, rigorosa, innamorata della bellezza.
Ripensare agli esordi della nostra amicizia significa tornare a quell’età in cui i sogni si raccontavano senza paura, e lei era parte di quel racconto, con la sua voce calma e il suo sguardo attento. Condividevamo la grande passione per Venezia che lei definiva “il suo sogno di città” e dove ci recavamo per condividere visite alle grandi esposizioni. Oggi il pensiero della sua assenza mi pesa… tanto…, ma resta forte in me la gratitudine per aver condiviso con lei quei primi anni, così pieni di promesse e di scoperte. Micaela rimane per me la compagna di banco e amica ideale, un’amica incontrata tra libri e speranze, la persona che ha saputo trasformare l’arte in emozione e l’amicizia in un legame autentico e duraturo.
Ciao, cara Micaela. Ferrara, i nostri ricordi, le nostre risate: tutto parla ancora di te.
***
di Dario Poppi
Molte volte, una conoscenza o un’amicizia che dura da parecchi anni, ci convince di conoscere una persona in tutte le sue sfumature o quasi. Ciò è accaduto con Micaela di cui conoscevo le sue doti, non ultima la sua passione e la sua serietà intellettuale per l’arte, ma non la sua bravura nel canto. Possedeva infatti una fantastica voce capace di donare forti emozioni. Il sottoscritto, amante della musica di cui però non conosce una nota, negli anni ottanta aveva scritto alcune canzoni arrangiate da un talentuoso ex alunno conosciuto alle scuole superiori. Per creare una cassetta musicale, chiesi la collaborazione di padre Orazio Bruno che ci mise a disposizione il suo studio di registrazione. Micaela fu subito disponibile ad interpretare alcuni brani; lo fece con una modestia e semplicità disarmanti ed inaspettate, evidenziando una voce delicata ed armoniosa, capace di acuti inaspettati. Dopo periodi di grande sofferenza fisica, la immagino ora serena accanto all’amata mamma, intenta ad allietare l’atmosfera circostante, con la sua dolce e melodiosa voce.
***

di Enrica Domenicali
Credo fosse novembre quando Micaela mi telefonò per salutarmi: voleva farlo prima di sottoporsi ad un intervento chirurgico che avrebbe potuto privarla della voce.
La voce non se ne andò: spariva a tratti, come altre facoltà che poi, a capriccio, tornavano. Ma il vero cruccio era la difficoltà di accedere a quelle stanze della memoria dove aveva raccolto ed ordinato pensieri, studi, immagini e che ora si negavano. Un giorno, mentre col gesto della mano sembrava indicarle, ha scosso il capo dicendo non più …
Eppure anche su questa minuscola isola assediata dal vuoto Micaela mostrava di apprezzare quel suo tempo residuo, amava esserci ancora, ricevere le visite degli amici nel teatro della sua casa, piena di libri, di oggetti, della sua presenza gioiosa.
I nostri sentieri si erano incrociati più volte, per un fiore intrecciato nella vera di un anello diamantato, per l’erudito Contughi che prendeva in sposa Margherita, la figlia giovinetta del vescovo Ghillini, per i loro magnifici palazzi. Ci cimentavamo a scandagliare altri tempi, altre vite, dall’orlo delle nostre.
Quante volte in questa città, nelle strade, nelle stanze di antichi palazzi si è pensato: siamo nello stesso posto, solo in un tempo diverso da quello di Prisciani, di Tasso, dei tanti amici perduti, e il tempo è come una vertigine. Anche tu cara Micaela adesso sei nell’assenza del tempo trascorso.
***
di Umberto Scopa
Il mio ricordo di Micaela si limita alla conoscenza offerta dai vari contatti di lavoro, occasionali e non frequenti a dire il vero, ma spiegati in un ben lungo periodo e comunque significativi. Mi limito quindi ad un ricordo risalente a circa 26 anni fa e a uno recentissimo di poco precedente alla sua scomparsa. Confesso che quel ricordo di più lontana memoria dipende forse dal fatto che ero neoassunto in Comune e i primi passi lavorativi restano impressi nella memoria con più risalto. Mi occupai degli atti con i quali il Comune affidava a Micaela un lavoro di schedatura dei beni artistici presenti nel Palazzo di Renata di Francia e nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Non conoscevo allora quasi nulla della materia di studio di Micaela, anche perché il mio compito era redigere per il Comune pratiche amministrative di incarichi retribuiti (mal retribuiti) di studio e ricerca a studiosi e collaboratori esterni. Questo accadeva negli uffici dei Musei di Arte Antica nel tempo del passaggio degli stessi da Palazzo Schifanoia a Palazzo Bonacossi sotto la Direzione di Anna Maria Visser.
Attraverso la redazione di quelle carte e tante altre ripetitive che avrei fatto in seguito verso altri collaboratori esterni dei musei, consapevole di trovarmi io in una posizione professionale comodamente garantita, cominciavo a conoscere per contro le difficoltà che vivevano questi collaboratori precari, costretti ad affidare la stabilità del loro impegno di studio e ricerca ad incarichi di breve durata e poco retribuiti. Percepivo concretamente – dal lato opposto della scrivania – quanto fosse faticoso e incerto il futuro di chi aspirava ad introdursi professionalmente in un campo generoso solo di scoperte e conoscenze, e avaro di altre soddisfazioni, com’è lo studio della storia dell’arte per i più.
Ventisei anni dopo, cioè pochi mesi fa, ho incontrato Micaela nella biblioteca dove oggi svolgo tutt’altro lavoro da quello dei miei inizi, ma ora più calato nei contenuti della materia di studio che lei non ha mai abbandonato. In quella lunga e piacevole chiacchierata tra noi, che purtroppo sarà l’ultima, Micaela mi parlò del suo interesse per la biblioteca dove avevo stabilito il mio nuovo lavoro negli ultimi anni. Ho colto però nelle sue esplicite parole anche l’amarezza profonda, espressa in modo sempre pacato e gentile, per i modi nei quali si era interrotto il suo rapporto con l’amministrazione di lontana memoria e che anche io ricordavo. Resta il rammarico di aver condiviso in quell’ultimo confidenziale incontro anche amarezze mie, così poco degne, rispetto alle sue, per giunta senza conoscere quelle di ben altra e più triste portata che la affliggevano e che non mi diede neppure motivo di immaginare.
***
di Silvia Villani
I colori di Micaela. Quello che mi colpiva era la sua disinvoltura nel portare colori per altri improbabili ma che su di lei acquistavano raffinatezza squisita, come quelle scarpe gialle da Minni o quella blusa verde menta o la giacca amaranto: tutta una gamma di colori ricercati tra le pagine dell’amato Pastoureau o ispirati ai fasti del marchese Lionello, che intonava i colori dell’abito ai giorni della settimana secondo i consigli dell’astrologo di corte. Allo stesso modo, gioielli elaborati o spille vistose scovate nei mercatini su di lei diventavano assolutamente chic per quella sua eleganza naturale e composta. Colta, ironica, peculiare nel cercare iconografie rare e presentare ricerche che spaziavano oltre l’orizzonte locale, Micaela aveva attraversato mille vite quasi senza saperlo, tra vicissitudini familiari e caparbia formazione culturale, tra sbiaditi ex fidanzati e vivaci sodali di viaggi e mostre. Apprezzava la buona cucina, soprattutto i dolci: la nostra promessa di ritrovare quelle mini panne cotte non sarà soddisfatta.
Intratteneva rapporti intellettuali con tanti studiosi ma aveva sperimentato anche amare delusioni che la rendevano cauta nei confronti del mondo. Quando la malattia si era crudelmente manifestata, si era sentita compressa nella sua energia intellettuale, con ancora tanto da dare ma con il tempo che si assottigliava sempre più: una rondine in gabbia minacciata dal serpente sarebbe stata una divisa araldica perfetta per lei. Non sarà dimenticata.
***
di Chiara Guerzi
Non è facile, pur nell’affetto e nella stima, ricordare Micaela Torboli, tanti sono gli aspetti che hanno caratterizzato il suo essere una persona di cultura. Sulla solidità della sua formazione, maturata nel locale Ateneo, e sull’impegno profuso negli anni nell’approfondimento e nella ricerca storica – in particolare storico-artistica ferrarese – credo si possa convenire all’unanimità, così come sul suo fortissimo legame con la città.
Una formazione e un retroterra di studi che, come è noto, hanno sostenuto nel tempo la sua attività giornalistica. Un’attività svolta con passione e notevole facilità argomentativa, capace di coniugare divulgazione e approfondimento, unendo alla chiarezza espositiva il gusto per l’indagine critica. Non di rado emergeva anche una certa soddisfazione – talvolta volutamente non celata – nel giungere a conclusioni differenti, pur su questioni che ai più potevano apparire già definite o non bisognose di revisione. A volte non si poteva non dissentire, altre le si doveva dare ragione. Era proprio questa inclinazione a prevalere talvolta, portandola a intrecciare l’acume intellettuale con tratti di marcata suscettibilità, che, anche nei contesti pubblici in cui sarebbe stato opportuno maggiore riserbo, difficilmente riusciva a contenere o a lasciare inespressi. In questo si manifestava la parte più umana e, al tempo stesso, più contraddittoria di Micaela: quella che non lasciava mai correre, neppure quando gli amici – e tanti erano – le suggerivano di andare oltre, di lasciar perdere. Ma lei no: tenace, testarda, proseguiva per la sua strada, spesso accompagnando il tutto con un sorriso che tradiva un’assoluta certezza in ciò che stava facendo. Era il modo in cui definiva, con ostinazione, lo spazio del proprio sapere e del proprio essere. Per Micaela, infatti, la fede nella cultura non è mai stata un principio negoziabile: un fondamento che non ammetteva errori grossolani né disinformazione. E così è stato anche nella malattia, mai ostentata ma neppure davvero celata, condivisa con discrezione solo con alcune persone scelte. Ha fatto vessillo di quella controversia d’animo che da sempre contraddistingueva il suo essere donna e studiosa. Un vessillo che ha voluto ostentare sino alla fine, e la cui ostentazione si è riverberata con evidenza persino nella scelta di lasciare il proprio spazio terreno senza concedere, a chi ha avuto modo di conoscerla – nel bene e nel male, e davvero in tanti – una cerimonia di commiato.
Micaela ha scelto anche in questo: e, per una volta, senza polemiche, ma solo con la forza limpida di decidere per sé, al di là di tutto. Di stabilire, come solo lei sapeva fare, chi fosse dentro e chi fuori; chi potesse ambire ad avere, sino alla fine, il suo sguardo caparbiamente lucido e dissacrante, sempre in contrasto con ogni status quo che aveva aborrito nel corso della sua esistenza.
Ha scelto, perciò, alcune persone con cui condividere l’ultimo atto del suo non facile terminale percorso umano; e, senza volerlo né forse davvero meritarlo, ho avuto la concessione di essere tra queste. Non so perché, e a posteriori mi rendo conto che avrei dovuto chiederglielo; ma la malattia e lo sconforto hanno sempre fatto prevalere il mio riserbo e, forse, anche il desiderio di parlare d’altro: negli ultimi tempi, passando dalle mostre in corso ai suoi ultimi scritti, parlavamo (e non si era mai fatto) di serie televisive, in particolare condividendo la passione per il giallo, si commentavano i vari episodi di Poirot, con tanto di revival sulle diverse interpretazioni degli attori protagonisti, ma soprattutto quelli della serie L’ispettore Dalgliesh, che entrambe amavamo molto anche per la bravura di Bertie Carvel. Ma presto si tornava al mondo finitimo della storia dell’arte o all’ultimo libro di argomento ferrarese, che ovviamente aveva già intercettato, da grande frequentatrice di librerie e biblioteche. Mi diceva: “Dai, raccontami che fai” oppure “Che succede a Bologna?”, e così trascorreva il poco tempo ritagliato fra le molte e inevitabili incombenze della vita, finché è stato possibile.
Si deciderà forse, un giorno, di fare ordine nel molto che ha scritto, e allora si comprenderà come, tra quelle righe, si celasse non solo una persona di erudita cultura, animata da una fede incrollabile nella cultura stessa, ma soprattutto una figura dalle molte e sfuggenti sfaccettature umane, che, forse, nessuno ha avuto davvero il privilegio di sondare fino in fondo.
Ma questo – senza dubbio – è compito che si lascia anche ai posteri, i quali – è certo – non avranno vita facile nel tentativo di stabilire il dare e l’avere di quanto da lei compiuto nel corso di un’esistenza segnata anche dalla fragilità umana, pur nella sua incrollabile e caparbia volontà di esserci.
(Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 aprile 2026)
Non vuoi perderti nemmeno un articolo? Abbonati qui!



