O la teologia incorpora la vita o si pone come sapere astratto e categoriale
di Giorgio Maghini
Il teologo Pierangelo Sequeri (che è anche importante compositore di canti religiosi, e del quale chi ha la mia età ha cantato tante canzoni: “Se m’accogli”, “Symbolum 77”, “E sono solo un uomo”…) ha pubblicato su Avvenire – il 25 ottobre scorso, giorno in cui l’assemblea ha votato il documento di sintesi dei lavori sinodali – un denso articolo sugli esiti del Sinodo stesso, intitolato La pazienza dell’ascolto crea una Chiesa “sinodale” (l’articolo è ancora disponibile sul sito di Avvenire).
Se posso tentare una sintesi – ma lo faccio con pudore, perché, come sempre capita di fronte alle riflessioni delle persone profonde, la sintesi è spesso banalizzazione – credo che il teologo Sequeri manifesti – al di là della sua indiscutibile delicatezza di linguaggio, una seria diffidenza nei confronti dell’ecclesiologia sinodale.
E lo fa – anche questo va detto – con una grande e affascinante passione teologica, accompagnata dal desiderio sincero di non trascendere.
Ora, secondo me, l’unione di passione e rispetto dell’interlocutore sono già una bella esperienza sinodale. Perché la sinodalità o è un dialogo tra fratelli (franco all’estremo, ma che non mette in discussione la fratellanza stessa) o non è.
Ma diamo un’occhiata ai contenuti.
Scrive Sequeri: «È evidente che i due – la teologia e l’ascolto (sinodale, ndr), per dir così – hanno bisogno l’una dell’altro: ognuno dei due è predisposto a contenere gli eccessi dell’altro, scongiurando la loro separazione o, addirittura, la loro contrapposizione» per poi riconoscere anche che «Una teologia ignara del sensus fidei fidelium ha per troppo tempo spadroneggiato sulla coscienza credente».
Affermazioni a parer mio indiscutibile e, viene da dire, marcatamente sinodali.
Tuttavia, poco più avanti, Sequeri afferma che: «Si tratta ora di sapere se per la Chiesa è venuto il tempo di questa pazienza del pensiero, che deve offrire alla necessaria spregiudicatezza dell’ascolto il solco lungo il quale è saggio seminare e necessario far lievitare. Il nervosismo dell’evangelizzazione non è buon consigliere».
E qui – confesso – non capisco più. Forse Sequeri intende che il tempo dell’ascolto è finito (come sono finite le fasi sinodali) e ora occorre lasciare spazio alla teologia (un po’ come – mi permetto un po’ di franchezza – se fosse finito il tempo delle sciocchezze che si fanno in gioventù e fosse ora necessario lasciare spazio alla maturità?).
E perché poi – non secondariamente – l’ascolto sarebbe «spregiudicato» e l’evangelizzazione “affetta da «nervosismo»? Quali sono i sintomi che portano a queste diagnosi?
E ancora: nel parlare della «piacevole sorpresa» che hanno suscitato i «cantieri di Betania», Sequeri richiama «un paradigma dell’intelligenza teologica, capace di normale dimestichezza con arti e mestieri della vita, che ancora non abbiamo».
Tale carenza non è cosa di poco conto, che si può annotare distrattamente a margine di un discorso più serio. Al contrario, suscita necessariamente una domanda: come può – come potrebbe mai – una teologia «incapace di normale dimestichezza con arti e mestieri della vita» riuscire a «offrire un nuovo ordine logico alla sensibilità e alla testimonianza credente della Chiesa sinodale»?
Perché i casi sono due: o la teologia incorpora la vita (e allora ha bisogno che l’ascolto continui e, anzi, divenga parte costituente della teologia stessa) o la teologia si pone come sapere astratto e categoriale che, come sperimentiamo quotidianamente, è condannato ad una tragica inaudibilità.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 novembre 2025
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