Un ritratto del noto scrittore recentemente scomparso, tra amore, rabbia, magia e bellezza

di Giorgio Maghini

Il 9 settembre scorso, una giornata piovosa, Stefano Benni ci ha lasciato.

Non è stato un fulmine a ciel sereno, perché dalla Rete già era trapelata la notizia di come, da molti mesi ormai, la sua condizione fosse disperata, tuttavia è proprio di noi esseri umani trovarci di fronte alla morte sempre come fosse la prima volta.

Ecco: Stefano Benni ha speso la sua vita di scrittore a immergersi in “ciò che è proprio di noi esseri umani”: la fragilità, le insicurezze, le contraddizioni, la nostra sostanziale fragilità, la nostra voglia di assoluto.

E da questa riflessione sull’essere umano aveva origine un secondo grande tema della sua opera: la rabbia che deriva dall’oppressione del potente sul povero.

Una rabbia che, in veste di giornalista, aveva espresso in pagine indignate che hanno raccontato la profonda crisi valoriale e politica che il nostro paese ha attraversato a partire dagli anni ‘90 e che in seguito lo stradominio della finanza e la deificazione di quella oscura entità che chiamiamo “mercato” – cui abbiamo assistito in tempi più recenti – aveva rafforzato.

Per raccontare l’amore e lo sdegno Benni aveva scelto di partire da quelle persone che, nella società, sono invisibili: anziani seduti al tavolo dell’osteria o chiusi in un condominio con la sola compagnia di un uccellino in gabbia, orfani ribelli, pazienti degli ospedali (in particolare nei reparti di psichiatria), ex-professori, adolescenti scontenti di sé e del mondo, immigrati che vivono nelle vicinanze degli ipermercati, baristi che ormai hanno visto tutto del mondo e della vita.

Benni racconta le storie di questa umanità debole e spesso calpestata attraverso i registri della fiaba, del comico, del picaresco. Così che nel suo mondo gli amori apparentemente impossibili fioriscono, la magia trova soluzioni dove non parevano esserci, l’arroganza dei potenti viene punita e la giustizia – quasi sempre – trionfa.

La tonalità fondamentale di Benni è un amore per la vita che nemmeno l’emarginazione, la povertà, l’oppressione riescono a offuscare. Un amore per la vita che, con ogni evidenza, abita gli stessi quartieri dei poveri e degli scarti della società. 

Più recentemente, la riflessione di Benni si era rivolta alla tragedia ambientale che stiamo attraversando, perché lì si manifesta una nuova forma di uso cieco e immorale del potere. E così i suoi racconti si erano via via popolati di bambini, anziani, comunità che lottavano per salvare una natura offesa e umiliata.

Gli ultimissimi personaggi di cui ha scritto, infine, erano persone ammalate e ormai prossime alla fine, ma qui il tono autobiografico era diventato preponderante e dunque conviene astenersi da ogni analisi.

Dello stile letterario di Benni diranno i critici. Per noi lettori, il suo linguaggio è magistrale: apparentemente quotidiano ma intriso di riferimenti letterari (i suoi amori per i lirici greci, per il “Moby Dick”, per Edgar Allan Poe, per il simbolismo francese), traboccante dal punto di vista lessicale, eppure esattissimo e fluido.

Volendo cercare un metro di misura (cosa peraltro piuttosto inutile, in letteratura) si potrebbe affermare che Benni è lo scrittore italiano che ha saputo dare una forma linguistica alle sei categorie che Italo Calvino aveva esposto nelle sue “Lezioni americane”: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza.

Il mondo di Benni incarnava queste categorie e, nel fare questo, liberava una creatività smisurata, come ben sa chi è consapevole che le nostre case sono piene di spìoli e che il mondo si misura in Osvaldi.

Il Benni scrittore (perché invece il Benni uomo e artista ne ha parlato in più di un’intervista) ha lasciato un po’ in ombra il tema religioso. Dio non compare spesso nella sua opera, ma nemmeno è del tutto assente, così come non mancano dèi di ogni cultura e fantasia, che – però – sono spesso “troppo umani” e impegnati in liti e ripicche (come fanno gli dèi dall’antica Grecia in poi…) tuttavia, in tema di fede, non si può non ricordare la frase che Galles, un barista, dice nel romanzo “Baol”, forse il suo libro più compiuto: «Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore».

L’intento non è dissacrante. Si tratta, invece, dello sguardo di un uomo innamorato dell’umanità che si interroga su questo mondo che a volte, di umano, ha ben poco. La filosofia conosce bene questa tremenda domanda: «Si Deus est, unde malum

Ora, Stefano Benni ha l’eternità per contemplare la risposta a quel suo – umanissimo – interrogativo.

 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 settembre 2025 

 

(Foto di Claude Truong-Ngoc)

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