La nostra intervista a Silvia Imbesi dell’Unità di Strada – Caritas, che insieme ad altre volontarie/i aiuta gli sfollati del Grattacielo: ecco come

di Andrea Musacci

Innanzitutto, come nasce la vostra Unità di strada e che servizio svolge normalmente?

«L’Unità di strada della Caritas di Ferrara nasce circa un anno fa da un’esperienza molto semplice e spontanea. Durante una sera d’inverno alcune ragazze, passando per il centro città, si imbattono in alcune persone senza dimora. Si sono fermate, hanno parlato con loro e si sono rese conto che, prima ancora dei bisogni materiali, c’era un enorme bisogno di relazione, di ascolto, di presenza. Da quella sera hanno deciso di tornare, inizialmente portando qualcosa di caldo, una tisana, una coperta. Col tempo, a questo primo nucleo si sono aggiunte altre persone e l’uscita serale è diventata un appuntamento costante. All’inizio il servizio era principalmente orientato alla risposta a bisogni immediati, ma con il passare dei mesi abbiamo compreso che il nostro ruolo poteva e doveva evolversi.

Oggi l’Unità di strada è presente in diverse zone, dal centro storico – la prima area di intervento -, fino ad altre zone più marginali o abbandonate, come quelle nei pressi dell’Agenzia delle Entrate o alcune aree di via Modena. Il nostro servizio non si limita più alla distribuzione di beni di prima necessità, ma si configura come un accompagnamento umano e relazionale, che cerca di affiancare le persone nei loro percorsi di vita, spesso complessi, segnati da difficoltà sociali, sanitarie o legali. Non ci poniamo, però, come alternativa ai servizi sociali ma come ponte, come presenza che ascolta, orienta, sostiene e accompagna le persone nel rapporto con i servizi stessi, rispettandone tempi, ruoli e competenze».

L’Unità di strada da quanti volontari/e è composta? E che persone sono?

«È composta da un gruppo stabile di sette persone, prevalentemente donne. Abbiamo una vita professionale attiva, alcune con famiglia, abituate a lavorare in contesti organizzativi complessi. Questo gruppo si occupa del coordinamento delle uscite serali, dell’organizzazione delle attività e del collegamento con le altre realtà interne a Caritas. Accanto a questo nucleo esiste una rete molto più ampia di volontari e sostenitori: persone che ci accompagnano durante i giri serali, che ci affiancano nelle iniziative straordinarie, che contribuiscono con donazioni, prestazioni professionali, o con una presenza discreta ma fondamentale. È una realtà corale, che vive grazie alla collaborazione e alla fiducia reciproca».

Venendo al Grattacielo, avete svolto un’indagine tra gli sfollati accolti nella sede di viale K in Mura di Porta Po. Perché la scelta di fare un’indagine? E cos’è emerso?

«La decisione di avviare un’indagine nasce dalla consapevolezza che l’evacuazione del Grattacielo non è solo un evento abitativo, ma sta generando un’emergenza sociale ampia e complessa, di cui è difficile cogliere la reale portata. Il censimento ha l’obiettivo di conoscere, ascoltare e comprendere: da un lato volevamo individuare le situazioni di maggiore fragilità, dall’altro cercare di avere una fotografia complessiva di chi fosse coinvolto e con quali bisogni. Dai primi dati è emerso che si tratta di persone che vivono in Italia da molti anni, con situazioni abitative regolari: alcuni avevano un mutuo, la maggior parte un contratto d’affitto regolare. Quasi tutti hanno un lavoro, in parte a tempo determinato ma soprattutto a tempo indeterminato, e la possibilità economica di sostenere un affitto. Il vero problema è che, nonostante questo, non riescono a trovare casa, principalmente a causa delle difficoltà di accesso al mercato immobiliare – fortemente orientato agli studenti universitari e coi costi degli affitti spesso inaccessibili – e per i pregiudizi nei confronti delle persone straniere». 

Continuate ad aiutare gli sfollati della torre B accolti da Viale K?

«Sì, ascoltando i bisogni emersi, abbiamo attivato alcuni servizi che in quel momento mancavano. Grazie alla presenza di una struttura Caritas nelle vicinanze e alla collaborazione con i volontari della parrocchia di San Benedetto, offriamo la possibilità di fare la doccia ogni sera per due ore. Inoltre, abbiamo organizzato un servizio di lavaggio della biancheria: ritiriamo i panni sporchi, li laviamo e li riconsegniamo. Ci siamo anche rese disponibili, in supporto agli Scout di Agesci, ad aiutare nella consegna dei pasti (Scout del gruppo 4, aiutato anche dal gruppo 6, che hanno montato un tendone nella sede di Mura di Porta Po, ndr). Inoltre, alcuni sfollati a pranzo vanno a mangiare nella mensa Caritas di via Brasavola. E Caritas, per due mesi, ospita 10 studenti universitari in alcuni suoi appartamenti. L’obiettivo è mantenere una presenza costante e una relazione di fiducia, non limitandoci a un intervento occasionale». 

E questi sfollati vi hanno rivolto delle richieste particolari di aiuto?

«La richiesta principale, trasversale a quasi tutte le situazioni, riguarda la ricerca di una casa. Molti degli sfollati hanno un lavoro stabile, spesso con contratti a tempo indeterminato, ma – come detto – incontrano enormi difficoltà nel trovare un alloggio a Ferrara. Inoltre, ci pongono molte domande pratiche: come gestire il mutuo, se è possibile chiederne la sospensione, se esistono assicurazioni legate all’abitazione, come chiudere o sospendere le utenze per evitare di continuare a pagare bollette per case inagibili».

Ora siete ogni sera al Grattacielo per fare un’indagine simile sui futuri sfollati delle torri A e C: l’approccio è lo stesso?

«Sì, il nostro sportello di ascolto e informazione è aperto dal lunedì al venerdì, dalle ore 18.30 alle 20.30 presso la Biblioteca Popolare Giardino (Biblioteca che ora accoglie anche il doposcuola di Viale K, dato che le aule ospitano gli sfollati della Torre B, ndr). È lì che incontriamo le persone, raccogliamo le informazioni e costruiamo una relazione di ascolto. Partendo dalle indagini sugli evacuati della Torre B, abbiamo deciso di estendere lo stesso tipo di lavoro anche agli inquilini delle Torri A e C. Nel frattempo abbiamo rielaborato il questionario, rendendolo più complesso e articolato, in modo da contemplare più aspetti della vita delle persone. È importante chiarire che questo lavoro non ha nulla a che vedere con lo “schedare” le persone. Al contrario, l’obiettivo è raccogliere informazioni per comprendere la complessità delle situazioni in cui ci stiamo muovendo e per poter orientare meglio le persone rispetto alle opportunità e ai diritti a cui potrebbero avere accesso. Nel questionario abbiamo inserito, ad esempio, domande sui rapporti già avuti con i servizi pubblici, sulla tipologia di casa che stanno cercando, sui precedenti contratti abitativi, sulla situazione lavorativa e su altri aspetti significativi della loro vita. Tutti elementi che ci aiutano a capire se una persona, oltre all’emergenza abitativa, abbia diritto a ulteriori forme di tutela o di supporto.Cercando sempre di accompagnare le persone in modo più consapevole e rispettoso».

Dall’indagine sulle torri A e C che cosa è emerso? Chi vi abita, che bisogni hanno, che speranze hanno?

«Al momento abbiamo registrato un totale di 148 persone, manca ancora molto lavoro. Anche nelle torri A e C emerge una popolazione molto eterogenea, con una forte presenza di famiglie con molti bambini, anziani e soggetti fragili. Queste persone, pur vivendo in Italia da anni, non godono di una rete sociale di supporto e si trovano oggi a non avere parenti o amici che possano ospitarli dopo l’evacuazione, neanche momentaneamente. Il bisogno più diffuso è quello di chiarezza: non sanno se e quando potranno tornare nelle loro abitazioni, né quali saranno i prossimi passi. Questa incertezza genera paura, ansia e un forte senso di precarietà. La speranza principale è quella di riuscire a trovare una sistemazione abitativa dignitosa e sostenibile, dove poter ricostruire una quotidianità serena. Alcuni cercano soluzioni temporanee, nella speranza di rientrare nel grattacielo; altri, soprattutto chi era in affitto, stanno cercando una nuova casa definitiva, senza più la prospettiva di tornare indietro. In questo contesto il nostro ruolo è quello di stare accanto, ascoltare, fornire indicazioni pratiche e aiutare le persone a non sentirsi sole, cercando di rendere questo passaggio così difficile un po’ più comprensibile e umano».

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026)

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