L’AGESCI di Ferrara ci racconta la tre giorni formativa per gli educatori al primo anno: un fine settimana con l’associazione di chi aiuta i disabili, una sfollata del Grattacielo, una cooperativa sociale e chi cura il nostro fiume
a cura di AGESCI Zona di Ferrara
Il 22, 23 e 24 maggio scorso diciotto giovani capi scout hanno pedalato per tre giorni attraverso Ferrara. Non era una gita. Era il CFT — Campo di Formazione Tirocinanti — l’esperienza che l’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) propone a chi è al primo anno di servizio come educatore. Quest’anno è stato pensato così: solo la città. E una bici.
Pedala! è l’esortazione che ci siamo permessi di rivolgergli. Hai voluto diventare educatore scout? Bene. Adesso pedala.
Tre scelte, tre giorni
Agli scout, fin da ragazzi, insegnano che per trovare la propria posizione su un territorio sconosciuto — senza smartphone — servono almeno tre punti di riferimento, una mappa e una bussola. Per capire dove si è nella vita, come persone prima ancora che come educatori, abbiamo proposto tre punti analoghi: le tre scelte fondamentali del Patto Associativo, il documento che definisce l’identità dell’AGESCI. Una scelta scout, una cristiana, una politica. Su queste tre coordinate si sono sviluppati i tre giorni, fra incontri, testimonianze e qualche chilometro in sella.
È vero che ogni tanto ci perdiamo nei boschi. Ma diciamo la verità, chi non si è mai perso un po’?
Casa e Lavoro
La base operativa è stata la sede di Casa e Lavoro, in via Canapa, presso il centro sociale Il Parco. L’associazione accompagna persone con disabilità nella costruzione di un progetto di vita autonoma. Lì abbiamo incontrato Marco, Gregorio, Gianluca e Francesca, che ci hanno raccontato — senza filtri — pezzi della loro quotidianità: scuola, lavoro, affetti, svaghi. Un mondo normale, in un sistema che normale non è ancora abbastanza. La scoperta più scomoda: le barriere non stanno nelle persone, stanno nel modo in cui abbiamo organizzato le cose. Vale ogni volta che un sistema è costruito a misura di qualcuno e non di tutti.
Zaccheo a Casa Cini
Sabato mattina siamo andati all’Istituto di Cultura “Casa Giorgio Cini”, dove Marcello Musacchi — Direttore dell’Ufficio Diocesano Cultura — ci ha guidati dentro la figura evangelica di Zaccheo. Come Gesù nel brano attraversa la vita di un esattore delle tasse disprezzato da tutti, anche noi siamo chiamati ad attraversare davvero la vita degli altri: non sorvolarne la superficie, non accontentarci di una lettura comoda della realtà. Zaccheo non è un personaggio edificante nel senso consolatorio del termine. È uno che si è arricchito alle spalle degli altri e che, quando viene davvero visto, cambia. La domanda che rimane è: chi stiamo attraversando davvero? E chi, invece, stiamo solo sfiorando?

Il grattacielo
Nel pomeriggio, al Parco Coletta, ci aspettavano Silvia Peretto del CSV, Arjan Zefi dell’AGESCI e Ona, ex residente del Grattacielo. Quella di Ona è una storia che Ferrara conosce, ma che fatica ancora a guardare in faccia: lo sgombero dopo l’11 gennaio, la dichiarazione di inagibilità, la confusione delle informazioni, le richieste di aiuto rimaste senza risposta. Una vicenda che ha travolto centinaia di persone e che ha mostrato tutta la complessità — e le contraddizioni — di come una comunità risponde alle proprie emergenze. Ona è una persona straordinaria non perché abbia trovato soluzioni, ma perché non ha smesso di cercarle. Ci ha insegnato qualcosa sul coraggio di reagire nella fragilità, che è diverso dall’eroismo che si racconta nei libri. Silvia e Arjan hanno raccontato la rete di associazioni — tra cui la nostra — che ha gestito la distribuzione dei pasti per gli sfollati. Una rete che si costruisce quando non serve, proprio perché sia pronta quando serve davvero.
«Ti rendi conto che ci sono ancora l’erba, il sole e il vento nel mondo», ha detto Ona, «e quindi decidi di tenere duro». Difficile trovare parole migliori.
Il 381 e la Nena
La colazione del sabato al 381 Bar Ristoro, alle porte del Parco Urbano, è stata l’occasione per incontrare Lisa, Responsabile di Zona AGESCI che lavora per la Cooperativa Il Germoglio. Il 381 prende il nome dalla legge nazionale sulle cooperative sociali del 1991: un numero che vale un’idea, quella di tenere insieme economia e promozione umana. La Cooperativa Il Germoglio, che quest’anno ha compiuto 35 anni, è la prova che quella risposta può durare.
La domenica, sul battello Nena in Darsena, abbiamo incontrato Georg e Antonella, che del fiume hanno fatto la loro casa e la loro storia. L’Associazione Fiumana lavora per restituire al Po la sua dignità di via di comunicazione, risorsa ambientale e identità culturale. A Ferrara, città che al fiume deve molto, è un gesto più politico di quanto sembri. Georg e Antonella che nella vita, con un pizzico di tenacia e tanta creatività, sono riusciti a rimanere fedeli a loro stessi, ci hanno ricordato che scegliere è sempre possibile: anche scegliere come abitare il mondo.
Il metodo, cioè il perché di tutto
In mezzo agli incontri sul territorio non sono mancati momenti di formazione sul metodo scout vero e proprio. Le intuizioni pedagogiche di Baden Powell hanno ormai 120 anni, ma restano sorprendentemente attuali — forse proprio perché nascono da un’osservazione diretta dei ragazzi, non da un sistema teorico. Il protagonismo dei giovani, l’imparare facendo, la vita all’aperto come palestra di responsabilità, il cercare il 5% di buono in ogni persona: sono idee semplici da enunciare e complesse da praticare. Soprattutto in un’epoca in cui le fragilità dei ragazzi sono cambiate — più sottili, più diffuse, spesso meno visibili — e in cui chi li accompagna deve fare i conti non solo con il metodo, ma con sé stesso. Perché formare un educatore significa anche chiedergli: che adulto sei? Che adulto vuoi diventare?
Cosa rimane
Cosa ci si porta a casa da un’esperienza così? Qualche nozione, ma soprattutto la sensazione di aver allargato qualcosa — la soglia di attenzione, la capacità di guardare. Gli incontri di questi tre giorni avevano una cosa in comune: nessuno ha offerto soluzioni semplici. Persone con disabilità che lottano per un progetto di vita, sfollati che navigano tra burocrazia e silenzio, cooperative che cercano di tenere insieme bilanci e dignità umana, custodi di un fiume che la cultura dominante ignora. Non sono storie rassicuranti. Sono storie vere. E formare educatori non significa renderli impermeabili a tutto questo: significa dotarli degli occhi per vederlo e della spina dorsale per non girarsi dall’altra parte. Un documento dell’AGESCI del 2021 dice che i ragazzi «hanno bisogno di essere meravigliati dalla gratuità della bellezza, sapendosi amati e accompagnati da adulti felici, perché capaci di affrontare le fatiche e le paure del proprio cammino». Non adulti di successo, non adulti risolti: adulti felici. È una distinzione sottile, ma cambia tutto. Perché la felicità di cui parla, non è l’assenza di fatica, è la capacità di poter procurare la felicità agli altri. La speranza, in fondo, non è l’ottimismo di chi non guarda. È la scelta di chi guarda lo stesso e non smette di agire. Questi diciotto giovani capi, in sella per tre giorni tra le contraddizioni di una città normale, hanno fatto esattamente questo.
Adesso tocca pedalare.
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L’impegno degli scout per gli sfollati delle torri
La notte dello scorso 11 gennaio centinaia di persone hanno perso la casa. Il Grattacielo di Ferrara, da lì a poche settimane, è stato dichiarato inabitabile.
Noi scout siamo entrati in gioco subito: prima con un servizio al Mantello, in via mura di Porta Po, dove era stata allestita una tenda per servire pasti a una 30ina di persone. Recuperavamo il pasto dalla mensa di Viale K e lo distribuivamo. Da metà febbraio siamo stati attivati dalla Caritas: ogni sera nelle cucine di via Brasavola prepariamo la cena per chi dorme nei locali di San Bartolo. Un piatto caldo consegnato ogni sera: semplice, concreto, necessario.
All’inizio erano una 50ina di persone, ora una 40ina: qualcuno ha trovato un’altra sistemazione. Il menù lo decidiamo giorno per giorno in base a quello che c’è in dispensa, coordinandoci su un file condiviso per non ripetere i piatti e usare gli avanzi del giorno prima. Niente sprechi, massima cura.
Non siamo soli. I turni sono settimanali e ogni sera c’è un’associazione diversa: la rete del territorio si è mossa davvero. Dove non sono arrivati altri, sono arrivate le persone. Costruire una rete di associazioni e quindi di relazioni, è dispendioso e può sembrare inutile, quando tutto va bene, ma ci aiuta ad essere pronti quando serve essere utili.
Sono stati organizzati anche due pranzi insieme agli ospiti (l’ultimo domenica 24 maggio, ndr), per condividere un po’ di vita, non solo un pasto. Si sentono curati, considerati come persone, e questo è importante per tutti e soprattutto per chi vive ogni giorno con un problema simile a cui non si trova soluzione.
Il servizio terminerà il 30 giugno. Da quel momento le persone ancora a San Bartolo dovranno trovare una sistemazione autonoma, ma fino ad allora, ogni sera, ci sarà qualcuno ad accendere i fornelli. Perché nessuno si senta solo.
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Siccome il 30 giugno questi ragazzi si troveranno senza un tetto, facciamo un appello ai cittadini che hanno immobili inutilizzati di metterli a disposizione per un affitto.
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026)
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