Fino al 4 ottobre nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara diverse iniziative tra parole e musica nell’ottavo centenario francescano. Una riflessione delle Sorelle clarisse

[Qui il programma completo delle iniziative al Monastero del Corpus Domini di Ferrara]

I centenari, o qualsiasi altro anniversario – lo sappiamo – possono essere occasioni doverose, a volte obbligatorie, a volte di convenienza, e magari rischiano di scadere nel puramente “formale”. Se vogliamo, però, possono essere opportunità importanti per riscoprire qualche perla preziosa che la storia ci aveva già fatto incontrare, raccogliere e magari, senza volerlo e senza saperlo, era finita nascosta in un cassetto…

Con gioia ci prepariamo a vivere una serie di incontri in vista della celebrazione dell’Ottavo centenario della morte di San Francesco, nel vivo desiderio di incontrarlo nuovamente, di metterci in ascolto delle sue parole, di lasciarci toccare dalla sua esperienza e magari lasciarcene anche un po’ trasformare.

Lo faremo attraverso eventi semplici, essenziali in cui fondamentalmente parola e musica ci faranno sostare, riflettere e pregare con le parole stesse di frate Francesco. Saremo così introdotti al mistero della lode come modo di stare nella vita, riconoscendo che il suo stesso dono ci precede gratuitamente.

Potremo scoprire che la lode, il canto in lui non erano evasione dalla realtà, ma un rimanervi con una comprensione del senso dell’esistenza più vera e completa. Ci basti considerare questo: lo stesso Cantico delle creature non nasce durante una bucolica passeggiata contemplativa. Così ci narrano i suoi biografi: «Il beato Francesco soggiornò a San Damiano per cinquanta giorni e più. Non essendo in grado di sopportare di giorno la luce naturale, né durante la notte il chiarore del fuoco, stava sempre nell’oscurità in casa e nella cella. Non solo, ma soffriva notte e giorno così atroce dolore agli occhi, che quasi non poteva riposare e dormire, e ciò accresceva e peggiorava queste e le altre sue infermità. Come non bastasse, se talora voleva riposare e dormire, la casa e la celletta dove giaceva [era fatta di stuoie, in un angolo della casa] erano talmente infestate dai topi, che saltellavano e correvano intorno e sopra di lui, che gli riusciva impossibile prender sonno; e tanto più lo disturbavano durante l’orazione. (…) Una notte, riflettendo il beato Francesco alle tante tribolazioni che aveva, fu mosso a pietà verso se stesso e disse in cuor suo: “Signore, vieni in soccorso alle mie infermità, affinché io sia capace sopportarle con pazienza!”. E subito gli fu detto in spirito: “fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio Regno”. Alzandosi al mattino, disse ai suoi compagni: “Sì, io devo molto godere adesso in mezzo ai miei mali e dolori, e trovare conforto nel Signore, e render grazie sempre a Dio Padre, all’unico suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo e allo Spirito Santo, per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita: egli infatti si è degnato nella sua misericordia di donare a me, suo piccolo servo indegno ancora vivente quaggiù, la certezza di possedere il suo Regno. Voglio quindi, a lode di Lui e a mia consolazione e per edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore riguardo alle sue creature”.

E postosi a sedere, si concentrò a riflettere, e poi disse: “Altissimo, onnipotente, bon Segnore…”».

Non siamo dunque davanti a una semplice lode a Dio per il creato, considerando poi che alcune strofe, per nulla “spensierate”, riguardano proprio la nostra stessa umanità, e in particolare le esperienze legate a situazioni di limite della nostra condizione umana, quali la tribolazione, il male, la morte. È possibile sostenerle in pace perché siamo custodi di una promessa, di un dono, il Suo Regno: la Sua vita eterna, la Sua salvezza già abita in noi e può riempire di lode e di speranza il nostro oggi, qui.

A questo proposito ci vengono incontro, puntuali, le parole della Magnifica Humanitas: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che “l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio”» (MH 118).

Ci auguriamo che questo Centenario offra a ciascuno l’occasione per riscoprire la Promessa di Dio per la propria vita!

Le Sorelle clarisse

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