Alla donna vittima di femminicidio nel quartiere Barco di Ferrara è stato dedicato dalle amiche un piccolo angolo nel palazzo dove risiedeva. Angolo che continua a essere oggetto di gesti di sfregio. E se questi atti fossero un grido per segnalarci un altro disagio?
di Caterina Orsoni
Samanta Zironi ha perso la vita, è stata barbaramente uccisa il 30 maggio scorso. Unico accusato, suo marito Vladimiro Lombardi, ora in carcere e il cui procedimento giudiziario è ancora in corso.
Questa vicenda ha giustamente turbato la nostra città, soprattutto il quartiere Barco dove è avvenuto il femminicidio. Da subito, le amiche più care di Samanta, hanno pensato di ricordarla riponendo con cura e amore, all’entrata del palazzo dove abitava, alcune foto, fiori e drappi rossi. A mio parere, un atto terapeutico, per non lasciar andare via la loro amica nell’indifferenza e nel silenzio.
Purtroppo nei giorni scorsi, però, una mano ignota ha fatto scempio dei fiori e ha strappato la foto che raffigurava il volto sorridente di Samanta. In questi mesi sono passata più volte in quel luogo, perché per me era diventato un “simbolo” di ingiustizia, violenza e di tutto ciò che non deve più accadere. Ho riflettuto molto su questa mia impressione, soprattutto dopo gli atti vandalici che sono stati compiuti ai danni del “piccolo memoriale”.
Cosa e chi può esserci dietro a questi gesti? Perché profanare in maniera così irrispettosa la memoria di Samanta?
Credo che sia importante distaccarsi per un attimo dalla legittima ed istintiva reazione di rabbia che inevitabilmente si genera di fronte ad atti di questo genere. È fondamentale calarsi con quanta più empatia possibile nell’ambiente sociale complesso dov’è avvenuto il fatto. Tentare di comprendere che quello che per molti rappresenta un “simbolo”, per altri può divenire un ricordo costante di una realtà scomoda, una presenza che rammenta quotidianamente qual è il contesto nel quale sei costretto, tuo malgrado, a vivere. Un marchio, che ogni mattina ti fa tornare alla mente, le grida disperate, il sangue, l’ambulanza e i carabinieri.
Forse è stato “solo” questo, un gesto per affermare che il quartiere Barco non rappresenta solamente la tragica morte di Samanta, ma è tanto altro.
Voglio pensare e credere che sia andata così, che sia stata un modo, sicuramente sbagliato, per affermare un disagio difficile da esprimere. Un grido di aiuto espresso male, molto male, che non va in nessun modo giustificato ma che deve farci riflettere.

Il “piccolo memoriale” nel palazzo di Samanta dopo uno degli atti vandalici
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