Il giovane, morto prematuramente nel 2000, era un collaboratore del nostro Settimanale diocesano: ecco un ritratto delineato dall’allora direttore della Voce don Casaroli. Il volume è curato da Miriam Turrini

di don Ivano Casaroli

Un settembre ricco di impegni pastorali, segnato da anniversari e iniziative comunitarie, finirà inevitabilmente per aprire sguardi nuovi sulla nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. Sarà un’occasione per raccontarla in modo rinnovato, intrecciando la vita di un giovane giornalista con la riflessione sull’episcopato del vescovo Carlo Caffarra nella nostra diocesi e con il ricordo di un parroco che ha lasciato un segno profondo nella sempre complessa vita di ogni comunità. Dobbiamo alla passione ecclesiale di Miriam Turrini e Rosanna Ansani il volume che verrà presentato sabato 26 settembre alle ore 21 in chiesa a Tresigallo, che coinvolgerà la futura Unità Pastorale delle parrocchie presenti nel comune di Tresignana e inevitabilmente anche la diocesi.

Sono trascorsi ventisei anni dalla morte di Riccardo e, con scelta sapiente, la comunità parrocchiale di Tresigallo ha chiesto alla storica Miriam Turrini di raccontare la vita di questo giovane credente che ha speso i suoi anni tessendo amicizie. Lo penso oggi insieme a don Guglielmo Bambini, suo parroco per sedici anni. Due persone unite dalla stessa volontà pastorale: essere di tutti e stare con tutti, per offrire a ciascuno l’opportunità di conoscere e amare Gesù.

Riccardo nasce nel 1974 e muore nel 2000. Studente, portatore del morbo di Cooley, vive con intensità la scuola e la parrocchia, intessendo una vasta rete di amicizie. Una caratteristica mi è rimasta impressa: era amico di tanti non per riempirsi di contatti, ma perché amava la vita e sapeva che non si vive mai da soli.

Un giorno del 1995 lo vidi arrivare nella sede della Voce di Ferrara-Comacchio per proporsi come collaboratore. Sapeva scrivere e aveva l’intuito di cogliere, dietro un semplice fatto di cronaca, il germe di una situazione o di un modo di pensare, soprattutto nel mondo giovanile. La collaborazione iniziò quasi subito: lo guidavano non solo entusiasmo e notevole capacità, ma la convinzione che il settimanale fosse – e potesse diventare sempre più – uno strumento di formazione culturale con salde radici evangeliche. Ovunque poteva, andava per ascoltare e conoscere, per avere il polso delle situazioni. Ben presto all’andare si aggiunse il sostare in redazione, per ragionare sui suoi articoli e immaginare insieme possibili sviluppi futuri. Da questa crescente cordialità nacque la decisione di partecipare, come inviato della Voce, alla Giornata Mondiale della Gioventù di Parigi nel 1997. Per Riccardo fu un’esperienza che lo riempì di soddisfazione professionale e che allargò l’orizzonte della sua fede e del suo sguardo sul mondo.

Ricordare un amico è sempre un’occasione per ripercorrere un tratto di strada personale, della comunità civile e della Chiesa locale, lievitati tutti, allora, dal Sinodo diocesano indetto e guidato dal vescovo Luigi Maverna, con al centro la presenza di Giovanni Paolo II, parte integrante del cammino sinodale. Sono passati ormai trent’anni da quel Sinodo e, mentre in diocesi si sono avvicendati altri vescovi, papa Francesco ha chiamato tutta la Chiesa a rientrare idealmente nel Cenacolo, per risentire il Risorto che manda sulle strade del mondo ad annunciare il Vangelo. Il camminare della Chiesa è sempre missionario, con fiducia e coraggio: non si tratta di guadagnare o perdere, ma di annunciare che il Regno è vicino. Il Sinodo universale è diventato anche Sinodo della Chiesa italiana, perché nasca non un’altra Chiesa, ma una Chiesa diversa, più profondamente impastata di comunione, partecipazione, missione.

Coltivo la speranza che il libro della Turrini e dell’Ansani ci aiuterà a scoprire e amare questo giovane, e anche a raccoglierne l’invito ad amare il settimanale diocesano, vero strumento di libertà. Libertà che era il segreto del suo cuore innamorato, come testimonia il vescovo Carlo Caffarra: «Riccardo ha offerto esplicitamente la sua vita – mi ha detto durante un incontro in ospedale – perché i giovani possano incontrare Cristo e vincere in Lui la morte. Questo atto di offerta ha trasfigurato la sua morte in un atto di amore che vince il disfacimento fisico della persona».

Sono contento di essere stato suo amico, di aver lavorato con lui e anche di avere imparato da lui.

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