Il racconto di don Emanuele Zappaterra dall’Argentina: «dall’immensa periferia di Gran Buenos Aires sono venuti nella nostra Diocesi, poveri tra i poveri:nessuna slide, solo cartoncini, le loro ferite e la gioia del Risorto»
Ancora una volta si fa forte il compiersi della Parola di Dio tra di noi. Sì, perché il Verbo si fa carne lì dove le sicurezze del “palazzo d’Erode” non trovano posto e lasciano spazio alla semplicità evangelica degli ultimi. «Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (leggi l’intera citazione di 1Cor, 17-25).
Dal 4 all’11 gennaio, da domenica a domenica, ci hanno visitato i missionari della parrocchia Nostra Signora di Lourdes di Ciudadela, centro urbano ad alta densità del Gran Buenos Aires, ovvero una di quelle immense periferie che si trovano subito fuori dai confini della Capitale. In questo territorio si trova quella, che dopo Barracas, è la seconda più grande Villa miseria bonarense, formata da Barrio Ejercito de los Andes comunemente chiamato Fuerte Apache, assieme a Villa Maldonado e parte di Villa Liniers.
Sono stati giorni di grande fervore apostolico. Come sempre si fa in queste occasioni, i giovani hanno bussato alle porte delle case di vari quartieri della nostra cittadina e portato la Parola e la preghiera, accompagnati dall’immancabile immagine della Vergine Maria. Essendo tutti di condizioni economiche molto modeste non avevano al seguito rosari, medagliette o immaginette da lasciare alle famiglie visitate, bensì cartoncini preparati artigianalmente da loro, segno di un lavoro di preparazione fatto col cuore, partendo dalla loro povertà di mezzi, ma non di fede.
Parlando con varie famiglie locali di umili condizioni e situazioni di vita al limite, mi dicevano che si erano sentite comprese e avvicinate in un modo che mai avevano sperimentato. Giovani poveri e feriti che annunciavano l’amore di quel povero Crocifisso ferito ed umiliato ad altri poveri e feriti dalla vita. Nella nostra debolezza si manifesta la forza di Dio. Con la nostra povertà ricca di fede il Signore compie meraviglie.
Quante volte nelle nostre strategie pastorali cerchiamo di mettere in prima linea i competenti, quelli che hanno tutte le carte in regola. E dopo numerosi sforzi e tentativi ci rammarichiamo perché non vediamo i risultati sperati. E quasi storditi ripetiamo le stesse modalità. Non sarà forse che l’evangelizzazione arriva più diretta passando per le ferite dell’uomo piuttosto che attraverso le slides (che non le si chiami diapositive!) dei nostri tecnologici mezzi multimediali? O dei nostri flyers virtuali (che non gli si dica volantini, perché altrimenti non funzionano)?
Questi missionari, di cui una buona parte non solo vive in condizioni economiche ristrette o in povertà – si pensi che perché uno di loro potesse partecipare, gli altri attraverso una colletta gli hanno comprato le scarpe – ma ha anche sofferto abusi e violenza e forse non ne sono ancora venuti fuori, sono l’espressione vivente di quella gioia del Vangelo che quando entra nella tua vita trasforma tutto e con una dose incalcolabile di dolore ti guida anche verso un perdono altrimenti improbabile.
Di loro però voglio ricordare il sorriso e la luce degli occhi mentre animavano la piazza e le vie dei nostri quartieri, mentre facevano giocare i bambini e mettevano in scena l’arrivo dei tre Re Magi con 36° e la piccola croce che Juan mi ha regalato con Gesù e Maria addolorata che lo abbraccia, un messaggio e insegnamento che mi ha lasciato dopo un forte abbraccio.
Pensando a loro mi domando quando nelle nostre Diocesi italiane saranno gli ultimi, i massacrati dalla vita, come quelli che arrivano in mucchio ogni giorno – tra cui cristiani – ad avere voce in capitolo nell’annuncio del Vangelo, così come accadde all’inizio. Intanto il tempo corre… per me e per voi.
Don Emanuele Zappaterra
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 gennaio 2026 – Nella Rubrica mensile “Un ferrarese in Argentina”)
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