Il racconto inedito di un anziano signore: nel 1951, in seguito all’alluvione del Polesine, allora 13enne con la famiglia va ad abitare a Palazzo Bonacossi a Ferrara, antica residenza nobiliare. Lì, trova diverse famiglie costrette a vivere in pessime condizioni. E altre si rifugiarono nel palazzo nel ’44 dopo le bombe
di Umberto Scopa
Palazzo Bonacossi è stato restituito alla città esattamente alla fine del secolo scorso dopo un lungo intervento di ristrutturazione. Non si era trattato di intervenire solo sui danni di uno stato di abbandono, anzi, ovunque apparivano i segni lasciati da inquilini abusivi che avevano trasformato il luogo per adattarlo alle più elementari esigenze di sopravvivenza. Deplorare questi danni apportati dall’uomo è il primo pensiero che può venire in mente, e questo è stato espresso in tutti gli scritti che hanno toccato l’argomento, chiudendolo poi frettolosamente. Tuttavia mi preme in questo articolo esplorare un punto di vista diverso e mai abbastanza approfondito, cioè sospendere i facili giudizi di deplorazione, e capire qualcosa di più sulle tante storie di sofferenza delle famiglie costrette da necessità crudeli a vivere in un luogo abbandonato, inadatto e inospitale, per adattarlo alle più elementari necessità della vita.
Per tutte riporterò qui una di queste storie. Nulla a che vedere con le storie dei nobili occupanti e proprietari che si sono succeduti in questo edificio dalle sue origini fino all’inizio del Novecento.
L’era dei nobili proprietari era terminata definitivamente nel 1911, quando il Comune lo aveva acquistato e poi destinato ad usi militari con l’insediamento dei Lancieri d’Aosta il cui stemma è ancora visibile nell’atrio dell’edificio.
L’evento che però ci introduce agli sviluppi più drammatici da me anticipati avvenne nel 1944. Alle 11 e 40 del 28 gennaio l’intera città fu sconvolta da un violentissimo bombardamento anglo-americano. I sopravvissuti piansero i loro morti e non pochi dovettero anche cercare un tetto ancora sano sotto il quale vivere. Alcuni di loro lo trovarono in questo palazzo (1).
Negli anni successivi alla fine della guerra il Palazzo Bonacossi era certamente ancora abitato da inquilini che sopravvivevano con mezzi di fortuna, talora ai margini della legalità. È documentato da una fonte giornalistica del 1946. Il Giornale dell’Emilia del 22 agosto di quell’anno riporta notizia dell’arresto di quattro persone residenti in via Cisterna del Follo 3 (dove era a quel tempo l’ingresso principale di Palazzo). Erano stati arrestati dai Carabinieri nei pressi della loro residenza con dei sacchi pieni di granturco sulle biciclette senza poter giustificare la provenienza della merce. Questa del 1946 è l’ultima notizia testimoniata dalle fonti che ci rimane a raccontare l’occupazione di famiglie sfollate o indigenti. Ma nel 2019 il caso mi portò a incontrare una persona che aprì una nuova finestra su quel periodo oscuro.
Il 25 febbraio 2019 ragioni di lavoro mi fecero incontrare un anziano signore in visita a Ferrara, proveniente da Lione, dove era emigrato in gioventù con la famiglia. Da lui appresi della sua infanzia vissuta a Palazzo Bonacossi per ben nove anni. Inizialmente qualcosa non mi tornava. La storia conosciuta dell’occupazione del palazzo da parte di sfollati non andava oltre l’immediato dopoguerra e il mio ospite, per quanto anziano, era anagraficamente incompatibile con quel tempo abitativo. Eppure dalle sue parole emergevano particolari e descrizioni dell’interno del palazzo che rivelavano una conoscenza veramente profonda e vissuta. Nell’approfondire la cosa apprendevo via via notizie che aprivano nuova luce su quel periodo inesplorato della storia del palazzo.
Non si trattava più delle tristi necessità scaturite dalla guerra. Quella famiglia veniva dal polesine allagato nel 1951. Nel novembre di quell’anno sulla sponda polesana l’immane devastazione portata dalle acque del Po aveva riproposto il dramma dei senza tetto. Ed eccoci alla storia del mio ospite a Palazzo Bonacossi, dove era stato alloggiato in giovanissima età con tutta la famiglia scampata all’alluvione.
Aveva tredici anni quando iniziò ad abitare nel palazzo. La sua famiglia proveniva da Santa Maria Maddalena. Al loro arrivo tanti ambienti del palazzo erano già occupati da altre famiglie. Una in particolare addirittura aveva dieci componenti. La famiglia dell’intervistato era composta da quattro persone, la madre e tre figli. Il padre era disperso in Russia e non sarebbe più tornato. Trovarono uno spazio occupabile al secondo piano dell’edificio. Per usare le sue parole, «il palazzo era in condizioni spaventose». Non era neanche fornito di acqua corrente. Esisteva una fontana nel cortile per tutte le famiglie. Il cortile per intenderci era quello al quale oggi si accede dal civico n. 5. Quell’ingresso, che oggi è l’unica entrata accessibile, allora era secondario, perché dalla strada si entrava attraverso il portone monumentale posto al civico n. 3. Dalla fontana l’acqua era raccolta e portata con secchi negli ambienti abitati. Per riscaldarsi usavano delle stufe a carbone. I bagni nelle unità abitative non esistevano. C’erano dei bagni comuni di fortuna posizionati al piano terra in un cortiletto all’aperto interno all’edificio. Erano bagni cosiddetti “alla turca”. L’intervistato ricordava che i ragazzini come lui non soffrivano troppo quelle condizioni così malagevoli del servizio igienico, ma per gli adulti, e ancor più per gli anziani, il disagio e l’imbarazzo era molto avvertito. La riservatezza e la protezione delle cose personali all’interno di un palazzo coabitato da diverse famiglie era affidato a porte che era possibile chiudere a chiave, ma all’interno dello spazio occupato dal nucleo familiare gli ambienti erano delimitati da tramezze di cartone.
Oggi la civica fototeca di Palazzo Bonacossi conserva documentazione fotografica di come il palazzo si presentò ai restauratori al loro primo ingresso. In molte foto si riconoscono tracce eloquenti di questo vissuto.
C’è anche una foto molto particolare che mi ha colpito: tra macerie, detriti, in un salone sventrato, dove la vegetazione sta penetrando, si vede una piccola altalena per bambini e un girello come quelli che si trovano ancora nei giardini pubblici.
Possiamo immaginarci i bambini che ci giocavano, nello stesso luogo dove le piccole Marfisa e Bradamante scorrazzavano molto più elegantemente agghindate (come lo storico Donato Zaccarini in un suo articolo (2) del 1915 vuole ricordarle). Viene il pensiero molto naturale che queste famiglie sfollate avessero anche riprodotto un ambiente dove l’infanzia potesse attendere al gioco, a momenti si svago, la cui necessità non era solo dei bambini, ma serviva anche ad allietare l’esistenza degli adulti. Forse per le intere famiglie quei momenti giocosi di spensieratezza infantile anticipavano l’immagine di una recuperata normalità, l’uscita da quella condizione esistenziale così disagevole. Anche l’intervistato ricorda il cortile presso il civico 5 di via Cisterna del Follo dove i bambini giocavano a pallone. Ricorda il primo innamoramento tra adolescenti verso una coetanea inquilina del palazzo.
Personalmente reputo questa testimonianza, e altre che ignoriamo, certamente degne di occupare un’attenzione speciale, non meno dei Sigismondo Cantelmo, dei Gurone d’Este, dei Diotisalvi Neroni, dei conti Bonacossi che qui hanno vissuto come in una favola la più comoda e sfarzosa esistenza che il loro tempo permetteva.
Per concludere osservo che la storia del Novecento di questo palazzo è la storia di un edificio che si spoglia della veste decorativa destinata a contrassegnare lo stato sociale elevato dei suoi proprietari; e questo avviene per ricondurlo a quell’uso minimo essenziale proprio di ogni abitazione alla quale si chiede solo di offrire riparo dal freddo e dalla pioggia, protezione dei propri averi, nutrirsi, lavarsi, amarsi, svagarsi anche, tutto ciò di cui non possiamo fare a meno nella conduzione della nostra vita.
Non si era mai approfondita la storia di queste occupazioni protratte fino a ridosso delle operazioni di restauro dell’edificio. Queste notizie che qui annoto vogliono essere così un piccolo tassello da aggiungere alla storia di un edificio che attraversa i secoli. I suoi protagonisti però sono tante persone comuni che solitamente occupano lo sfondo indistinto della storia ufficiale.
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NOTE
1 – Rivista Musei Ferraresi, 19 – Bollettino Annuale, Elisabetta Lopresti, Palazzo Bonacossi. Il recupero del Palazzo e del suo apparato decorativo, pag. 136.
2 – Il Palazzo Bonacossi, delizia di Francesco d’Este, Donato Zaccarini, in Gazzetta Ferrarese n. 301 del 15 novembre 1915.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
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