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La salvezza è per tutti: omelia di mons. Perego



Ferrara, Basilica di S. Francesco, 16 agosto 2020 (XX Domenica per Annum)


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, l’ascolto della Parola di Dio di oggi aiuta ad alzare lo sguardo da noi stessi per guardare agli altri, dalla nostra città per guardare al mondo. La pagina del profeta Isaia è un invito a vivere la giustizia, cioè a praticare i comandamenti, perché questa è la strada della nostra salvezza. Non solo. La strada dei comandamenti è una strada non esclusiva, per il solo popolo d’Israele, ma per “tutti i popoli”. Il dibattito politico e culturale, in ogni stagione della storia, cerca di piegare il cristianesimo al nazionalismo, falsando la sua natura universale, piegando la fede a degli interessi particolari, chiudendo la vita di fede nell’individualismo e dell’egoismo: sono pericoli che ritornano anche oggi, anche nelle nostre città. L’apostolo Paolo è stato il primo ad aver letto questo pericolo alla chiusura, non solo nel suo popolo, ma anche nella prima comunità cristiana. La pagina della lettera ai Romani è una stupenda professione di cattolicità di S. Paolo, che si qualifica come “apostolo delle genti”: la misericordia di Dio raggiunge noi e tutti.

La pagina evangelica è una testimonianza concreta di Gesù, Salvatore del mondo. La donna cananea, agli occhi di tutti non meritevole della misericordia di Dio, diventa la testimone della fede nella misericordia di Dio. E Gesù riconosce in questa donna, lontana ed esclusa, straniera, il modello della fede. La storia della salvezza è piena di persone lontane, escluse, che diventano strumento di salvezza per Dio. E tante volte nella storia, anche nella recente pandemia, la malattia di un figlio, di una figlia, di una madre, di un padre sono diventate occasioni – come per la donna cananea – per rivolgere il nostro grido di aiuto al Signore, sono state occasione per riscoprire il limite della nostra creaturalità e il bisogno di sentire il Creatore e padre vicino alla nostra vita, alla nostra famiglia, alla nostra città. Chi è lontano dalla fede e dalla vita ecclesiale, per tante ragioni, diventa per noi non solo il motivo della nostra missione, del nostro andare, ma anche l’occasione per riscoprire come Dio in ogni uomo è prima di noi: a noi il compito di aiutare a far scoprire questo. Forse oggi siamo così impegnati a difendere le nostre idee, le nostre abitudini, le nostre tradizioni che rischiamo di non riuscire a leggere quanto il Signore continua a realizzare attorno a noi. Ci sono continui messaggi di uomini e donne, anche di Chiesa, che non aiutano a leggere il cammino della Chiesa, ma solo le sue cadute in questa storia che, per ciascuno di noi, è come un Calvario che, però, alla fine, ha come destino la trasfigurazione, la risurrezione. Il card. Carlo Maria Marini, nella bella lettera “Ripartire da Emmaus”, scriveva: “Occorre allargare gli schemi mentali entro cui la gente sta troppo stretta. Occorre cioè fare di questo pezzo di terra, che è la parrocchia, una comunità che cammina. E una comunità cammina quando crede nella missione di Cristo che dice: sii coerente nel tuo ambiente di lavoro! Non chiudere gli occhi sulle miserie umane! Chiedi giustizia per i deboli! Così ciascuno si sente missionario, ma parte dalla comunità parrocchiale che gli dà forza, stimolo, spinta, appoggio, speranza per uscire in missione, qui e altrove” (C. M. Martini, Ripartire da Emmaus, Milano, Centro Ambrosiano, 1991, pp. 80-81).

Oggi il grido della cananea è il grido dei 300.000 sfollati del Libano, di uomini, donne e bambini nei lager della Libia, di cui conosciamo il nome e il luogo della loro sofferenza, di migliaia di cristiani perseguitati e uccisi in Nigeria e in altri paesi del mondo che chiedono libertà e vita, ma noi non riusciamo a dare loro casa e sicurezza, come invece è stato capace Gesù con la figlia malata della donna cananea. Anche oggi il mondo attende da noi il miracolo della carità, come segno di una fede legata alla vita.

Cari fratelli e sorelle, in questo giorno in cui la Parola ci ha ricordato come la salvezza è destinata a tutti, accogliamo l’invito che Papa Francesco ci ha rivolto nei giorni scorsi rileggendo questi tempi di pandemia: “Se non ci prendiamo cura l’uno dell’altro, a partire dagli ultimi, da coloro che sono maggiormente colpiti, incluso il creato, non possiamo guarire il mondo”. Il Signore ci accompagni nel cammino di questa consapevolezza di fraternità e di umanità, di cui ogni cristiano è chiamato ad essere servitore. Così sia.

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