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Vivere in fraternità e nella verità: a 30 anni dalla caduta del Muro

Aggiornato il: 23 dic 2019

“Noi oltre il Muro”, due incontri organizzati dalla Fondazione Zanotti di Ferrara: il racconto da parte di Annalia Guglielmi della propria esperienza insieme ai dissidenti nei paesi dell’est Europa

Lunedì 28 ottobre si è tenuto il secondo incontro della rassegna “Noi oltre il muro”, organizzata da Fondazione Enrico Zanotti, Centro Culturale “L’Umana Avventura”, Ferrara Eventi, Student Office e Gioventù Studentesca (GS) Ferrara.

Il ciclo di iniziative è stato pensato per ricordare il ventennale della caduta del muro e per far conoscere ai giovani quelle vicende. Mediante incontri di testimoni e amici, si è compreso che quelle esperienze hanno creato rapporti di amicizia con chi viveva oltrecortina e si è riconosciuto che quanto di vero è stato vissuto è attuale anche oggi. Mentre nell’incontro con Giovanna Parravicini si è ricordato come al di là del muro vi abitava gente libera, che non voleva vivere nella menzogna imposta dal regime, nell’incontro con Annalia Guglielmi si è cercato di comprendere cosa ha portato giovani italiani ad andare a operare nei paesi del blocco sovietico. La Guglielmi ha raccontato vicende ed avvenimenti che hanno caratterizzato la sua esperienza oltrecortina.

L’incontro con alcuni dissidenti ungheresi, durante un viaggio organizzato da Don Francesco Ricci, sacerdote forlivese che si occupava dei giovani di GS, la colpisce molto. Racconta Annalia che essi erano disposti a pagare un prezzo molto alto, in termini di vita concreta, pur di non venir meno alla propria libertà interiore, di non adattarsi alla menzogna che qualunque ideologia porta avanti. La collaborazione con Centro Studi Europa Orientale, dapprima rivista, poi casa editrice, che riporta in Italia le parole di chi nell’est non può parlare, diventa per lei il mezzo per iniziare a conoscere questa realtà. “Non andante a cercare le fotocopie dell’esperienza che fate, andate ad amare e valorizzare ogni spunto di umanità che trovate anche in chi apparentemente è diversissimo da voi o da noi o dall’esperienza ecclesiale che stiamo facendo”, afferma don Francesco. Dopo un periodo di viaggi in Ungheria, Annalia si avvicina all’esperienza della Polonia nella quale, a soli 25 anni, riesce a stabilirsi ottenendo una cattedra da lettrice italiana. Per un anno vive, perciò, in tale nazione ampliando e consolidando i rapporti di amicizia e testando in prima persona le difficoltà di vita in un paese del cosiddetto “socialismo reale”. L’impossibilità di fidarsi di ogni altra persona, la consapevolezza di essere sempre controllati e la coscienza che ogni singolo aspetto della vita di ogni persona è governato dal regime, sono solo alcuni degli aspetti della vita nuova che, racconta Annalia Guglielmi, deve affrontare. In un secondo tempo anche il cibo inizia a scarseggiare e la popolazione è controllata anche in questo aspetto, mediante l’utilizzo di tessere. Dall’Italia e dall’Europa arrivano aiuti di vario genere e, mentre Annalia deve tornare a casa, è lei stessa ad impedire l’arrivo dei nuovi aiuti, a causa del clima teso che si vive. Ad Agosto scoppiano le rivolte degli operai e la Polonia, quando Annalia torna, sembra una nazione che ha rialzato la testa, ma ciò dura solo 15 mesi.

È proprio in questo periodo che nasce Solidarnosc, il primo sindacato libero della Polonia. A settembre ’81 già il cibo scarseggia e in breve viene dichiarato lo stato di guerra. Nel giro di poche ore scatta la solidarietà. Solidarnosc sindacato, diventa pratica. Si mettono in comune le cose che si hanno e ci si preoccupa di sostenere le famiglie di chi è stato portato via o di chi è stato licenziato. Nasce il primo comitato di aiuto che a breve risulterà esistere anche in molte altre città polacche. Il muro cade solamente a metà del 1989 in Polonia, ma la nazione già è cambiata: per la prima volta in un paese del blocco sovietico si hanno elezioni semilibere. Quando un regime totalitario permette ciò, vuol dire che ha perso.

Annalia Guglielmi è molto chiara nello spiegare le motivazioni che spinsero lei e molti altri giovani a recarsi nei paesi dell’est in quel periodo. Afferma: “Andammo là perché loro ci insegnavano che era possibile essere liberi ovunque e in qualunque situazione; perché importante per ciascuno di noi non è fare grandi strategie, ma costruire dei piccoli ambiti di vita cambiata in cui i rapporti sono diversi, in cui si vive in una realtà diversa nella quale il criterio di giudizio è il nostro; perché era importante non l’esito, ma metterci tutta l’anima, tutto il coraggio e tutta la propria dignità. Non si è misurati sull’esito. L’esito è già il cambiamento che avviene dentro di noi, non dipende dalle circostanze esterne. Non volevamo fare un lavoro intellettualistico, ma riuscire, attraverso la loro esperienza, a trasmettere questi tre criteri che in fondo rendono l’azione dell’uomo veramente efficace. Il loro scopo era vivere in una fraternità, in sintonia con se stessi, con la propria verità”.

L’incontro con testimoni attraverso la rassegna “Noi oltre il muro” è stata la fase iniziale di un progetto che, coinvolgendo studenti di scuole superiori e universitari, vuole far loro riscoprire il ruolo che possono avere nella società di oggi. Mediante la costruzione di una mostra, mai realizzata prima a Ferrara, si cercherà dunque di far ragionare le nuove generazioni su eventi avvenuti 30 anni fa che molto hanno da insegnare, per come sono stati vissuti, anche a chi vive oggi.

Fondazione Enrico Zanotti

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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