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Solennità della B.V. Maria del Monte Carmelo: omelia di mons. Perego 

Aggiornato il: 23 dic 2019

Ferrara, 16 luglio 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, carissime monache carmelitane, celebriamo oggi la Solennità della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. E’ una festa antichissima, come sapete, legata a un luogo, il monte Carmelo, che, nell’Antico Testamento, è segno e testimonianza della fede del profeta Elia e, nel Nuovo Testamento, al ritorno della famiglia di Nazareth dall’esilio in Egitto. E’ una festa carmelitana, segno di una devozione mariana profonda di San Simone Stock, priore generale dell’Ordine carmelitano, a cui Maria apparve il 16 luglio 1251, che ha lasciato un segno familiare, materno: lo scapolare. Lo scapolare ci ricorda che, come Maria, se viviamo in comunione con il Signore, nella vita eterna entreremo nella sua casa. Lo scapolare è il segno, l’abito di una vita di grazia. Ne conservo uno ritrovato, quando ero direttore della Caritas di Cremona, tra le cose personali di un’anziana signora che, morendo, aveva lasciato tutti i suoi beni alla Caritas Cremonese. Lo scapolare è il segno semplice, talora, di una religiosità popolare che sa trovare proprio nei segni più semplici il modo per esprimere la sua fede in Dio e il suo amore a Maria. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio che ci fa appunto incontrare il profeta Elia in cima al Carmelo a pregare il Signore. La preghiera non solo costruisce una relazione con Dio, ma agisce, opera, grazie a Dio. S. Teresa d’Avila ci ricorda, infatti, che “L'orazione, a mio parere, non è altro che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si trattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati” (Vita 8,5 ). E il monastero diventa così non solo il luogo del silenzio, ma come la cima del monte Carmelo nelle nostre città, dove nella preghiera “da solo a solo con Dio” entriamo in relazione con Dio Padre. L’apostolo Paolo, infatti, ci ricorda questa paternità di Dio che il Figlio, Gesù Cristo, nella sua umanità, ci ha fatto scoprire. Noi siamo figli di Dio, in forza dello Spirito ricevuto nel Battesimo, che ci ha abilitato a dire, anzi a gridare. “Abbà, Padre”. La paternità è il volto dei Dio cristiano, che dà ancora più senso alla nostra preghiera, perché connotata di familiarità. “Che cosa significa che Dio è Padre? È la domanda che S. Teresa d’Avila visse quasi in modo drammatico, senza arrivare a poter dare una piena risposta. In un articolo di Civiltà Cattolica del 2015, per celebrare i 500 anni della nascita di S. Teresa d’Avila, è ripresa questa domanda e si scrive: “La paternità divina non è, per Santa Teresa, un dato psicologico o sociologico: è un’esperienza personale, inseparabile da quella dell’unica filiazione divina di Cristo. Solo partendo dal rapporto di Gesù con suo Padre, Teresa riesce a scoprire che tale paternità, che include anche la maternità, supera ed è il fondamento di ogni paternità e maternità umana, fino a poter dire: Solo Dios basta” (Rogelio Garcia Mateo, Dio come Padre secondo Teresa d’Avila; in: Civiltà Cattolica, 8 agosto 2015, pp. 239 e ss.). Questa nostra figliolanza con Dio Gesù la annuncia fino alla fine, sulla Croce, dove l’ultimo regalo è di un figlio e di noi come figli alla Madre e di una Madre a un discepolo e a noi suoi discepoli. Non solo Maria è Madre di Dio, di un Figlio “generato e non creato”, ma è Madre della Chiesa, Madre nostra.: una Madre che ascolta, domanda, prega, vive il silenzio, protegge, dona, è vicina nell’ora della morte, attende sulla soglia della porta del Paradiso. Dio nostro Padre, per intercessione di Maria, Vergine e Madre, che oggi celebriamo come la Madonna del Carmelo, ci insegni il valore della preghiera “sulle ali del desiderio, sostenuto dall’amore”, come insegna S. Teresa d’Avila, dell’ascolto e del silenzio, spazi di libertà, luoghi importanti per sentirci figli e figlie, e costruire fraternità. Così sia.

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