• Redazione

Solennità dei Santi Pietro e Paolo: amare Dio e curare il popolo di Dio

Messa della Vigilia


Ferrara, 28 giugno 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Abate di Pomposa


Cari fratelli e sorelle, ci prepariamo a vivere la Solennità dei santi Pietro e Paolo, contemplando la missione e il servizio apostolico del primo e dell’ultimo degli apostoli.

La pagina degli Atti ci riconsegna una giornata di Pietro e Giovanni, che iniziava con la preghiera al tempio e continuava con la predicazione di Gesù Cristo, il Nazareno, incontrando il popolo e i poveri. E nel nome di Gesù, Pietro compie il miracolo di far camminare uno storpio dalla nascita che chiedeva l’elemosina: un gesto di carità. L’annuncio del Vangelo si diffonde ogni giorno, nei luoghi di vita familiari, arricchiti dalla grazia dei doni dello Spirito, che generano “meraviglia e stupore”, con segni di carità. È un annuncio che ha come protagonista Pietro che nelle pagine degli Atti diventa il primo degli apostoli.

La pagina della lettera ai Galati ci presenta, invece, un passaggio del ritratto biografico di Paolo, giudeo, tra i peggiori persecutori della Chiesa, scelto dal Figlio di Dio per annunciare il Vangelo al mondo. È la prima pagina di un racconto della vocazione di Paolo. È interessante sottolineare che il Signore continua a chiamare direttamente, ieri come oggi, per strade diverse, ma invita alla comunione con Pietro. Anche Paolo, nonostante la storia personale della sua chiamata, sale a Gerusalemme e rimane con Pietro, per conoscere la consuetudine di vita umana con il Signore che gli apostoli hanno sperimentato. Le vocazioni e le strade con le quali il Signore chiama possono essere diverse, ma devono convergere all’unità, alla comunione, alla Chiesa. L’abbraccio di Pietro e Paolo nella tradizione iconografica orientale ricorda questa comunione che troverà nella sinodalità, dal Concilio di Gerusalemme al Concilio Vaticano II, i luoghi esemplari per esprimere nelle scelte la comunione con il Signore delle diverse Chiese.

Se c’è un invito che Pietro e Paolo ci regalano oggi è quello a crescere nella comunione. È l’invito che anche Papa Francesco, successore di Pietro, ripete continuamente, nei gesti e nelle parole anche alle nostre parrocchie. “Dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie – scrive il Papa nell’ Evangelii Gaudium - non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione” (E.G. 28).

La comunione è uno dei segni della credibilità del Vangelo. L’individualismo, le scelte di egoismo, la discriminazione, gli arrivismi non servono la comunione. Anche questi tempi di pandemia ci hanno fatto comprendere il valore della comunione che si declina nella condivisione, nel valorizzare le nuove forme di comunicazione, in un nuovo stile di vita. Fonte e forma della comunione è l’Eucaristia, di cui Paolo ci ha regalato il racconto più antico e che Pietro ha sperimentato per primo nell’ultima cena di Gesù.

La pagina evangelica ferma la nostra attenzione sulla figura di Pietro, sulla sua vocazione e il suo ruolo nel collegio apostolico e nella vita della Chiesa. Il dialogo, non privo di un certo imbarazzo, tra Gesù e Pietro è giocato su due verbi: amare e curare. Gesù chiede a Pietro di amarlo. Ma questo amore è reale e continua nel tempo se diventa cura per le persone che ci vengono affidate, cura per la Chiesa. Anche nella sofferenza, anche nella vecchiaia. Pietro, e come Pietro i suoi successori, ci insegnano e ci mostrano questo amore al Signore e questa cura per la Chiesa. Il Papa, ogni Papa nella Chiesa, è il segno di questo primato dell’amore; è il segno e il testimone della comunione. Dal Concilio Vaticano II ad oggi abbiamo conosciuto il volto e la storia di Papi, di cui tre già proclamati santi, che ci hanno insegnato e testimoniato l’amore al Signore con tutto se stessi e la cura della Chiesa, in maniera originale. San Giovanni XXIII, da anziano ha iniziato il Concilio Vaticano II con coraggio per leggere i segni dei tempi. San Paolo VI ha concluso il Concilio Vaticano II e attraversato il tempo della contestazione e del terrorismo. Giovanni Paolo I ci ha regalato solo un sorriso in 33 giorni di Pontificato. San Giovanni Paolo II ha portato a conclusione un lungo pontificato, capace di dialogare con i giovani, aperto al mondo, segnato dalla sofferenza con l’attentato e con la malattia. Benedetto XVI, il Papa emerito, ha avuto il coraggio di scegliere di rinunciare al Pontificato perché la Chiesa iniziasse, con Papa Francesco, un cammino di riforma e di nuova evangelizzazione. Sono volti di amore a Dio e di cura della Chiesa a noi familiari. Sono i volti di chi presiede nella carità la Chiesa, ieri come oggi.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo in particolare per papa Francesco, oggi il Successore di Pietro, perché in questo mondo malato ci insegni l’amore a Dio e la cura del popolo di Dio, così che in questa Chiesa in riforma si prepari una nuova stagione di annuncio del Vangelo della gioia. Così sia.

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