• Redazione

Santa Caterina Vegri, “la parte migliore” della contemplazione

Monastero Corpus Domini, Ferrara, 9 marzo 2022


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Care sorelle e cari fratelli, celebriamo oggi la festa di Santa Caterina Vegri, la mistica ferrarese che visse in questo monastero per 30 anni, per poi passare a fondare un nuovo monastero a Bologna, dove fu abadessa per alcuni anni fino alla morte, nel 1463. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. La pagina del Cantico dei Cantici inizia con una pennellata che fa somigliare Dio a molti giovani innamorati di oggi, che realizzano tatuaggi (‘il sigillo’ ricordato dalla pagina del Cantico) della persona amata sul proprio corpo, sul cuore e sul braccio. L’amore di Dio è ‘forte’, recita il Cantico dei Cantici, e nessuno può spegnerlo. Santa Caterina Vegri ha sperimentato nella sua vita questo amore ‘forte’ di Dio, vicino e non lontano, presente nell’Ostia consacrata – a cui dedica una pagina molto bella nella sua opera sulle Sette armi spirituali – in cui riconosce che “sotto poca specie di pane vi fosse tutta la divinità e l'umanità di Cristo”. Nella pagina di San Paolo ai Corinzi che abbiamo ascoltato ritroviamo alcuni sentimenti umani dell’apostolo che spesso noi condividiamo, anche in questo tempo: la tribolazione, la disperazione, l’abbandono. Il Signore, ci ricorda Paolo, è presente, vicino, in queste situazioni, non lontano. Anzi Lui stesso, per essere vicino all’uomo, ha sperimentato gli stessi sentimenti. Questa umanità di Cristo sostiene la nostra umanità, dandogli futuro, aprendola all’eternità. C’è un passaggio dell’enciclica Lumen fidei di Papa Francesco che merita, a questo proposito, di essere riletto: solo con “l’Incarnazione, attraverso la condivisione della nostra umanità, poteva giungere a pienezza la conoscenza propria dell’amore. La luce dell’amore, infatti, nasce quando siamo toccati nel cuore, ricevendo così in noi la presenza interiore dell’amato, che ci permette di riconoscere il suo mistero. Capiamo allora perché, insieme all’ascoltare e al vedere, la fede è, per san Giovanni, un toccare, come afferma nella sua prima Lettera: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto […] e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… » (1 Gv 1,1). Con la sua Incarnazione, con la sua venuta tra noi, Gesù ci ha toccato e, attraverso i Sacramenti, anche oggi ci tocca; in questo modo, trasformando il nostro cuore, ci ha permesso e ci permette di riconoscerlo e di confessarlo come Figlio di Dio. Con la fede, noi possiamo toccarlo, e ricevere la potenza della sua grazia” (L.F. 31). Santa Caterina Vegri si è sentita toccata dall’umanità di Gesù: nelle sue esperienze mistiche, ma anche nel riascoltare la Parola, e nella partecipazione all’Eucaristia. In particolare, parlando dell’Eucaristia Santa Caterina ricorda ancora in un passaggio delle Sette armi spirituali: “in bocca, sentì e gustò la dolcezza della purissima carne dell'immacolato Agnello Cristo Gesù. E quel sentimento e quel gusto fu di tale dolcissimo e soavissimo sapore, che non si può dire né intendere in alcun modo. Davvero essa poteva dire: Il mio cuore e la mia carne esultarono nel Dio vivente” (VIII. 2). La pagina evangelica di Luca, nell’episodio delle due sorelle Marta e Maria, ci porta nella vita di una casa, di una famiglia e ci aiuta a ricordare l’importanza dell’ascolto della Parola e più in generale della contemplazione nella vita del cristiano e della Chiesa. E’ stata la scoperta e la scelta anche di Santa Caterina Vegri che continua oggi nell’esperienza delle sorelle clarisse. La contemplazione non è distrazione, ma intensa attenzione a Cristo: è l’esperienza di un nostro sguardo che incontra lo sguardo del Signore. La contemplazione non è un’esperienza esclusiva di qualcuno, ma è una dimensione del nostro cammino di santità, come ci ricorda Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et exultate: “Ricordiamo che è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo...Dunque mi permetto di chiederti: ci sono momenti in cui ti poni alla sua presenza in silenzio, rimani con Lui senza fretta, e ti lasci guardare da Lui? Lasci che il suo fuoco infiammi il tuo cuore? Se non permetti che Lui alimenti in esso il calore dell’amore e della tenerezza, non avrai fuoco, e così come potrai infiammare il cuore degli altri con la tua testimonianza e le tue parole? E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina.” (G.E. 151). C’è una sintonia tra queste parole di Papa Francesco e l’esperienza spirituale di S. Caterina Vegri, che si è lasciata alimentare proprio “dal calore dell’amore e della tenerezza del Signore”. E nelle domande di Papa Francesco, rivolte anche a ciascuno di noi, sentiamo la necessità di unire il nostro impegno apostolico e sociale, in famiglia, in parrocchia e nei diversi luoghi di vita, con la contemplazione del volto di Cristo. Una contemplazione che non può essere considerata altro dal nostro impegno quotidiano, quasi una pausa, una evasione dalla vita, ma la risorsa per dare calore alle nostre relazioni. Lo ricorda un altro passaggio dell’esortazione Gaudete et exultate di papa Francesco, citando ‘’il pellegrino russo’: Prego tuttavia – scrive il Papa - che non intendiamo il silenzio orante come un’evasione che nega il mondo intorno a noi. Il “pellegrino russo”, che camminava in preghiera continua, racconta che quella preghiera non lo separava dalla realtà esterna: «Se mi capitava di incontrare qualcuno, tutte quelle persone senza distinzione mi parevano altrettanto amabili che se fossero state della mia famiglia. […] Non solo sentivo questa luce dentro la mia anima, ma anche il mondo esterno mi appariva bellissimo e incantevole” (G.E.152).

Care sorelle e cari fratelli, il ricordo di Santa Caterina Vegri accompagni il nostro cammino insieme, il cammino sinodale a riscoprire questa “parte migliore”, che non significa la superiorità della vita contemplativa sulla vita attiva, ma la necessità che la relazione, l’ascolto del Signore formi e informi, riformi la nostra vita personale e la vita della Chiesa. Così sia.

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