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San Guido abate, tra Pomposa e la Germania

E' morto mons. Schlembach, il Vescovo che nel 2000 "riportò" San Guido da Spira all'Abbazia della nostra Arcidiocesi. Le parole di Simonetta Mignatti Sovrani, che ebbe un ruolo decisivo nella fine della contesa



Mons. Schlembach consegna la teca all'arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa Carlo Caffarra

di Alberto Fogli


Mercoledì 24 giugno, festa liturgica di san Giovanni Battista, nel duomo di Spira, l’antica capitale dell’impero germanico, si sono celebrati i funerali del Vescovo emerito della diocesi spirense mons. Anton Schlembach, deceduto a 88 anni il 15 giugno scorso. Aveva governato la Chiesa Spirense dal 1983 al 2007 quando l’ha lasciata per raggiunti limiti di età. Era il vescovo che nell’anno giubilare 2000 ha donato alla diocesi di Ferrara-Comacchio una importante reliquia di san Guido abate di Pomposa (1008-1046). E forse non è un caso, ma certo una curiosa coincidenza, che il funerale sia stato celebrato il giorno in cui ricorre la festività liturgica di san Giovanni Battista a cui, a Spira, è dedicata la chiesa Collegiata che ha conservato per quasi un millennio le spoglie del santo pomposiano dichiarato da subito per volontà dell’imperatore Enrico III compatrono della città imperiale.


Si dirà, ma come ci era finito a Spira il santo abate di Pomposa? La fama di santità gli era riconosciuta in tutto il vasto territorio dell’allora Abbaziato pomposiano travalicandone abbondantemente i confini. La morte lo aveva colto il 31 marzo 1046 in località Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza) mentre si accingeva a raggiungere Enrico III a Pavia sceso in Italia per un sinodo e per l’incoronazione imperiale a Roma. Trasferito momentaneamente il corpo in San Zeno a Verona, al suo ritorno l’imperatore decise di portarselo a Spira tumulandolo nella chiesa Collegiata di san Giovanni adiacente il duomo (4 maggio 1047).

Da allora, nonostante le proteste e le continue richieste della Comunità benedettina di Pomposa, il corpo del santo non tornò mai più al suo monastero. Così, fino a che, nel 1998, una guida turistica di Codigoro, Simonetta Mignatti Sovrani, accompagnando un gruppo di turisti tedeschi alla visita del complesso monastico pomposiano non sollevò scherzosamente il caso. L’informazione arrivò al vescovo di Spira all’epoca in carica mons. Anton Schlembach con il quale iniziarono i contatti per l’ottenimento, se non del corpo, di almeno una importante reliquia del santo da conservarsi all’interno dell’abbazia. Il vescovo spirense acconsentì alla richiesta concordando la consegna della reliquia nell’anno giubilare 2000.


La preziosa teca con la reliquia di san Guido donata all'Abbazia di Pomposa

Il 19 novembre di quell’anno infatti, dopo 954 anni dalla morte, l’abate Guido ritornava a casa. Fu lo stesso Schlembach ad annunciarlo in modo solenne nell’Abbazia di Pomposa in una memorabile cerimonia religiosa alla presenza dell’arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa Carlo Caffarra e dell’arcivescovo emerito di Ravenna Luigi Amaducci (l’abate aveva origini ravennate): “Il Vostro Abate è tornato a casa”. Ma “questo posto è ancora pervaso del suo spirito”. Per cui, “san Guido non ha mai lasciato Pomposa”.

La reliquia (una tibia del santo) è stata consegnata racchiusa in una preziosissima teca avvolta da un panno azzurro a significare “la Comunione fra le Chiese di Spira e Pomposa. Siamo quindi – continua Schlembach – una famiglia unica, unita dallo Spirito in un’unica Fede e un’unica Chiesa”. Qui il riferimento alle radici cristiane dell’Europa. “Siamo felici che dopo secoli di nazionalismo delle Nazioni europee, per il quale anche la comunione ecclesiale fra i popoli europei fu oscurata, sia stata ritrovata la coerenza e la fratellanza fra le Chiese locali”. Sul piano politico ha poi lodato gli sforzi compiuti, nel secondo dopoguerra, da De Gasperi Adenauer e Schuman “per la costruzione della casa comune europea, per una Unione Europea sempre più vasta, più determinata e più cristiana”. Interessante il collegamento fatto da Schlembach fra questo impegno socio-politico e ciò che animava il pensiero e l’opera del santo abate e di Enrico III: la costruzione di un progetto di pace in Europa. Così mille anni fa come ancora oggi. Altrettanto sul piano delle riforme. “San Guido – ha affermato il vescovo Schlembach – sentiva una profonda necessità di riforma della vita della Chiesa. Una riforma per l’affermazione del Vangelo. Una Chiesa più umana. Un pensiero che ha poi influenzato la riforma cluniacense adottata dai monaci di Pomposa”. E concludendo, un auspicio: “san Guido ci aiuti perché si continui tale processo di riforma della Chiesa per giungere con lui alla vita eterna”.

L'Abbazia di Pomposa
Il Duomo di Spira

Intervenendo a tema, l’arcivescovo Carlo Caffarra ebbe ad affermare che “la grande intuizione di san Guido fu la coincidenza degli opposti: la fuga dal mondo e la salvezza della Civiltà. Nel monaco che vive tale coincidenza è sempre presente la consapevolezza della deturpazione del mondo causata dalla libertà dell’uomo. I monaci, fuggendo il mondo hanno salvato il mondo, la civiltà ed hanno prodotto una vera cultura. Pomposa è il luogo dove ci viene insegnato che la sequela di Cristo chiede di plasmare l’intera vita umana. San Guido richiede di vivere alla sequela di Cristo perché si possa dire che non siamo noi che viviamo ma è Cristo che vive in noi”.

Schlembach e Caffarra. Due grandi intellettuali cattolici. Due pastori di lunghe vedute. Forse non sempre convergenti, ma entrambi di grande passione umana e di grande Fede. Certamente due testimoni del nostro tempo.

La figura di Caffarra crediamo di conoscerla per la sua contiguità con la nostra esperienza di vita. Meno sappiamo sulla figura di Schlembach per cui abbiamo chiesto un parere a Simonetta Mignatti Sovrani, la guida che per prima gli ha parlato e che l’ha potuto incontrare più volte a Spira ed a Pomposa ottenendo per l’Abbazia pomposiana e per l’intera nostra diocesi il rientro del santo Abate. Tutto è iniziato così.

Alla notizia del suo ritorno alla Casa del Padre, afferma Simonetta “ho provato una grande tristezza. Poco più di un mese fa lo avevo sentito al telefono. Parlava con voce forte, sicura e cordiale come sempre. Una voce che non si dimentica facilmente. Ricordo che prima della solenne cerimonia del 19 novembre 2000 ebbi l’onore di fargli da guida alla visita del complesso monastico di Pomposa. Prima di allora non vi era mai stato. Rimase profondamente colpito dall’antica bellezza della nostra Abbazia, ascoltando con interesse la gloriosa storia dei benedettini insediatisi nell’Isola Pomposiana. Del vescovo Schlembach mi ha sempre colpita la sua grande umanità, forza ed autorevolezza dimostrando sempre una grande e sincera attenzione nei riguardi delle persone che aveva davanti. Sua Eccellenza ci aveva voluti a Spira nel 2007 quando, con una solenne cerimonia nel Duomo, cessò dal suo ufficio. In quella occasione, con un italiano perfetto, ringraziò pubblicamente la Comunità di Pomposa-Codigoro con queste parole: “Ringrazio gli amici di Pomposa, sono contento, anzi commosso che siate venuti per me in questa occasione odierna così importante. Il mio servizio vescovile ufficiale finisce oggi, la mia amicizia con Pomposa non finirà mai”. Pertanto gli Amici di Pomposa-Spira non dimenticheranno mai il vescovo Schlembach e, grati, lo porteranno sempre nel loro cuore”.


Il vescovo emerito di Spira Anton Schlembach

Al suo funerale, celebrato nel prestigioso duomo di Spira dal suo successore Karl-Heinz Wiesemann, hanno concelebrato l’arcivescovo di Bamberga Ludwig Schick, il vescovo di Wuzburg Franz Jung, i vescovi di Magonza, Limburg, Treviri, Friburgo, Regensburg oltre al Vicario Otto George e il parroco Josef Szuba. Inoltre erano presenti per la Conferenza episcopale tedesca il cardinale arcivescovo di Monaco Reinhard Marx, per il Governo il ministro Konrad Wolf, e per la città di Spira il sindaco in carica Stefanie Seiler ed i suoi predecessori Egger e Scineller. Sono stati poi ammesssi i singoli cittadini in numero non superiore a trecento causa Covid-19.

“Il Vescovo Anton Schlembach – ha ricordato nell’omelia il suo successore e celebrante Karl-Heinz Wiesemann – è stato nominato Vescovo di Speyer (Spira) il 10 ottobre 1983 da Papa Giovanni Paolo II al quale Anton Schlembach era profondamente legato. Per lui – continua Wiesemann – era la cattolicità della Chiesa ancorata al Credo, nella quale consapevolmente comprendeva la dimensione ecumenica, una vera fonte di gioia. Era suo desiderio ardente essere cattolico nel senso più ampio del termine, dimostrato anche dal suo legame con le “chiese del mondo”. Per questo sono qui le Chiese di Chartres, Pomposa in Italia, Gnesen in Polonia, Kursk in Russia e Cynangugu in Ruanda e non ultime le chiese dei luoghi santi della Terrasanta per le quali si era per lungo tempo adoperato come Gran Priore del Governatorato dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme”. E continuando nel suo ricordo “…il Vescovo Anton era un servitore del Signore… che ha sempre preteso, in primis da se stesso, di vivere ciò che predicava. Questa autenticità lo ha reso uno stimato partner nelle conversazioni anche per qualcuno ai margini o fuori dalla Chiesa. Era sempre interessato a tutto ciò che accadeva nel mondo e, se iniziavo un dialogo profondo con lui, allora notavo come l’assoluta chiarezza delle sue convinzioni era sostenuta da profonde riflessioni e cosciente attenzione. Egli era consapevole di vivere tempi di profondi sconvolgimenti… Il Vescovo – continua Wiesemann – negli ultimi giorni parlava spesso del suo parroco che fin dall’età dei dieci anni lo ha sostenuto nella ricerca della sua vocazione insegnandogli a pregare e ad accettare con Fede piena ogni evenienza della vita specie nel momento della morte. Le sue ultime ore ci offrono una lezione di vita cristiana. Quando gli ho portato la Comunione degli infermi il vescovo Schlembach mi ha detto “Karl-Heinz, io sono felice che fino ad ora è andata così. Mi auguro solo una morte misericordiosa. Sono rimasto colpito dal suo consapevole commiato dalla vita terrena. Aveva rinunciato ad ogni accanimento terapeutico. La sua testimonianza di Fede – ha concluso Wiesemann – ha segnato questa Diocesi. La sua testimonianza di vita ci rende partecipi della gioia del Signore affinchè anche noi possiamo, attraverso la nostra vita e morte, affermare: ora questa mia gioia è compiuta. Amen (Gv 3,29)

Al termine della cerimonia religiosa è seguita la tumulazione della salma avvenuta nel Duomo stesso nella tomba vescovile accanto all’altare dei sacerdoti.

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