• Redazione

S. Stefano, martire del servizio: omelia di mons. Perego

Chiesa di Santo Stefano, Ferrara, 26 dicembre 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, cari Diaconi il giorno dopo la celebrazione della nascita del Signore la Liturgia ci invita a celebrare – e lo facciamo in questa chiesa millenaria della nostra città a Lui dedicata - la memoria di S. Stefano diacono e martire. Morte e vita si rincorrono nella Liturgia, che ha sempre lo sguardo alla morte e risurrezione di Cristo, al mistero pasquale. Al tempo stesso, il martirio diventa nella prima Chiesa il segno della scelta di un nuovo stile di vita e del passaggio alla nuova vita in Cristo. Stefano è un ‘diacono’, uno dei sette uomini scelti e ordinati per il servizio delle mense, leggiamo negli Atti degli Apostoli. Questo servizio non è, però, esclusivo, ma chiede anche la testimonianza della propria fede. La pagina degli Atti che abbiamo ascoltato ci presenta Stefano fare “grandi prodigi e segni tra il popolo”, ma anche compiere i gesti ordinari, come la preghiera in sinagoga, incontrare, ascoltare, discutere. I gesti ordinari più che i gesti straordinari portano Stefano davanti al Sinedrio, di fronte al quale Egli testimonia la sua contemplazione del Figlio dell’uomo, del Cristo risorto. Le sue parole e la sua testimonianza, la sua pace e il suo perdono agli assassini generano sdegno e portano come conseguenza la lapidazione. Ma “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”: le vesti di Stefano sono deposte ai piedi di un giovane, Saulo, che diventerà Paolo, l’apostolo delle genti. Il martirio di Stefano sembra realizzare le parole che abbiamo ascoltato dalla pagina evangelica di Matteo: “Vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno… sarete odiati da tutti”. Le parole e la serenità di Stefano testimoniano come “lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”. Ogni discepolo di Gesù è un figlio di Dio Padre, amato da lui.

Stefano è diacono. Con l’Incarnazione del Verbo, il Natale che abbiamo appena celebrato, scopriamo che Dio fin dalla creazione del mondo ha pensato a suo Figlio, il Kirios, il Signore della storia, come a un ‘Servo’. Il suo servizio agli uomini passa attraverso le sue parole e i suoi gesti, ma soprattutto nel dono di sé, fino alla morte e alla morte in Croce. “L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (E.G. 88) - scrive Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium. Da subito gli apostoli comprendono che il loro servizio alla Parola’ non può trascurare anche il servizio alle mense, cioè la carità. La proclamazione e l’ascolto della Parola deve generare un nuovo stile di vita, che ha al centro la carità: il diaconato. Nel diaconato servizio della Parola e servizio delle mense devono camminare insieme, come cammina insieme la Liturgia e la vita. Questa unità non deve avvenire solo a livello personale, ma anche a livello ecclesiale, nella struttura della Chiesa. In questo senso, nell’ordinazione dei sette diaconi, tra cui Stefano, non si esalta solo la testimonianza personale e la necessità del servizio alle mense, ma nella Chiesa viene istituito un ministero permanente, che rende visibile e strutturata la carità. Anche oggi nella Chiesa sentiamo questa necessità che la carità sia strutturale. Si tratta di non disperdere i passaggi fondamentali nella storia della Chiesa in cui la carità non era semplicemente un’opera di misericordia, ma strutturava il monastero (Basilio e Benedetto), strutturava la nuova civitas (l’Ospedale), coniugava cura e ricerca (S. Camillo e Muratori), pensava uno Stato moderno fondato su libertà, uguaglianza e fraternità (i parroci francesi al tempo della Rivoluzione), portava a fronte dell’industrializzazione e alla urbanizzazione alla nascita di un Magistero sociale, a nuove forme di consacrazione per estendere i diritti - lavoro, salute, casa, scuola…- (Maddalena di Canossa, S. Antida Thouret, Santa Cabrini…) fino coniugare carità e giustizia (La Pira, Livatino), economia e condivisione (Giordano dell’Amore, Mattei, Olivetti), pace e sviluppo (S. Giovanni XXIII e San Paolo VI), in una sintesi sempre rinnovata negli ultimi pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, che seguendo la Gaudium et spes guardano al mondo come a una sola famiglia umana, una fraternità. Il diacono è servo di questa storia della carità, di questa Chiesa dalla e della carità. Le coordinate del servizio diaconale sono la costruzione della relazione tra Liturgia e vita, Chiesa e mondo: schiacciare il servizio solo su una di queste dimensioni o la Liturgia o la vita o il mondo o la Chiesa significa sacrificare il diaconato, impoverire il diaconato, non ‘restaurare’, cioè rinnovare – come ha invitato a fare il Concilio Vaticano II -, il diaconato.

Cari diaconi, cari fratelli e sorelle, il Signore, incarnandosi e divenendo come servo, ci accompagni nella consapevolezza che il nostro ministero è ordinato al servizio e non al sacerdozio, cioè dalla Chiesa guarda al mondo e nel mondo ai più lontani e non dal mondo, guarda alla Chiesa e ai più vicini. Questo sguardo altrove ci fa sentire ancora più al servizio, ancora più dentro le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce della gente, soprattutto dei più poveri: gli anawim, che per primi, attorno alla grotta della nascita del Salvatore, celebrano il Natale.

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