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S. Messa per religiosi e religiose: omelia di mons. Perego

Aggiornato il: 23 dic 2019

Ferrara, 23 novembre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, iniziamo questo nostro incontro che guarda all’anno pastorale diocesano e al prossimo anno liturgico attorno alla mensa, in compagnia del Signore. E il primo gesto importante è metterci in ascolto della sua Parola. La pagina del libro dei Maccabei che abbiamo ascoltato ci presenta alcuni aspetti con cui leggiamo solitamente la storia: la ricchezza, il potere, la guerra. E’ il peccato del re Antioco, che, ammalato, comprende di aver confidato più nelle cose che in Dio, di avere alimentato il suo egoismo più che il rispetto delle persone. E l’egoismo diventa fonte di solitudine, di tristezza, di morte: come per re Antioco. Lo stile di consacrazione, con i voti di povertà, castità e obbedienza annunziano alla chiesa e al mondo ‘la perfetta carità’, la priorità dell’amore a Dio e al prossimo rispetto all’amore a se stessi. E’ una chiamata e uno stile di vita di cui anche in questo tempo abbiamo bisogno, per non avere un fiato corto, perché legato alle cose, a noi stessi, con il limite nostro e delle cose che ci circondano, mentre siamo chiamati ad essere portatori di futuro, portatori di speranza.

La città – al centro anche degli interessi di re Antioco – non può essere solo il luogo del potere, della ricerca di successo, della pretesa, ma anche il luogo della prossimità, della preghiera, del dono: e di questo noi siamo portatori in città. La pagina evangelica di Luca ci ripropone una domanda dei sadducei a Gesù sulla risurrezione e sulla vita eterna, accompagnata dall’esempio di una moglie che ha avuto sette mariti. Gesù risponde affermando due concetti fondamentali: la differenza tra il tempo e l’eternità, tra la vita e la vita eterna. E conclude l’evangelista Luca che “Dio non è dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui”. Il Dio di Gesù è il Dio della vita, che crea la vita, ma anche che forma a uno stile di vita. E lo stile di vita di Dio è amore, per questo “solo l’amore è credibile”, ci ha ricordato il teologo Von Balthasar. “Il granello di frumento cristiano diventa veramente capace di dar forma – scrive von Balthasar – solamente se non si rinchiude in una forma speciale, illusoria, che vive accanto e accessoriamente alle altre forme del mondo e che si autocondanna alla sterilità, ma se, seguendo l’esempio di Gesù, fa rinuncia di sé e sacrifica il suo carattere di forma speciale, senza lasciarsi turbare dall’angoscia di questo dover sortire da sé e tuffarsi ed essere tuffata nel mondo. Perché solo l’amore è credibile” (H. Von Balthasar, Solo l’amore è credibile, Torino, Borla, 1977, p. 136).

La vita consacrata, nelle sue diverse forme, nella contemplazione e nell’azione, ci ricorda la precedenza dell’amore su ogni altra scelta di stile nell’esperienza cristiana. Mentre nella gestione del denaro e delle cose sembra più intelligente il profitto, il guadagno, la vita consacrata insegna la povertà e la gratuità, la condivisione. Mentre sembra che il potere, il dominio, il successo valga su ogni cosa, la vita consacrata insegna l’umiltà, l’obbedienza. Mentre il culto di sé, del corpo sembra far crescere l’identità e l’attrazione, la vita consacrata insegna che il corpo è uno strumento e non un fine, la relazione più importante della soddisfazione personale. Il Dio della vita promuove stili di vita che rendono l’uomo responsabile e libero. Fidarsi di Dio, vivere in Lui significa dare significato, futuro alla nostra vita. E’ ciò che chiediamo oggi al Signore, insieme, in questa Eucaristia.

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