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S. Messa di saluto alle Suore Francescane del Cuore di Gesù: omelia di mons. Perego 

Aggiornato il: 23 dic 2019

Monticelli, 14 luglio 2019

S. E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, un saluto cordiale e fraterno a tutti voi, a don Gino e, in particolare, tra voi, alle nostre Suore Francescane del Cuore di Gesù. Oggi ci ritroviamo insieme per rendere grazie al Signore nella celebrazione dell’Eucaristia, Sacramentum caritatis, sacramento dell’amore, del Cuore di Gesù, per il dono che abbiamo avuto di alcune sorelle della comunità religiosa delle Suore francescane del S. Cuore di Gesù, nate a Gozo nell’Isola di Malta al centro del Mediterraneo e che hanno scelto di arrivare e vivere tra noi, nella nostra Chiesa, in questa parrocchia di Monticelli. La lode e il ringraziamento a Dio oggi è accompagnato dal dolore per la partenza delle nostre sorelle, dopo 46 anni di servizio educativo e pastorale attento e premuroso. La Parola di Dio di oggi è ricca e impegnativa, al tempo stesso. La pagina del Deuteronomio ci ricorda un passaggio di un discorso di Mosè che da una parte è un invito a osservare i comandamenti e alla conversione del cuore e della mente e dall’altra a sentire nei comandamenti e nella legge del Signore la vicinanza di Dio al suo popolo. E’ bella questa prossimità di Dio al suo popolo, attraverso le dieci parole che dimostrano il suo amore, la sua attenzione, la sua misericordia per il popolo eletto. Queste dieci parole sono un tesoro anche per noi cristiani, riassunte da Gesù nell’unico comandamento dell’amore a Dio e al prossimo con tutto noi stessi e come noi stessi. La pagina di san Paolo ai Colossesi ci ricorda che la vicinanza di Dio all’uomo ha trovato il suo apice nella persona del Figlio, “primogenito di tutte le creature”, “in cui abita il primato di tutte le cose” e in cui tutte le cose “sono riconciliate”, ritrovano il loro significato, un ordine e un senso. La pagina evangelica di Luca ci ripropone la risposta di Gesù a un dottore della legge in cui afferma l’ importanza dei Comandamenti riassunti nel Comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Ma poi il dottore della legge fa una domanda, “chi è il mio prossimo?”, a cui Gesù non risponde, ma racconta la nota parabola del Buon Samaritano dopo la quale è Gesù che fa la domanda: “Chi di questi tre è stato prossimo?” e il dottore della legge risponde: “Chi ha avuto compassione di Lui, cioè chi si è fermato sulla strada a soccorrere chi era stato percosso a sangue, chi gli ha curato le ferite, chi lo ha caricato e lo ha portato in albergo, si è preso cura di lui, mettendo a disposizione i suoi soldi e il suo tempo. E’ una domanda che rimbalza anche oggi quella di Gesù: chi è il mio prossimo? Come ho cura di Lui se è in difficoltà? Quanto sono disposto a dare del mio per aiutare il mio prossimo? E la frase finale del Vangelo è una parola impegnativa di Gesù: “Va e anche tu fa lo stesso”. Se c’è una conversione che è richiesta anche a noi in questo tempo dove è facile cadere nell’individualismo, nell’egoismo, nella chiusura, è quella nei confronti della prossimità. Una prossimità che sia capacità di costruire relazione, incontro, dialogo, solidarietà. Una prossimità che sia compassione, cioè ci faccia uscire dagli interessi personali, dai beni solo personali per scegliere e condividere interessi comuni e il bene comune, a tutela della vita, che ha valore sempre. La costituzione conciliare Gaudium et spes ci ha ricordato a chi dobbiamo essere prossimi oggi: “Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione illegittima…o affamato” (G.S. 27). O ancora, dobbiamo essere prossimi a chi è vittima di: “Ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario;…le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche;…le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, le condizioni di lavoro disumano” (G.S.27). La spiritualità del Buon Samaritano, declinata nel discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio Vaticano II, è la spiritualità della Chiesa conciliare: non è un di più della Chiesa, ma è una dimensione dell’essere della Chiesa, in cui ognuno di noi, a seconda della propria vocazione, è chiamato ad essere partecipe e responsabile. Maria, dopo aver detto sì nell’Annunciazione al dono di un Figlio, dimostrando di amare Dio, “in fretta” – ci ricorda il Vangelo, è andata dalla cugina Elisabetta per essere a Lei vicina, prossima, nel momento della gravidanza, rimanendo con Lei “tre mesi”. E questa prossimità ai più poveri, ai bambini, alle donne, ai malati è stata anche la caratteristica della presenza delle Suore francescane del Cuore di Gesù, insegnandoci anche che i poveri, i piccoli sono sempre i primi che il Signore ama e a cui fa sentire la sua vicinanza. Chiediamo al Signore, per intercessione di Maria, invocata come Regina in questa chiesa, di convertire il nostro cuore, perché si apra alla prossimità, all’amore a Dio e al prossimo come a noi stessi, conservando e continuando l’esempio e la testimonianza cristiana delle Suore francescane tra voi. Il Signore ci renda attenti alle nuove povertà di oggi, perché come cristiani e come Chiesa “non passiamo oltre”, ma possiamo sentire profondamente “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei più poveri”. Così sia.

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