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S. Luca: il medico e la dignità della persona: omelia di mons. Perego

Ferrara, S. Messa con i Medici, 17 ottobre 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, carissimi medici e operatori sanitari, è una gioia celebrare con voi questa Eucaristia nel ricordo di S. Luca e in preparazione alla Domenica, giorno del Signore. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio che ci prepara alla comunione con Lui. Il profeta Isaia ci ricorda che ogni uomo è suo figlio e strumento della sua presenza e della sua grazia. Anche chi non conosce il Signore può diventare strumento per affermare l’onnipotenza di Dio. Nel mondo medico incontriamo talora medici che non credono e sono indifferenti, ma non per questo non diventano strumenti per tutelare la vita, per curare le ferite umane, per affrontare con coraggio una malattia o un intervento. L’azione di Dio a favore dell’uomo passa anche attraverso la non conoscenza di Dio. La tutela della vita e la cura del malato aspetti legati alla natura dell’uomo, iscritti nel nostro essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, del nostro essere figli e fratelli.

La pagina di San Paolo è l’inizio della lettera ai Tessalonicesi. Paolo, Silvano e Timoteo ricordano il loro legame spirituale con la Chiesa di Tessalonica di cui lodano l’operosa vita di fede, la fatica della carità e la fermezza della speranza. Una pagina che dimostra come la testimonianza dei discepoli e l’azione dello Spirto abbiano generato una comunità viva e virtuosa. Nella vita di un medico o di un operatore sanitario la fede cresce non indipendentemente dal suo lavoro, ma dentro il suo lavoro di cura. Una fede operosa e anche faticosa soprattutto nelle esperienze più difficili – come quelle che stiamo vivendo – che chiedono un supplemento di carità, di dedizione. Una fede intelligente che si apre alla speranza, che conosce i limiti della scienza, che si affida, che coinvolge, che non dispera mai. Le virtù teologali – fede, speranza e carità – vestono anche l’abito della vita del medico cattolico e lo rendono capace di unire la sua intelligenza all’intelligenza del Signore, la sua libertà alla libertà dei Gesù, la sua coscienza alla coscienza del Cristo. La vita cristiana riempie di significato la vita del medico e lo rende capace di valorizzare le potenzialità, ma di riconoscere anche i limiti della scienza, sempre aperto alla vita, anche quando “ le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e da tutelare” – scrive Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti -, specie se povere disabili, se non servono ancora – come i nascituri – o non servono più - come gli anziani (cfr. F.T. 19).

La pagina evangelica spiega il rapporto tra Chiesa e mondo, ma anche la distinzione tra la Chiesa e il mondo. Questo legame e questa distinzione hanno trovato una formulazione ecclesiale al Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et spes. Il mondo è il luogo della presenza e dell’azione di Dio. Per questa ragione c’è una ‘intimità’ tra la Chiesa e il mondo: “la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la storia” (n.3): un mondo, quello odierno, che dobbiamo “conoscere e comprendere”, nelle “sue attese, aspirazioni e nel suo carattere spesso drammatico” (n.4), nei suoi profondi cambiamenti (nn. 5-7) e squilibri (n.8), nelle sue aspirazioni (n. 9) e negli interrogativi più profondi (n.10). E in questo mondo riconosciamo ‘La dignità della persona umana’: la sua grandezza (‘immagine e somiglianza di Dio’, ‘la gloria di Dio’) e la sua miseria, il peccato dell’uomo, come strutturale al suo essere libero e limitato. Nell’enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco, a questo proposito, ricorda che “La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, «dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno»” (F.T. 168). Nel mondo della cura, voi medici, siete chiamati da una parte a riconoscere la dignità di ogni persona umana, dall’altra anche i limiti dell’uomo che trovano nella malattia – oggi anche nella pandemia - uno dei segni più evidenti. La malattia non indebolisce la dignità dell’uomo, ma solo il suo corpo e la sua mente. E la cura è uno dei segni più importanti oggi non solo dell’intelligenza dell’uomo, ma anche della prossimità dell’uomo a chi è malato: una prossimità che riconosciamo nelle madri al letto del figlio malato, ma anche nel medico, nell’infermiere che vive la quotidianità professionale accanto ai malati, nel volontario ospedaliero che regala il tempo a chi soffre. La carità, la più alta delle virtù, non può non accompagnare la cura, per non rischiare che si trasformi soltanto in pura tecnica.

Cari fratelli e sorelle, carissimi medici e operatori sanitari, chiediamo a S. Luca, medico e patrono dei medici, di accompagnarci in questo tempo di incertezza, perché la prudenza e la responsabilità, unite alla carità e alla speranza siano le virtù del nostro cammino e del vostro servizio toccando le sofferenze di Cristo nei malati. Così sia.

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