• Redazione

S. Giorgio e una città che rinasce: omelia di mons. Perego

Ferrara, 23 aprile 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, celebriamo solennemente oggi il patrono della città di Ferrara, S. Giorgio. La nostra celebrazione cade in un tempo ancora di sofferenza, di attesa, ma anche di speranza per una rinascita. A S. Giorgio, nostro patrono desideriamo oggi affidare le nostre sofferenze, ma anche le nostre speranze. Lui che un tempo, secondo la tradizione, ha liberato la comunità dal drago, simbolo del male, tante persone, liberi anche noi dal male che ormai da più da un anno ha generato sofferenza e morte, paura e povertà.

Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. L’Apocalisse ci ricorda come il nostro Salvatore è Cristo, il cui sangue ci ha redento. La sua morte e la sua risurrezione hanno aperto gli occhi, il cuore e la mente dei suoi discepoli e di tanti cristiani, come s. Giorgio, che hanno testimoniato la fede nel Crocifisso e Risorto “fino a morire”, con il martirio. I cieli, il Paradiso è pieno di questi testimoni della fede. E i tempi più difficili, come gli attuali, sono occasione per guardare in alto, per accorgerci di come il Signore ci ha liberati e redenti e soltanto guardando a lui possiamo ritrovare la speranza. Questo è un tempo per guardare in alto. Guardando in basso vediamo solo egoismo, pregiudizio, prepotenza, unite a paura e sfiducia; guardando in alto ritroviamo nei santi, in S. Giorgio, il testimone della fede, della speranza e della carità, le tre virtù teologali che aiutano a ordinare la vita e a riordinare la città. Giorgio La Pira, il sindaco teologo della città di Firenze, affermava in modo profondamente convinto che “per combattere le tre pestilenze di cui soffrono le città, cioè la violenza, la solitudine e la corruzione, occorre riattualizzare e rivitalizzare il tempio, la casa, la scuola, l’officina e l’ospedale”. Il tempio, la chiesa ci aiuta a riscoprire la forza sociale della preghiera, il valore della comunità, della condivisione, della fraternità. Le nostre chiese sempre aperte in questo tempo di pandemia sono state una luce per chi viveva la notte di un male che ogni giorno faceva e continua a fare morti. Le nostre chiese sono il luogo per guardare in alto e non in basso, per superare gli egoismi e gli individualismi, costruire anche momenti di comunità e di condivisione. La casa, è stato il luogo dove abbiamo sentito protezione, abbiamo riscoperto il valore della famiglia. Abbiamo anche visto in questo tempo di pandemia la povertà di chi non ha una casa, di chi non ha una famiglia e per i quali sono state case e famiglia le strutture e i volontari della Caritas e delle diverse associazioni di volontariato. La scuola, finalmente riaperta ci è mancata, è mancata ai nostri ragazzi che hanno se non interrotto visto sacrificato grandemente il loro cammino di formazione e di educazione, anche grazie agli insegnanti che abbiamo scoperto ancora di più come una risorsa importante da valorizzare sempre. L’officina, il negozio dell’artigiano e del commerciante, la piccola impresa sono stati luoghi sacrificati dalla pandemia, dove il lavoro da una parte è stato intenso e dall’altra impossibile. Abbiamo riscoperto come la città vive grazie agli artigiani e ai commercianti, agli imprenditori al loro lavoro, al loro negozio che ci nutre, ci veste, ci regala una cosa preziosa, inventa qualcosa di nuovo, ci cura la persona. E infine l’ospedale, che è diventato ancora di più una casa per noi in questo tempo di pandemia; un luogo che dalla periferia abbiamo riportato in città, in mezzo alle nostre preoccupazioni, vicino al nostro cuore, dove sono nate cure, luoghi nuovi di cura, di vaccinazione. L’ospedale se è vero che è stato un luogo di sofferenza e di morte è stato anche uno dei luoghi più importanti di vita e di speranza. Dobbiamo riscoprire questa città, questi luoghi e sentirli nostri. Non solo. Non indebolire questi luoghi cittadini, ma rafforzarli. La sicurezza di una città passa anzitutto dalla cura della scuola, della chiesa, dell’ospedale, dei luoghi di lavoro, della casa e della famiglia: questi sono i luoghi che formano una comunità e le danno un futuro. La sicurezza non viene mai dalla violenza, dalle armi, dalla prepotenza, dalla volgarità, dalla falsità, dalla cura solo dei propri interessi, dalle discriminazioni che sono i mali che indeboliscono, fanno morire la città. S. Giorgio oggi in città prende le forme dell’insegnante che condanna il bullismo; del sacerdote vicino ai giovani e ai malati; del medico e dell’infermiere che curano ogni giorno i nostri malati; del lavoratore alla cassa o dietro il banco che ci serve con il sorriso, dei genitori che educano i figli alla responsabilità. S. Giorgio è presente tra noi con questi testimoni della quotidianità, della porta accanto e ricorda a noi tutti la responsabilità di costruire il bene e di vincere il male, nella consapevolezza – come ci ha ricordato l’apostolo Paolo – che “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi”. La fede è testimonianza. Non bastano le parole. E la fede testimoniata ci tiene legati all’amore di Cristo così che – ricorda ancora l’apostolo Paolo - non ci farà paura “la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo” che abbiamo sperimentato in questo tempo di pandemia.

Cari fratelli e sorelle, oggi S. Giorgio ci ripete l’invito di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Questo invito è un impegno alla responsabilità e alla testimonianza cristiana che significa fare una scelta di vita non solo per noi stessi, vincere l’egoismo e scegliere la condivisione, non vergognarsi della nostra fede in Cristo. Una rinnovata responsabilità e testimonianza cristiana farà rinascere la chiesa, la casa, la scuola, l’officina, l’ospedale, darà un volto diverso alla città: il volto di una città aperta, di un luogo di fraternità. L’apertura all’altro deve essere – scriveva il card. Martini nel suo ultimo discorso alla città e alla Chiesa di Milano nel 1992 - non “solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto a una testimonianza fattiva”. E’ di questa responsabilità sociale attiva che i cristiani, sull’esempio di S. Giorgio, devono diventare educatori e testimoni nella città, nella nostra città. Così sia.


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