• Redazione

S. Domenico, la gioia del sì al Signore: omelia di mons. Perego

Bologna, 8 giugno 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari Padri Predicatori, cari fratelli e sorelle, ci ritroviamo oggi a celebrare la cena del Signore immaginando un ospite in più: S. Domenico. A 800 anni dalla sua morte, in questo anno ritroviamo la sua compagnia, ma anche impariamo da Lui a metterci in ascolto della Parola, a spezzare il Pane di vita e a camminare tra la gente.

La Parola che abbiamo ascoltato ci ricorda, nell’invito di Paolo ai Corinzi, il valore dell’Amen che in ogni celebrazione eucaristica ripetiamo. E’ il nostro ‘si’ al Signore che riconosciamo Dio Creatore e Padre, Figlio incarnato, Spirito Consolatore. E’ il nostro sì al Dio Trinità, fondamento della nostra fede, ragione della nostra speranza, anima della nostra carità. E’ il nostro sì al Dio amore, che muove ogni cosa, che forma la nostra coscienza, segna in profondità la nostra vita, cambia il nostro cuore. E il nostro sì trova un esempio in S. Domenico, che di fronte a tanti no – alla istituzione, all’unità, alla pace – ha saputo annunciare con coraggio il sì al Signore attraverso una riforma della Chiesa che ripartisse ‘dal basso’, dall’incontro e dal confronto con la gente, dal cammino di città in città, da un linguaggio teologico nuovo che accompagnasse una nuova evangelizzazione. E’ il sì alla gioia del Vangelo che in ogni tempo ha bisogno di essere ripetuto con coraggio e convinzione. Come scrive Papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium: “La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli ‘ciascuno nella propria lingua’ (At 2,6) a Pentecoste” (E.G. 21). La Parola che S. Domenico e i domenicani hanno annunciato dappertutto è la protagonista anche oggi della nuova evangelizzazione ricordata da Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium: la Parola nutre e “incendia i cuori” anzitutto di coloro che credono e frequentano regolarmente e ordinariamente la vita della Chiesa; testimoniata dai credenti converte e rinnova il desiderio di testimonianza nei battezzati che non frequentano la vita ordinaria della Chiesa; proclamata dai credenti illumina la mente e il cuore di coloro che sono lontani. La nostra Chiesa in Italia, in cammino e in ricerca di nuove o rinnovate strutture per essere Chiesa che evangelizza e testimonia la fede, ha bisogno di recuperare nella sua missione la gioia del Vangelo, così da essere capace di “attirare a sé”, come è stato capace il Signore, le persone in ricerca della Parola del Signore e del Pane di vita. Una Chiesa che non si rinnova, che ha paura di sporcarsi le mani con il mondo, rischia di cadere nello spiritualismo individualista, rischia di non ascoltare la Parola di vita, ma di ascoltare i propri risentimenti, le proprie delusioni, i propri timori che non generano gioia, ma solo tristezza: come per il giovane ricco del Vangelo. La Parola invita alla missione nella quotidianità: la nostra città e i nostri paesi sono ancora la nostra Nazareth, la nostra Galilea; il nostro presbiterio sono i dodici e gli apostoli, con le loro incertezze e debolezze, ma con la grazia dello Spirito che li accompagna; il nostro popolo di Dio è il popolo d’Israele in cammino, la folla che ascolta la Parola del Signore e per la quale avviene la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla che offende Gesù lungo il Calvario o lo piange. La missione è qui, nel nostro tempo, nei nostri percorsi di fede, nei nostri gesti di gratuità, nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia. La missione vive dell’essenziale: la Parola e il Sacramento, l’ascolto e il cammino. La pagina evangelica di Matteo ci ricorda lo stile della missione, dell’annuncio. Essere come il sale, aiutare a dare il gusto della vita, dell’adesso – per dirla con don Primo Mazzolari – del vivere qui e ora. Non si può immaginare un annuncio all’indietro o in avanti, sposando tradizionalismi o progressismi ecclesiali che non aiutano a vivere la fede qui e ora. La Parola e il Sacramento vivono di contemporaneità: Gesù Cristo è qui, oggi e non lo ritroviamo semplicemente nel passato e non lo ricerchiamo in una Chiesa di domani che immaginiamo. E’ tra le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di oggi, soprattutto dei poveri e dei malati che siamo chiamati ad annunciare Cristo, ci ricorda la costituzione conciliare Gaudium et spes. E tra le tenebre e le paure di oggi come cristiani e come Chiesa, imparando da S. Domenico e da domenicani come Bartolomeo de Las Casas o S. Caterina da Siena, siamo chiamati a portare luce, portare pace, portare speranza. E non solo con parole ripetute: ma con un linguaggio che raggiunge i cuori, si rinnova; con una teologia che ha il sapore delle cose terrestri, che si coniuga con la cultura, il lavoro, la storia – come ci ha insegnato il teologo domenicano Chenu, citato nell’enciclica Populorum progressio di San Paolo VI – con i ‘segni dei tempi’; con una Liturgia semplice, dignitosa, che valorizza i ministeri di uomini e donne, che apre alla comunione e alla missione: una Liturgia sacramentale, dove si scopre il dono di una presenza continua del Signore, cioè la grazia, che abilita alla carità, al dono di sè prima ancora che al dono delle cose.

Cari fratelli e sorelle, il Signore ha regalato alla nostra Chiesa S. Domenico, vir evangelicus, e una storia di otto secoli di consacrazione, di un sì al Signore che da Lui è arrivata sino a noi. Ricordarlo oggi significa sentire il suo stile di vita cristiana e di annuncio contemporaneo, carico di umanità, capace di aiutarci ancora a dire sì al Signore nelle nostre città, nei nostri paesi dove si vive il rischio di contarsi e non di incontrarsi attorno alla tavola della cena del Signore per nutrirci della Parola e del Pane di vita e percorrere di nuovo le strade di oggi con la gioia del Vangelo nel cuore. Come S. Domenico ci ha insegnato verbis et exemplo. Così sia.


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