• Redazione

Padre Giacomo M. Ferrari, una vita di preghiera e di lavoro: omelia di mons. Perego

Basilica di S. Giorgio Fuori le Mura, 19 giugno 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, la nostra Eucaristia di stasera, mentre ci prepara alla festa domenicale, diventa occasione per un ricordo di Padre Giacomo Maria Ferrari, della comunità dei monaci olivetani, a quattro anni dalla morte a Monte Oliveto nel marzo del 2017. E’ un ricordo pieno di gratitudine, perché padre Giacomo ha regalato a S: Giorgio i primi anni del suo ministero presbiterale, per poi assumere la responsabilità di superiore della comunità e di parroco dal 1985-al 1995, oltre che di apprezzato insegnante di religione al liceo Ariosto di Ferrara. Sarà lui ad accogliere in preghiera all’altare di S. Maurelio San Giovanni Paolo II nel 1990. Dopo aver ricoperto il ruolo importante di Economo della Congregazione Olivetana, Padre Giacomo ritornerà a Ferrara come amministratore parrocchiale di S. Giorgio nel 2015 per poi assistere alla chiusura della comunità olivetana.

Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, Parola che ha guidato la vita e il ministero di Padre Giacomo. La pagina di Giobbe ci ricorda, nella scena della tempesta in mare, che Dio è il Creatore e il Signore della storia. Come Giobbe anche noi abbiamo faticato in questo tempo di pandemia a distinguere il Creatore e ciò che capitava intorno a noi. Come Giobbe anche noi ci siamo chiesti vedendo la sofferenza dov’era Dio, in realtà dimenticandoci che ciò che avviene spesso è frutto delle scelte, della libertà e dei limiti dell’uomo. La sofferenza mette a nudo come sia falso ogni sentimento e pensiero di onnipotenza da parte dell’uomo. Il Creatore e l’uomo e il creato non sono enti e realtà contrapposte, ma sono i tre protagonisti di un unico progetto di Dio. La pagina di San Paolo, un brano della lettera alla comunità di Corinto, ci riporta al centro dell’esperienza cristiana: l’amore di Cristo fino alla morte e alla morte in croce. Un amore che con la risurrezione apre una nuova pagina della storia della salvezza perché, grazie al dono dello Spirito, che ci aiuta a leggere la storia con occhi diversi, non solo ogni cristiano diventa nuova creatura, ma rende nuove tutte le cose. “L’amore di Cristo ci possiede” – ricorda l’apostolo Paolo - cambia la nostra vita e anche la storia, diventa attenzione agli altri, storia di prossimità e cura del creato. L’amore di Cristo, l’amore pasquale trasforma ogni cosa e ogni persona, sia nella vita familiare come nella vita consacrata. Padre Giacomo, che aveva scelto di consacrarsi al Signore secondo la regola di S. Benedetto, non solo sapeva che l’amore di Cristo muove ogni cosa, ma anche che l’amore al prossimo e al creato sono due dimensioni dell’amore cristiano.

La pagina evangelica di marco ripropone l’episodio di un’altra tempesta, sedata da Gesù. E’ un episodio che sottolinea la divinità di Gesù, che condivide con il Padre l’opera della creazione. E’ un episodio che pone ancora una volta come per Giobbe anche per i discepoli la domanda: chi è costui? E’ la domanda che accompagna la nostra fede e che chiede come risposta il Credo cristiano. La fede dona serenità, vince le paure, ma anche aiuta a comprendere il valore del dialogo tra gli uomini e l’armonia del creato, che anima anche la spiritualità benedettina e francescana. Una serenità che guardando al Signore, abbiamo ritrovato anche noi nella pandemia, quando ci siamo ritrovati tutti, impauriti, nella stessa barca, come ha sottolineato Papa Francesco in più occasioni Papa Francesco. “Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 - ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti - ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli” (F.T.32). Una serenità e un senso di comunità che ha caratterizzato anche la vita e il ministero pastorale in mezzo a noi di Padre Giacomo. Un’armonia che ha insegnato ai suoi studenti nel leggere la storia della salvezza.

Cari fratelli e sorelle, mente lodiamo il Signore per averci regalato un maestro di vita cristiana come Padre Giacomo, nella preghiera comune stasera lo affidiamo alla misericordia del Signore, impegnandoci a fare della spiritualità benedettina, di cui la nostra Chiesa di Ferrara e Comacchio conserva molte testimonianze, un tesoro a cui attingere sempre nel nostro cammino di fede, memori anche delle parole di Papa Francesco nell’enciclica Laudato si: “san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unendo la preghiera e lo studio con il lavoro manuale (Ora et labora). Questa introduzione del lavoro manuale intriso di senso spirituale si rivelò rivoluzionaria. Si imparò a cercare la maturazione e la santificazione nell’intreccio tra il raccoglimento e il lavoro. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo” (L.S. 126). Cura, rispetto, sobrietà sono le parole che caratterizzano lo stile di vita cristiano oggi. Così sia.

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