• Redazione

Omelia card. Matteo Zuppi per esequie mons. Luigi Negri

Basilica di San Francesco, Ferrara, 5 gennaio 2021

Card. Matteo Zuppi

Arcivescovo di Bologna

Quando perdiamo la presenza visibile siamo aiutati a cercare ancora di più quella invisibile, ma non per questo meno vera, quella che ci fa trovare l’essenza di tutto. Credo la comunione dei santi. È il legame che unisce i discepoli tra loro, comunione che include in essa, misteriosamente, anche i poveri, fratelli più piccoli di Gesù, e i tanti giusti che il Signore prende con sé, anch’essi suoi, benedetti del Padre suo che li pone accanto a sé nella comunione piena, quando saremo una cosa sola, senza confronti, diaframmi, difese, paura. Una cosa sola. Credo la comunione dei santi, dei peccatori perdonati, santi perché amati, “mendicanti di vita” che incontrano “Cristo mendicante del cuore dell'uomo”, come disse don Giussani. Lui ci rende suoi, santi perché ci invita a seguirlo, primo e ultimo “seguimi” della vita cristiana.

La comunione non annulla le differenze; non fa finta che non esistano, con l’ipocrisia che spesso è premessa di giudizi malevoli e opachi, che arrivano a interpretarla come opportunismo, camaleontismo, mentre in realtà è esigente e a volte faticoso sforzo di fedeltà alla propria diversità e al servizio richiesto a tutti per l’unità della Chiesa e l’amore per il prossimo. Solo la comunione permette che le differenze siano motivo di ricchezza, perché siamo uniti e quindi liberi da logiche escludenti, non complementari, da letture obsolete, a volte ideologiche, altre volte mondane.

“Noi vogliamo essere fedeli amici di Cristo perché fedeli seguaci della Chiesa” diceva mons. Negri, che ha amato con tutto se stesso Cristo e la sua Chiesa. La ricchezza e la pluralità sono un dono dello Spirito che impegna, però, direi proporzionalmente al crescere nella comunione. È lo Spirito che ci genera a figli e ci ricorda che siamo santi perché chiamati, “figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi”, scelti da un solo Signore e per questo fratelli e sorelle. “Guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo”, perché lo Spirito conosce il posto di ognuno nel tutto e ci rende “tessere insostituibili del suo mosaico” ha detto Papa Francesco. Credo la comunione dei santi che unisce cielo e terra, pienezza di quella che viviamo con le nostre povere umanità.

La vediamo oggi in questi passi ultimi dell’avventura terrena di mons. Negri, nella grandezza della Chiesa che oggi si raccoglie qui, con tutta la Chiesa di Ferrara e Comacchio, insieme all’amata Chiesa di San Marino e Montefeltro e poi quella delle sue radici, Milano, sempre accompagnato dal popolo con cui aveva camminato nella sequela a Cristo, Gioventù Studentesca e successivamente Comunione e Liberazione. Tutti insieme ringraziamo il Signore del dono che è stato, ricordandoci di farlo non solo nei riconoscimenti postumi, ma esprimendo sempre il valore di ciascuno. Noi, cercatori di senso, di bellezza, di futuro, restiamo ancora nella attesa della manifestazione piena di Dio, di abbandonarci pienamente nel suo volto, quello che oggi don Luigi contempla ed in cui è interamente immerso, avvolto nella luce dell’amore pieno di Dio.

Ci aiuta la Parola di Dio, nelle letture che sono quelle del giorno. Non le abbiamo scelte eppure, come sempre, guidano i nostri passi. Abbiamo conosciuto l’amore di Colui che ha dato la sua vita per noi. Per questo anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, per non restare soli. A che serve il seme della nostra vita se non cade a terra e dà frutto? Dare la vita: queste parole descrivono tanto la vita instancabile di don Luigi, preoccupato direi quasi al contrario di risparmiare qualcosa o di perdere delle opportunità per farlo. Ha dato tutto se stesso con generosità assoluta, fino alla fine, presenza forte e tenerissima, intransigente e molto attenta alle situazioni personali, senza ecclesiasticismi dai quali si è mantenuto volutamente lontano, senza accomodamenti ma sempre con tanta umanità e travolgente passione. Non accettava che il Vangelo si riducesse a questione di salotto (di qualsiasi foggia), che restasse fuori dalla vita concreta delle persone perché il cristianesimo non è perfezionamento individuale, né benessere spirituale a poco prezzo, sciapo di amore; non è quello cui lo riducono lo gnosticismo o il pelagianesimo; non è nemmeno conservazione di epoche passate, tanto meno modernizzazione perché non è mai vecchio, e non è neppure adattamento alla mentalità del mondo che facilmente finisce in compromesso o abdicazione: il cristianesimo è “vieni e vedi”, oggi, è vivere la centralità e la sequela a Cristo, che entra nella nostra povera storia e la rende grande perché amata. Quella che lui aveva incontrato nei banchi di scuola, ascoltando quel professore differente che era don Luigi Giussani.

C’era un brano della Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che don Luigi riteneva cruciale: «L'uomo che vuol comprendere sé stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto sé stesso, deve “appropriarsi” ed assimilare tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare sé stesso. In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell'uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora, “nel mondo contemporaneo”».

Sì, questa è proprio la cifra di tutta la sua vita. Infatti “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, perché sperimentiamo che Dio è più grande del nostro cuore. Natanaele risponde ruvido, diretto, con una risposta quasi sarcastica: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Gesù, che è tanto più grande del nostro cuore e ci insegna ad allargarlo perché non sia misero, di Natanaèle dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Credo che tutti possiamo dirlo di don Luigi, anche col suo stupore sempre dell’inizio, quando si arrende ad un amore tanto profondo e vero e accoglie quel maestro: “Come mi conosci?”. Non ha mai smesso di stupirsi e di volere conoscere “le cose più grandi di queste!”. Sono certo le tante “cose” del cielo e della terra che ha visto, con entusiasmo e che comunicava con forza, con tanta partecipazione sincera e sempre personale.

L’amore è ripagato solo dalla gloria di Dio perché questa è pienezza, Epifania e comunione senza fine di Dio e con Dio. Oggi è nel Natale del cielo di Dio, frutto del Natale sulla terra. Il suo cuore era affidato a Cristo, sempre preso da quell’incontro: riconoscere Cristo destino dell’uomo. Era da questa presenza, possente, da cui scaturiva la sua trasparente irruenza, che certo il ministero episcopale e il venir meno delle forze fisiche negli ultimi tempi non sono stati capaci di contenere, smorzare. Questa era anche la causa del suo impegno culturale, a tutto campo perché con San Giovanni Paolo II amava ripetere che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Certo, i suoi giudizi culturali, ecclesiali e politici potevano non essere sempre condivisi da tutti, ma l’unico suo interesse era portare a Cristo.

Viveva con un cuore di fanciullo che non si arrendeva alla realtà, ma provava a cambiarla, con sorriso e ironia graffiante, con il gusto libero della provocazione, consapevole delle sue crociate, dei suoi combattimenti, dei propri oltranzismi, generoso anche negli errori, sempre contrario alla tentazione intellettualistica e spiritualistica, perché il Vangelo è fatto ed esperienza. Mi raccontavano alcuni dei fratelli che lo hanno accompagnato con tanta tenerezza in questi ultimi mesi difficili (li ringrazio per la festa degli ottanta anni, l’ultima da questa parte della riva del mare ma che la riassumeva tanto e anticipava l’altra) che in queste settimane invitava spesso a recitare l’invocazione dell’attesa, di quella attesa che è in realtà sempre la vita degli uomini: “Maranatha, Vieni Signore Gesù”.

Caro don Luigi, adesso vedi faccia a faccia il volto di Cristo che hai desiderato. Sei tu a quell’ultimo ponte, “con il tempo alle spalle e la vita di fronte”. Oggi “una mano più grande ti solleverà. Abbandonati a quella. Non temere perché c’è Qualcuno con te”. Maranatha, vieni Signore Gesù. Luigi, vai e vedi! I tuoi occhi si aprano alla luce. Prega per noi, per la Chiesa, perché sia forte nella comunione, diventi incontro per tanti che cercano Gesù, che desiderano l’amore che supera ogni misura perché l’amore stesso è misura senza fine. Prega per noi. Maranatha.

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