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“Non facciamoci paralizzare dalla paura”: quale rapporto avere con la nostra morte?

Aggiornato il: 23 dic 2019

Il 5 novembre nel Consultorio diocesano “InConTra” di Ferrara si è svolta l’iniziativa “La Morte è l’Ombra della Vita”. Relatrici, Anna Piovan e Lorena Marani. Il giorno dopo nella libreria "Ibs-libraccio" , presentazione del libro "La morte si fa social"

“La vita è piacevole. La morte è pacifica.

È la transizione che crea dei problemi”.

(Isaac Asimov)

"La Morte è l’Ombra della Vita. Come vivere senza Iginorarla o averne paura”: questo il titolo del primo appuntamento che martedì 5 novembre si è tenuto nei locali del Consultorio Familiare Diocesano “InConTra” di Via Cairoli 30 a Ferrara, alla presenza di una quarantina di persone.

Nell’introduzione il Direttore don Alessio Grossi ha spiegato come l’obiettivo sia di organizzare una serie di serate in cui affrontare dapprima il rapporto che ognuno ha con la propria morte, poi il rapporto con la morte dei nostri cari e infine definire una sorta di “pedagogia” con cui riuscire a parlare anche ai bambini di questo tema così difficile.

Anna Piovan, psicologa - la cui vita è cambiata profondamente da quando ha compiuto un percorso di ricerca presso un Hospice, sfociato in una tesi - ha spiegato come nella nostra cultura l’argomento “morte” sia tabù: al contrario, “chi si trova a vivere questa fase del ’fine vita’ può essere aiutato, potendo trarre molto beneficio dalla presenza e dall’ascolto, dal non essere lasciato solo. Questo rapporto è una grande occasione anche per noi che possiamo capire meglio come vedere il mondo da quella prospettiva. La morte - ha proseguito - rappresenta solo il momento conclusivo, il tempo del ‘prepararsi a morire’ coincide col tempo del ’vivere’, quindi non dobbiamo permettere al ‘brutto’ di rovinarci il ‘bello’, perché, alle volte, è proprio il primo a farci prendere una più profonda consapevolezza del secondo”.

L’altra relatrice, Lorena Marani, ha invece introdotto la propria testimonianza leggendo una breve favola intitolata “L’anatra, la morte e il tulipano”, al termine della quale ha svelato ai presenti come da quattro anni stia lei stessa convivendo con una grave malattia. Da quando, dopo la batosta iniziale, la malattia le ha fatto acquisire questa consapevolezza - ha raccontato - “ho cambiato le mie priorità, ho imparato ad ascoltarmi, a dire dei ‘no’, ad eliminare le cose superflue e a distinguere quelle davvero importanti. Ho iniziato a viaggiare, a vivere a pieno momento per momento: sono stati anni fra i più belli della mia vita. Io ho la fortuna di saperlo...voi no!”, sono ancora sue parole. “Così io non spreco più il mio tempo a fare cose inutili”. Ma allora perché non ci pensiamo tutti già da adesso? “Perché si ha paura...”. L’invito della relatrice è stato a “non farci paralizzare dalla paura e a non perdere l’entusiasmo, la creatività, l’amore” e a imparare “ad ascoltarci e a prenderci cura di noi, a volte concedendoci qualche piccola gratificazione senza sentirci in colpa, senza dover sempre anteporre le esigenze di figli, della casa, del lavoro”. Marani, assieme ad altre persone, è volontaria dell’AIL (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma) e si reca in ospedale a Cona nel reparto di Oncoematologia ad ascoltare e a condividere la propria esperienza con chi ha bisogno. A proposito, ha spiegato: “spesso gli ammalati perdono le amicizie, sia perché non tutti sono in grado di ascoltarli, di stare con loro, sia a causa delle difficoltà derivanti dalla malattia: così la solitudine diventa peggiore della morte”.

Molti gli interventi dei presenti, fra i quali quello di una signora: “finché non ti capita qualcosa di grave, ti senti immortale, sembra che queste cose debbano sempre capitare agli altri. Quando è capitato a me il trauma è stato quello di mettere a fuoco che non ero niente, in balia dei medici e delle terapie, senza certezze. A malincuore, si prende in considerazione la possibilità di non farcela. La paura è tanta, è una sfida continua e la tentazione è la rassegnazione non costruttiva, la paura di non vedere più gli affetti, i colori degli alberi in autunno, di far fatica ad accettare di perdere il certo per l’incerto.

La malattia - ha concluso - mi ha insegnato l’umiltà e che non dobbiamo permettere ai pensieri negativi di impedirci di gustare le cose belle del presente. A cosa serve rovinarsi anche il tempo che ti rimane da vivere?”.

Francesca Brancaleoni

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Il web può assicurarci “l’eternità”?

Presentazione del libro “La morte si fa social"

Quante tracce di noi lasciamo ogni giorno su Internet? Partendo da questo interrogativo, che forse non si pongono ancora in molti, ha iniziato a riflettere Davide Sisto, filosofo, docente e saggista torinese, intervenuto il 6 novembre scorso all’Ibs+Libraccio di Ferrara per presentare il suo ultimo libro, “La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale” (Bollati Boringhieri, 2018).

L’incontro è il terzo dei cinque del ciclo intitolato “Uno sguardo al cielo. Percorsi di avvicinamento all’elaborazione del lutto”, organizzato da Università degli Studi di Ferrara, Comune di Ferrara, Onoranze funebri AMSEF e Pazzi. Dopo la presentazione dell’ideatrice Paola Bastianoni, docente di UniFe e il saluto di Michela Pazzi, Stefano Ravaioli ha dialogato con l’autore, il quale ha spiegato: “il problema riguarda principalmente il fatto che sui social e in generale nel mondo della Rete lasciamo molte tracce di noi - audio, video, scritti, fotografie ecc. -, una sorta di ’eredità digitale’ importante, e che sarà sempre più rilevante da gestire”. Tant’è che negli Stati Uniti esiste già la figura del “Digital Death Manager”. Ogni persona, dopo la propria dipartita terrena, nel web diventerà uno “spettro digitale”: la nostra vita “digitale”, infatti, proseguirà dopo quella biologica. Purtroppo, ha proseguito Sisto, “il diritto all’oblio, nonostante si possa fare di più, è impossibile da raggiungere totalmente. Così, chi rimane in vita deve fare sempre più i conti col fatto che l’assenza della persona deceduta è sostituita da tutta questa mole di tracce digitali, che da una parte assomigliano - negativamente - a simulacri, dall’altra possiedono una propria identità specifica, sembrando vive, reali, dando una sorta di illusione che la persona in questione sia ancora viva”.

Questo ha un risvolto particolarmente negativo: “impedisce o limita fortemente la necessaria elaborazione del lutto, incentivando il sentimento della rimozione della morte e della non accettazione della stessa. La mancata elaborazione del lutto rende anche in un certo senso “inutile” lo stesso rito funebre “nel suo senso di momento di passaggio, di rottura, di accettazione dell’assenza, di spartiacque tra un prima e un poi”, creando una sorta di “continuità temporale in cui passato, presente e futuro sembrano annullarsi”. Un’altra problematica particolarmente seria, anche dal punto di vista legale, riguarda chi potrà avere diritto all’“eredità digitale” della persona scomparsa (i famigliari? Lo stesso social network? ecc.), “con anche il rischio molto concreto di sciaccallaggio e di furti di dati e di immagini”, come nel caso di “Cambridge Analytica”. Secondo Sisto, sarebbe dunque più che mai necessario poter redigere una sorta di “testamento digitale”.

Tanti gli esempi portati dall’autore sul legame tra “mondo dei morti” e “mondo della Rete”: sul social Facebook, ad esempio, si stima che su un totale di circa 2 miliardi di utenti, 50 milioni siano persone decedute. Oppure, è interessante e particolarmente inquietante il fatto che esista un social, “Eter9”, nato in Portogallo, nel quale, una volta iscritti, si possono lasciare informazioni e abitudini personali di ogni tipo: in questo modo, rielaborando in maniera molto complessa tutti questi dati, “Eter9” “continuerà” l’esistenza dell’utente una volta deceduto. Infine, il fatto che molte persone scelgano di assistere a concerti dal vivo nei quali, al posto di cantanti più o meno recentemente deceduti, vi siano ologrammi.

La domanda quindi è: qual è il confine tra, da una parte, una giusta, compassionevole e anche necessaria consolazione nei confronti della morte di una persona cara, e, dall’altra, un’illusione che, a lungo termine, può nuocere chi vive il lutto, non elaborandolo adeguatamente?

Andrea Musacci

(Entrambi gli articoli sono stati pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio" del 15 novembre 2019)

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