• Redazione

Le Foibe: la memoria del male e del bene

Ferrara, 13 febbraio 2022


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, come ogni Domenica siamo riuniti per essere alimentati dalla Parola e dal Pane eucaristico. Quest’oggi la nostra celebrazione si arricchisce del ricordo delle vittime delle foibe, un dramma che ha allargato la violenza e le morti che avevano segnato la Seconda Guerra mondiale e ha creato un popolo di profughi e rifugiati, che è stato accolto, non senza fatiche anche nella nostra città e nel territorio ferrarese. Non possiamo dimenticare. Lo ricorda anche Papa Francesco in un passaggio molto significativo dell’enciclica Fratelli tutti: “È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere «la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde», che «risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione». Ne hanno bisogno le vittime stesse – persone, gruppi sociali o nazioni – per non cedere alla logica che porta a giustificare la rappresaglia e ogni violenza in nome del grande male subito. Per questo, non mi riferisco solo alla memoria degli orrori, ma anche al ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene” (F.T. 249). E se il male è stato grande e vergognoso, non possiamo dimenticare anche la catena di solidarietà che si è creata nel nostro Paese nei confronti dei profughi Dalmati e Istriani, anche nel territorio ferrarese, anche della Chiesa di Ferrara con il suo arcivescovo Ruggero Bovelli, che non mancò di sollecitare le parrocchie all’accoglienza, superando divisioni ideologiche. Saluto il Presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, unitamente ai soci e alle autorità civili e militari, che ogni anno aiutano a tenere viva la memoria del male irrazionale, ma anche del bene. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. La pagina del libro del profeta Geremia richiama una maledizione di Dio contro l’uomo che si allontana dal cuore del Signore e sceglie la violenza: è come un tamarisco nel deserto, che vivrà nell’aridità e nella solitudine. Al tempo stesso Dio benedice l’uomo che sceglie la strada del signore, la strada della pace: sarà come un albero che cresce rigoglioso lungo il fiume. Le foibe ci ricordano come la violenza, l’odio ha generato solo morte, abbandono solitudine, mentre l’accoglienza, il rispetto di persone profughe ha generato vita, una nuova storia nelle nostre città. La violenza è arida. La pace genera. Non sempre lo ricordiamo. Per questo, da alcuni anni, anche il giorno della memoria delle foibe diventa l’occasione per ricordare i morti di una violenza irrazionale, ma anche per impegnarci ad essere “artigiani della pace” nelle diverse situazioni di oggi in cui la dignità della persone viene umiliata, offesa, violata. Come ricorda Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, abbiamo bisogno dalla storia di “di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti. La realtà è che il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta” (F.T. 226). La memoria, arricchita dalla fede nel Signore, diventa capace di verità, ma anche di vita nuova. La pagina di San Paolo ai Corinzi ci ricorda che ogni nostro discorso sulla morte, sulla fine non può non essere collegato alla risurrezione, alla vita. La risurrezione di Gesù, dopo la morte, il mistero pasquale diventa nella fede il criterio di continuità, e non discontinuità, la fonte della nostra speranza: “se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede”. Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe anche la nostra memoria, che si tradurrebbe solo in commiserazione. Le beatitudini che l’evangelista Luca mette sulle labbra di Gesù, che predica sul litorale di Tiro e Sidone, ci ricordano come anche le situazioni di povertà, fame, sofferenza, odio, violenza, disprezzo possono diventare nella storia per un cristiano luoghi e occasioni in cui cresce la fede e la speranza. Cari fratelli e sorelle, la nostra fede nel Dio della misericordia e la nostra speranza nella vita eterna accresca il valore della memoria delle foibe in questo giorno, così che la violenza unita al dolore, non spenga, ma rafforzi l’impegno per la costruzione di un mondo fraterno. Così sia.

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